Il Giappone stronca sul nascere una protesta femminista che avrebbe potuto generare una situazione insostenibile nel Paese. La campagna d’opinione in questione ruota attorno all’hashtag #Kutoo, che a sua volta ricalca l’orma del ben più noto #Metoo, il movimento femminista contro le molestie e violenze sessuali sulle donne. Il #Kutoo è una protesta che viene sempre dal mondo femminile, ma che mette nel mirino il presunto obbligo per le donne giapponesi di indossare i tacchi alti sul posto di lavoro. Dopo giorni di dibattito il ministro del Lavoro nipponico, Takumi Nemoto, ha chiuso ogni discorso: “Non c’è alcuna regola scritta, e se le aziende lo richiedono allora i tacchi sono necessari”.

Il #Metoo giapponese

#Kutoo è un gioco di parole fra kutsu, che in giapponese significa scarpe, e kutsuu, cioè dolore. La protesta online è partita da Yumi Ishikawa, un’attrice e scrittrice piuttosto rinomata in patria. Ishikava chiedeva una legge per impedire ai datori di lavoro di costringere le proprie dipendenti a portare scarpe con tacchi alti. Bisogna dire che molte società nipponiche impongono un rigido dress code ai propri dipendenti, uomini o donne che siano, e nell’abbigliamento femminile sono in effetti spesso richieste le scarpe con il tacco per dare più eleganza. È pura formalità, sottolineano le aziende, sono soltanto regole convenzionali, anche se per l’attrice si tratterebbe di discriminazione sessuale.

Tacchi alti come discriminazione

La protesta è tornata alla ribalta nei giorni scorsi anche se l’hasthag era stato lanciato lo scorso gennaio, quando Ishikawa ha protestato contro un albergo di Tokyo, che nei requisiti di un’assunzione richiedeva l’uso dei tacchi per le donne. La discriminazione dell’imporre i tacchi alle lavoratrici starebbe nel fatto che le donne con problemi fisici troverebbero non poche difficoltà nell’indossare i tacchi, e quindi per questo dovrebbero sopportare limitazioni in campo lavorativo. L’altro lato della polemica riguarda la salute delle dipendenti: indossare tacchi per tante ore è dannoso.

Il ministro stronca la polemica

Ishikawa ha pure aperto una petizione online poi inviata al ministro del Lavoro giapponese. L’obiettivo dell’attrice è quello di cambiare una certa mentalità diffusa in Giappone, secondo la quale una donna che non indossa il tacco non rispetterebbe le buone maniere. La risposta di Nemoto non è tardata ad arrivare: il ministro ha dichiarato di non voler vietare l’obbligo dei tacchi, principalmente perché nel Paese del Sol Levante non esiste alcuna legge che costringerebbe le donne a indossare tacchi sul posto di lavoro. Nemoto ha rincarato la dose dicendo che è “normale e accettato dalla società che le donne indossino tacchi sul posto del lavoro, è una pratica necessaria e appropriata”.

I precedenti più famosi

Il #Kutoo è solo una delle ultime battaglie progressiste portate avanti dalle donne giapponesi. Il già citato #Metoo è sbarcato in Giappone più o meno un anno dopo esser esploso negli Stati Uniti, anche se il movimento femminista qui non ha mai attecchito come nel resto dell’Occidente. Un altro esempio di battaglia progressista non andata a buon fine risale al 2015, quando la Corte Suprema giapponese si espresse sull’utilizzo del cognome maschile per la moglie dopo il matrimonio. Il Codice Civile giapponese prevede che i coniugi sposati adottino il medesimo cognome: quello maschile. Femministe e attivisti per i diritti umani volevano cambiare una pratica giudicata sessista e altamente discriminatoria per le donne, che in questo modo avrebbero perso la loro identità. Battaglia persa, come il #Kutoo.