Giappone, maxi proteste contro riarmo e guerra

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Pochi ne parlano, ma da circa un mese il Giappone è attraversato da grandi proteste popolari contro la revisione della Costituzione del Paese, ossia uno degli obiettivi principali del governo conservatore al potere. La premier Takaichi Sanae è stata chiarissima. Nel suo recente viaggio in Vietnam ha chiesto “discussioni approfondite” sul tema spiegando che la Costituzione, redatta dalle forze di occupazione statunitensi al termine della Seconda Guerra Mondiale, “dovrebbe essere periodicamente aggiornata per riflettere le esigenze dei tempi”.

Sotto i riflettori c’è l’articolo 9 che vieta al Giappone di minacciare o usare la postura militare per risolvere le controversie internazionali. I revisionisti hanno pochi dubbi: questa clausola pacifista limita la capacità nazionale di rispondere alle crescenti minacce rappresentate da Cina e Corea del Nord, e vogliono dunque cambiarla. Come se non bastasse, gli Stati Uniti, il più stretto alleato del Giappone, hanno chiesto a Tokyo di assumere un ruolo più attivo in materia di sicurezza.

Una nutrita parte della popolazione è invece preoccupata all’idea di assistere a simili cambiamenti. Lo scorso 3 maggio, in occasione della Giornata della Costituzione, circa 50mila persone si sono radunate al Parco per la prevenzione dei disastri di Tokyo Rinkai, scandendo slogan e sventolando striscioni contro la spinta del governo alla revisione costituzionale e contro qualsiasi espansione militare.

La revisione costituzionale nel mirino

Manifestazioni del genere, così grandi, partecipate e traversali, sono rare in Giappone. Questo significa che il tema è percepito come rilevante e che la posta in gioco è altissima. I partecipanti hanno scandito slogan per dire “no alla guerra” e per proteggere l’attuale Costituzione. Emblematiche le scritte sopra gli striscioni esibiti: “Stop alla revisione costituzionale e all’espansione militare” e “Salvaguardare la Costituzione pacifista”.

Nello specifico, i membri dell’ala conservatrice del Partito Liberaldemocratico di Takaichi hanno chiesto l’abolizione del paragrafo 2 dell’articolo 9 – che non solo vieta al Giappone di entrare in guerra, ma limita anche il possesso di un esercito a tale scopo – e hanno auspicato la creazione di una moderna forza di difesa nazionale.

Secondo un sondaggio di Kyodo News, il 73% degli intervistati ritiene che qualsiasi emendamento costituzionale dovrebbe essere approvato, ma in presenza di un ampio consenso tra i diversi partiti politici, e non se imposto solo dal partito al governo.

Un altro sondaggio, condotto invece dal quotidiano conservatore Yomiuri Shimbun, ha rilevato che quasi il 57% degli intervistati sarebbe favorevole alle revisioni, mentre quello effettuato dal quotidiano liberale Asahi Shimbun ha constatato che solo il 47% sosterrebbe le riforme.

Le proteste che scuotono il Giappone

Manifestazioni contro la revisione costituzionale sono in realtà andate in scena in tutto il Giappone, e già da svariate settimane, attirando un pubblico eterogeneo composto da attivisti di lunga data, ma anche da semplici famiglie, giovani e giovanissimi. Le proteste si stanno inoltre diffondendo ben oltre Tokyo, con raduni organizzati in grandi città come Osaka, Kyoto e Fukuoka. E la partecipazione sembra aumentare di settimana in settimana.

Chi si oppone a qualsiasi revisione costituzionale sostiene che i cambiamenti, anche se graduali, rischiano di svuotare di significato la clausola pacifista, e avvertono che il rafforzamento delle capacità militari potrebbe trascinare il Giappone in conflitti all’estero. Se per molti l’articolo 9 non è solo un vincolo legale, ma un impegno morale plasmato dalla devastazione delle guerre passate, per Takaichi è un nodo fondamentale da sciogliere per tutelare il Paese.

Nel frattempo, la premier ha abolito le restrizioni sulle esportazioni di armi letali, una mossa accolta con favore dagli Stati Uniti e considerata un passo avanti per approfondire la cooperazione militare e industriale con altri alleati. In ogni caso, come fa notare il Guardian, l’ambasciata statunitense a Tokyo ha pubblicato un messaggio che potrebbe essere interpretato come un sostegno alla Costituzione, entrata in vigore durante l’occupazione americana guidata dal generale Douglas MacArthur, all’epoca comandante supremo delle potenze alleate.

La Costituzione, ha affermato l’ambasciata sul suo account ufficiale X, ha sostenuto “la sovranità popolare, il rispetto dei diritti umani fondamentali e il pacifismo”. “Questa Costituzione, molto elogiata dal generale MacArthur nelle sue memorie, ha continuato a fungere da fondamento della società giapponese per 79 anni dalla sua promulgazione, senza mai essere stata modificata”, ha concluso il post. In ogni caso, qualsiasi modifica costituzionale richiede una maggioranza di due terzi in entrambe le camere della Dieta (il parlamento giapponese) e la maggioranza semplice in un referendum nazionale.