C’è stato un periodo storico a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 in cui i giapponesi, usciti dall’isolamento forzato, giocavano a fare gli occidentali. Importavano oggetti d’arredamento insensati, capi d’abbigliamento d’ogni sorta, paccottiglia varia, purché richiamasse le mode esotiche del lontano ovest. Ma pur senza bisogno di scriverla né tanto meno di ripeterla ad alta voce, la parola d’ordine, per tutti, era non perdere mai la giapponesità.

Un processo simile è tornato a ripetersi dopo gli anni dell’occupazione statunitense post-bellica, ed è stato solo consolidato in tempi recenti dalla globalizzazione. Ma proprio mentre tutto sembra diventato così familiare a molti dei 25 milioni di turisti che ogni anno invadono il sacro arcipelago del Sol Levante, lo spirito del Giappone rimane inaccessibile.

Una cosa che per fortuna da quelle parti ancora non hanno importato è il vizio di lucrare oltremodo su questa impressionante mole di persone, attratte dalle giapponeserie, più che dalla giapponesità. Le trappole per turisti, infatti, praticamente non esistono. Ad esempio, il quartiere di Asakusa, a Tokyo, è celebre per le centinaia di attività commerciali, più o meno tradizionali, prese di mira dai visitatori di tutto il mondo. Al centro del quartiere c’è il tempio buddhista Senso-ji (e non santuario, che sono invece Shinto), tra i più antichi della città. Di sicuro anche il più pop.

La Nakamise-dori, una stretta stradina di poco più di duecento metri che collega la prima e la seconda porta del tempio, fino all’ingresso dell’effettivo luogo di culto, è impossibile da percorrere a piedi in meno di quaranta minuti in ogni pomeriggio dell’anno.

La folla di gente è impressionante. Migliaia di persone alla volta consumano cibo da strada, cercano il souvenir perfetto, provano a respirare a pieni polmoni l’aria (seppur rarefatta) di un Giappone autentico che però fatalmente compromettono. Eppure, anche nelle ancor più caotiche giornate di primavera, nessuno lucra più del dovuto sulle loro illusioni. Già, la primavera.

La leggenda narra che 1300 anni fa due fratelli pescatori trovarono in una battuta nel vicino fiume Sumida una statuetta per nulla di valore e nemmeno così ben fatta, che rigettarono più volte nelle acque all’ombra di mandorli e ciliegi. Ma questa continuava a tornare da loro. Rappresentava Kannon, la dea buddhista della misericordia. Esausti di lottare contro quel mulino a vento di terracotta, decisero di raccoglierla e portarla da un ricco feudatario, che espose loro un sermone del Buddha. Era un 17 di maggio, nel pieno della sfavillante primavera giapponese. Ascoltato il sermone, i due pescatori si convertirono al buddhismo e costruirono un piccolo tempio in cui custodire la statuetta di Kannon.

Intorno ad essa, si sviluppò tutto il quartiere, e il tempietto, col passare dei secoli, divenne il Senso-ji. Qui, ogni terzo weekend di maggio, si celebra il Sanja Matsuri, una festa sacra primaverile in memoria dei tre leggendari personaggi che eressero il tempio della dea. Durante questo fine settimana, i giapponesi riprendono possesso del Senso-ji, portando in corteo i tre altari (i mikoshi) che rappresentano appunto i tre fondatori. Ognuno pesa diverse centinaia di chili, e viene sollevato di peso da non meno di quaranta uomini. Più prestanti solo, meglio è. Una prova che mette insieme forza e sacralità, intimo e straordinaria popolarità.

Un richiamo perfetto per gli yakuzas, i membri di una delle più potenti organizzazioni criminali al mondo, che durante l’anno fanno qualche comparsata tra i vicoli di Kabukicho (il quartiere a Nord di Shinjuku reso celebre dal manga Hunter × Hunter e totalmente sotto il controllo della Yakuza) ma che di norma evitano le apparizioni pubbliche.

I membri delle cosche, che in Giappone sono scritte nero su bianco sui libri delle forze dell’ordine (22 di serie A, 51 di seconda fascia), sono decine di migliaia in tutto il Paese, “assunti” con delle forme di lavoro dipendente semi-legali.

La Sumiyoshi-kai, tra le più potenti in assoluto e pressoché egemone a Tokyo, ne conta oltre 5mila. Alcuni di loro si riconoscono per gli abiti italiani d’alta sartoria, altri per le auto di lusso, altri ancora per l’assenza di una falange del mignolo, recisa in un rituale chiamato yubitsume e compiuto per mostrare fedeltà al boss o per autoflagellarsi dopo qualche errore.

Tutti, però, sono accomunati da qualcosa di invisibile, almeno all’apparenza, e dunque in pieno stile giapponese: i tatuaggi. Impressionanti “abiti” disegnati lungo tutto il corpo con forme e figure misteriose. E siccome in Giappone nulla è lasciato al caso, anche questi irezumi (da ireru, che vuol dire “inserire”, e sumi che significa “inchiostro”) erano in origine una forma di punizione per marchiare per sempre la pelle dei criminali.

I primi a ricorrere a questa pratica erano tuttavia i Bakuto, giocatori d’azzardo che nel ‘700 erano dei fuorilegge e che per questo stipulavano tra di loro dei rapporti di mutuo soccorso, formando dei clan ante-litteram. Il gioco d’azzardo, guarda un po’, tra i business più fiorenti anche della Yakuza moderna, che gestisce un giro d’affari da 80 miliardi di dollari, molti dei quali provenienti dalle sale giochi, i Pachinko slot.

Per tutte queste ragioni il tatuaggio nel corso dei secoli è diventato del tutto impopolare in una società fortemente livellatrice come quella nipponica. Persino ai turisti capita spesso di essere tenuti fuori dagli onsen, i bagni termali locali, se hanno anche solo una piccola parte del corpo tatuata, che potrebbe comunque turbare la serenità degli altri bagnanti. Ed è anche il motivo per cui di tatuatori “ufficiali”, quelli cioè con le rumorose macchinette elettriche, ne esistono piuttosto pochi.

Le opere d’arte sui corpi degli yakuzas sono infatti create inserendo l’inchiostro sotto pelle con strumenti fatti a mano e con aghi di bambù o di acciaio affilato. La procedura è molto costosa, dolorosa, e che può richiedere anni per essere completata. Per questo le pelli tatuate dei membri della Yakuza morti stuzzicano persino i tetri collezionisti del mercato nero, che le usano come merce da esposizione in alcune gallerie d’arte.

Durante i tre giorni del Sanja Matsuri però, come detto, la giapponesità si riprende il Senso-ji, e gli yakuzas trasformano la festa in una vera parata del crimine. Vestiti con la tipica tenuta da sumo (lo sport tradizionale giapponese che non a caso negli ultimi anni è finito nel mirino delle cosche), sollevano e portano in corteo gli altari, mostrando i muscoli, il temperamento, e soprattutto i tatuaggi. E la polizia non dice nulla? Coesiste, in qualche modo.

In Giappone il reato di associazione a delinquere non è previsto dall’ordinamento giuridico, men che meno quello di stampo mafioso, le intercettazioni non sono quasi mai consentite e non esiste un programma di immunità e protezione per eventuali “pentiti”. Che comunque si contano sulle dita, e nemmeno tutte intere, di una mano. La grande forza della Yakuza deriva proprio dall’essere in qualche modo “tollerata” dallo Stato, che baratta l’ordine che questa gli garantisce (ha provocato appena 32 morti in 10 anni) con la gestione delle case d’appuntamento, dell’usura, del citato gioco d’azzardo. Ad una condizione: sacrificare lo spaccio di droga. Il Giappone, infatti, è l’unico tra i paesi industrializzati del mondo in cui il consumo di stupefacenti non rappresenta un problema sociale grave. È così che, allora, il fatto che uno tra i più tradizionali e leggendari Matsuri di Tokyo coincida con la street parade della mafia diventa un simbolo: quando il Giappone reale riprende possesso di se stesso, la Yakuza non può mancare.