In tutto il Giappone, durante i primi anni di occupazione statunitense, crebbe a dismisura il fenomeno delle sale da ballo trasformate in bordelli occasionali. Allo scopo di frenare questa normalizzazione della prostituzione, nel 1948 venne emanata una legge per il controllo e il miglioramento delle attività di intrattenimento. In sostanza, come in un cartone animato di Cenerentola, vennero impediti balli e musiche nei locali dopo la mezzanotte, in modo tale da costringere le persone a non fare le ore piccole in giro. Una sorta di coprifuoco. La legge, in stile tipicamente giapponese, divenne col passare del tempo una sorta di normativa a tutela del decoro. Così almeno fino agli anni ’60, dopo i dodici rintocchi notturni, era considerato spiacevole darsi alla pazza gioia nei locali. Lo impediva la legge, ma pure il buon costume.

Nell’ultimo mezzo secolo, tuttavia, alcune città del Giappone (e alcuni quartieri in particolare) sono diventate delle capitali della movida in tutta l’Asia, e i controlli per impedire ai locali di suonare musica dopo la mezzanotte sono stati praticamente azzerati. Ma, non essendo mai stata abrogata la legge del ’48, di fatto rimaneva un crimine. Nel 2015, dopo una sollevazione popolare e dopo ripetute pressioni da parte dell’industria musicale, vennero introdotte misure speciali per creare un’atmosfera più rilassata, soprattutto in vista delle Olimpiadi di Tokyo del 2020. Un appuntamento che potrebbe a tutti gli effetti rappresentare una sorta di anno zero per il costume nipponico.

Oltre al modo di concepire la vita notturna, un altro elemento praticamente dogmatico del decoro giapponese è sempre stato il rifiuto quasi totale di permettere l’esposizione di tatuaggi in pubblico. Negli onsen, i bagni termali, nelle piscine, nelle palestre o finanche in strada, ancora oggi esporre tatuaggi resta un gesto vietato, ostracizzato o “sopportato” a fatica nel caso debba rappresentare un dovere di accoglienza nei confronti dei turisti.

Ma perché il Giappone teme così tanto i tatuaggi? La storia travagliata dell’inchiostro in salsa orientale inizia nel lontano 1720, quando il governo decise di depenalizzare alcuni reati rendendo obsolete pratiche come il taglio del naso o delle orecchie. Al posto delle menomazioni, alcuni crimini sarebbero stati da quel momento in avanti “bollati”, nel vero senso della parola, con tatuaggi sulla pelle, specialmente sulle braccia. Alcune varianti regionali, tuttavia, prevedevano che fosse la fronte a dover essere marchiata, con una linea nel caso di un primo reato e una curva sulla sinistra nel caso del secondo, creano una sorta di croce asimmetrica sul volto. Un terzo crimine avrebbe portato all’aggiunta di altre due linee, una discendente dall’asse della croce e un’altra più piccola sulla destra che si congiungesse con quella orizzontale a completare il kanji “inu”, che vuol dire “cane”, un modo dispregiativo di chiamare un po’ tutti: dalle spie, agli uomini in divisa, agli stessi gangster.

Lo stigma sociale, tuttavia, si è trasformato nel corso dei decenni in vero e proprio codice comunicativo. Un linguaggio non verbale attraverso cui trasmettere l’atto volontario di rompere il legame con la società. Fu così che, accettando di far parte della yakuza, la mafia giapponese, il tatuaggio divenne una bandiera, a prescindere dalla fedina penale. Alcuni affiliati iniziarono a farsi tatuare i nomi delle gang, o direttamente quelli dei padrini. Altri, invece, per ostentare la propria opulenza e quindi lo status criminale, mettevano in bella mostra disegni per nulla convenzionali, dalle forme ricercate e difficili da realizzare. Altri ancora, esagerando con le dimensioni, manifestavano all’esterno la propria capacità di resistere al dolore per acquisire maggior rispetto. Del resto, per completare alcuni disegni sono necessari mesi, addirittura anni, ed essere disposti a fronteggiare una forma di sopportazione del dolore volontaria, silenziosa e inesorabile come quella tipica del salone dei tatuaggi per un periodo di tempo così prolungato dimostra l’inclinazione a potersi impegnare in un obiettivo a lungo termine. Un concetto che fa rima con fiducia. Interpretando fino all’estremo questo principio, farsi tatuare fino ai polsi e alle caviglie, due parti del corpo considerate parecchio sensibili, viene considerato un segno di affidabilità.

In ultimo, c’è l’aspetto della carica intimidatoria. In tempi nemmeno così lontani, a fronte di una certa emarginazione, mostrare un tatuaggio nel sottobosco parasociale garantiva ingressi gratis nei cinema, drink gratis nei locali e altri tipi di privilegi. Non ci volle molto allora, per far sì che il binomio tatuaggio-yakuza divenne una regola. All’inizio degli anni ’90, il 73% di tutti i membri di una gang aveva almeno un tatuaggio. È probabile tuttavia che questo dato sia iniziato a diminuire già dal 1992, quando sono entrate in vigore le prime, timide leggi antimafia e i gangster hanno iniziato a nascondere le loro identità. La nuova generazione di affiliati, per istinto di autoconservazione, ha persino iniziato a rifiutare la pratica della body-art, per sfruttare la sobrietà e tentare il salto in una sorta di mafia da colletto bianco. Anche questo tacito assenso tra tutti i gestori di attività pubbliche a tenere fuori i membri delle gang identificandoli in base ai tatuaggi, quindi, è diventato un deterrente obsoleto.

Questo, unitamente al fatto che sin da ora una buona parte dei milioni di turisti che arrivano in Giappone ogni anno non abbiano timore a tenere bene in vista i propri tatuaggi, e che in concomitanza con i Giochi Olimpici saranno centinaia gli atleti che gareggeranno con i tatuaggi ben visibili, potrebbe essere un input per una nuova tappa della “rivoluzione dei costumi” nipponica.