Il termine giapponese usato per indicarli può essere tradotto in italiano come “stare in disparte” oppure “isolarsi”. Gli hikikomori sono coloro che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per periodi più o meno lunghi (da pochi mesi a diversi anni), che si rinchiudono nella propria abitazione e recidono ogni contatto diretto con il mondo esterno.

Questo fenomeno sociale, ormai diffuso in tutto il mondo, è particolarmente sentito in Giappone. Qui troviamo circa 613mila hikikomori di un’età compresa tra i 40 e i 64 anni e 540mila tra i 15 e 39. Calcolatrice alla mano, si tratta di oltre un milione di persone che trascorre la propria esistenza ai margini del Paese (senza considerare il caso borderline dei reclusi anziani).

I dati parlano chiaro: la piaga dei “giovani isolati” riguarda per lo più ragazzi compresi tra i 14 e i 30 anni, quasi esclusivamente maschi (tra il 70% e il 90%). Chi soffre di una patologia del genere, oltre a veder scorrere gli anni migliori della propria vita prigioniero di quattro mura, può arrivare a compiere delitti folli o inspiegabili. Come d’altronde è già successo in passato e potrà accadere in futuro. Basta sfogliare i giornali giapponesi: le cronache presentano spesso episodi simili.

Metodi brutali

Molti genitori, per aiutare i loro figli hikikomori, si affidano a specialisti di ogni tipo. Il problema è che, a volte, la cura fa più danni della sindrome. Già, perché, come racconta il South China Morning Post, in Giappone alcune madri e padri sono disposti a pagare fino a 65mila dollari ad aziende che utilizzano metodi violenti per reintegrare i loro figli solitari all’interno della società.

Si chiamano hikidashiya, cioè “coloro che tirano fuori le persone”, e un discreto numero di queste aziende si trova attualmente sotto inchiesta. Le esperienze di alcuni clienti aiutano a capire il perché. Lo stesso South China Morning Post racconta di una madre che ha pagato 53.300 dollari a una società di Tokyo affinché aiutasse sua figlia trentenne a uscire dall’incubo in cui era finita.

Gli addetti di questa azienda hanno letteralmente abbattuto la porta d’ingresso dell’appartamento in cui viveva la ragazza, l’hanno portata via dalla sua casa a forza, le hanno sottratto soldi e telefono e, infine, relegata in un dormitorio gestito dalla stessa azienda. Casi simili si sprecano: c’è la storia di un hikikomori trascinato fuori dalla casa familiare e messo per 50 giorni in un istituto psichiatrico e altri 40 in un dormitorio e quella di altri giovani sottoposti a soprusi di ogni tipo.

Dolore dentro

Rivolgersi alle hikidashiya, per le famiglie rappresenta l’ultima spiaggia. Farlo è tuttavia caro e sostanzialmente controproducente. Gli esperti ritengono infatti che i metodi da loro adottati non aiutino i giovani a risolvere il loro problema, ma che anzi lo aggravino ulteriormente.

Ricordiamo che il fenomeno degli hikikomori è stato identificato alla fine degli anni ’90 da un professore giapponese di psicologia, Tamaki Saito. E che al momento il Ministero della Salute considera un hikikomori qualcuno che non è andato al lavoro o a scuola per almeno sei mesi e che interagisce raramente con persone fuori casa.

Morisata Fukaya, assistente sociale presso l’NPO di Kazoku Hikikomori ha usato una metafora per spiegare cosa succede quando qualcuno utilizza metodi violenti per curare gli hikikomori: “Considero un hikikomori come un’auto senza benzina; se provi a spostare un’auto in quello stato, non funziona”. La benzina, in questo caso, è dato dal rispetto e dall’amore.

“È interessante notare – ha evidenziato Takahiro Kato, professore associato di psichiatria presso l’Università di Kyushu – che, durante il recente stato di emergenza a causa del virus, molti hikikomori hanno riferito di una riduzione dei sentimenti di sofferenza perché tutti nella società erano nella stessa posizione di loro, quindi i loro sentimenti di vergogna e senso di colpa sono diminuiti”. “Ma ora che torniamo alla vita normale stanno iniziando a soffrire di nuovo”, ha avvisato Kato.

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