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Lavorare per vivere, vivere per lavorare. Il confine tra la sopravvivenza, intesa come comune esistenza umana, e l’attività lavorativa non è mai stato così sottile come nel Giappone del XXI secolo. Un Giappone che sta cercando di rialzare la testa soltanto adesso, con una prima, timida, proposta di accorciare la settimana a quattro giorni lavorativi. Sembrerà strano, ma nella lingua giapponese esiste un termine coniato appositamente per indicare “la morte per troppo lavoro“. Karoshi non è una parola qualunque. A partire dagli anni ’90 viene utilizzata per indicare la morte improvvisa insorta a causa di un prolungato sovraccarico lavorativo, associato tra l’altro a un intenso coinvolgimento emotivo. I numeri sono impressionanti. E non solo per chi muore naturalmente a causa della fatica derivante da troppi straordinari, ma anche per coloro i quali arrivano a suicidarsi a causa di problemi legati alla loro situazione lavorativa. In Giappone il suicidio dovuto a stress lavorativo o superlavoro è chiamato karojisatsu e, nel periodo compreso tra il 2011 e il 2020, secondo alcuni studi, ha provocato ben 21.724 decessi, 1918 dei quali soltanto nel 2020 e 2689 nel 2011.

A dire il vero i numeri lasciano il tempo che trovano, visto che è difficile avere cifre esatte data l’impossibilità di rintracciare ogni singolo caso in una nazione di 124 milioni di abitanti. Certo è che nel 2015 le autorità nipponiche hanno pubblicato un rapporto sul fenomeno del karoshi che ha fatto scalpore. Un quarto delle aziende analizzate poteva contare su dipendenti pronti a coprire oltre 80 ore di straordinari al mese – la maggior parte neppure pagati – mentre il 12% delle imprese ospitava nei propri organigrammi persone che facevano più di 100 ore extra mensili. Calcolatrice alla mano, e facendo un rapido conto, significa che questi lavoratori, nella peggiore delle ipotesi, potevano arrivare a lavorare cinque ore in più al giorno rispetto al normale. Nel 2019 – anno degli ultimi dati disponibili – in Giappone sono stati ufficialmente riconosciuti 174 morti per superlavoro, 88 dei quali per suicidio. La tendenza sembra in ribasso, ma la pandemia di Covid, lo smart working e l’incongruità tra vari studi, lasciano presagire che il problema sia ancora lontano dall’essere risolto.

Salaryman, gestione del lavoro, pressione sociale

Anche se le morti per superlavoro si sono diffuse un po’ in tutto il mondo, è doveroso chiedersi per quale motivo questo inquietante fenomeno si sia sviluppato in Giappone. Le risposte possono essere molteplici, a seconda di come decidiamo di inquadrare il problema. Dal punto di vista socio-culturale, la società nipponica è sempre stata attraversata da una ferrea gerarchia. Chi sta sotto – in passato i contadini, oggi paragonabili molto vagamente ai dipendenti delle multinazionali – deve sacrificarsi e lavorare duro, non soltanto per mantenersi ma anche per mostrare lealtà nei confronti di chi ricopre la posizione di vertice – ieri l’imperatore, oggi i capi delle aziende. Sempre dal punto di vista sociale, nella comunità giapponese resiste ancora l’idea tradizionale secondo la quale il marito-padre deve lavorare sodo per mantenere il resto della famiglia. La moglie, invece, è chiamata a occuparsi dei figli e accudire la casa.

Ragionando su una scena del genere, attorno alla metà degli anni ’90 gli studiosi Frederick Palumbo e Paul Herbig coniarono il termine salaryman, reso celebre dal loro articolo Salaryman Sudden Death Syndrome. Salaryman può essere tradotto come lavoratore saliariato. È una condizione che si riferisce a un lavoratore dipendente, uomo, dotato di un reddito fisso e impiegato nel settore terziario, all’interno di aziende. Se al termine della Seconda Guerra Mondiale i colletti bianchi giapponesi, diventati famosi in tutto il mondo grazie a manga e anime, godevano di una posizione sostanzialmente stabile e rispettabile, oggi quest’espressione è utilizzata per indicare estenuanti orari lavorativi, scarso prestigio nelle gerarchie aziendali e karoshi.

L’attenzione verso l’approvazione della società nipponica e dei superiori delle aziende sono altri due elementi che spingono i lavoratori a superare la soglia del sopportabile. Molti giapponesi sono disposti a trascorrere più tempo sul posto di lavoro per dimostrare dedizione, lealtà e rispetto nei confronti dell’impresa per la quale prestano servizio. Esiste poi un enorme problema collegato alla gestione aziendale del lavoro, secondo alcuni troppo pressante nei confronti dei dipendenti. Nel 2018, l’allora premier Abe Shinzo presentò un disegno di legge per riformare lo stile del lavoro. I datori potevano essere costretti a costringere i sottoposti a prendere le ferie, mentre per la prima volta veniva introdotto un limite per gli straordinari. Eppure, tale limite era stato piazzato a 80 ore mensili. Il che significa che il governo giapponese riconosce più di 80 ore di straordinario al mese come un fattore di rischio per il karoshi, ma ha reso legale lavorare fino a quella soglia e introdotto un’esenzione per i mesi speciali di 100 ore di straordinario, da richiedere a discrezione dei datori di lavoro.

Il mondo della politica, toccato da un contesto simile, ha sorprendentemente provato a fare dei timidi passi in avanti. Il primo ministro Yoshihide Suga ha lanciato nella mischia una proposta sui generis: una settimana di lavoro formata da quattro giorni lavorativi così da “aiutare le famiglie a gestire le difficili situazioni domestiche” senza necessariamente doversi “licenziare” e “permettere ai lavoratori di migliorare le proprie competenze”. L’obiettivo, insomma, è duplice: rendere il mercato del lavoro più dinamico e, al tempo stesso, alleggerire la pressione sociale che preme sulle spalle dei cittadini. Il dibattito, insomma, è entrato nel vivo anche in Giappone.

Una realtà opprimente

La cultura del lavoro descritta, caratterizzata da lunghi orari di lavoro e rigidissime gerarchie, ha ben servito il Paese durante i suoi anni di forte crescita, orientativamente dagli anni ’60 agli anni ’80. Da quel momento in poi, il punto di forza del Giappone iniziò ad essere concepito come una spina nel fianco. Il luogo di lavoro iniziò così ad essere considerato come una caserma o, in seguito alle più recenti forme contrattuali, un rifugio capace di proteggere i dipendenti dalla complessità della quotidianità. Ma a che prezzo? Altissimo. Dedicare mente e corpo al lavoro preclude lo svolgimento di attività sociali e ricreative o addirittura la riduzione delle ore di sonno. I danni, come immaginabile, sono incalcolabili. I giapponesi hanno tuttavia dovuto fare i conti con un importante cambiamento avvenuto nel corso degli ultimi 20 anni di congelamento economico. Molte aziende hanno sostituito i lavoratori a tempo pieno con un esercito di dipendenti a tempo parziale. Persone regolarmente assunte, ma che si sentono costrette, quasi inconsciamente, a lavorare di più per scongiurare il rischio di essere cacciati e sostituiti con altri.

Il ruolo del “samurai aziendale” emerge dal romanzo La fabbrica (Neri Pozza) di Hiroko Oyamada. Il lavoro nella fabbrica è paragonato alla stregua di una liturgia, una sorta di servizio di culto che tre giovani, con mansioni differenti, devono a una divinità sconosciuta che governa il loro tempo. L’immagine che emerge è sconcertante: è sempre più difficile, per molti giapponesi impegnati in determinati settori produttivi, immaginare un mondo oltre i confini della propria azienda. Secondo il Japan Times, Oyamada ha ritratto, con un sottile humour kafkiano, il “titanico ecosistema della vita lavorativa moderna” del Giappone, in cui la vita umana sembra naufragare. Anche perché la fabbrica viene descritta come immensa, grigia e simile a una città, con tanto di servizio autobus, compagnia di taxi e vetture con il logo aziendale.

Accanto alla realtà di fabbrica c’è un’altra realtà più sottile diffusa nelle strade delle grandi metropoli giapponesi. Per capirla a fondo si rimanda alla lettura di un altro romanzo: La ragazza del convenience store (Edizioni e/o) di Murata Sayaka, uscito in Italia nel 2016. Il convenience store, anche chiamato konbini, è un corner shop aperto 24/7, in ogni stagione e festività. I dipendenti di questi negozietti sono solitamente studenti che alternano la loro carriera accademica con un’attività temporanea che consente loro di guadagnare piccole risorse economiche. Il punto è che nessuno vuole restare per troppo tempo all’interno di un konbini. Il ricambio è perpetuo, perché questo mestiere non prevede scatti di carriera o salari importanti.

Nel testo di Sayaka, invece, viene narrata la storia di Keiko, una ragazza che lavora in un convenience store da ben 18 anni con un contratto part-time. Per tutti sarebbe una prigione infernale, ma la protagonista del romanzo riesce incredibilmente a trovare un senso tra le mura di un ambiente asettico e asfissiante, che anzi le allevia il senso di inadeguatezza nei confronti della società. Insomma, i temi affrontati dai due libri citati sono emblematici di come il Giappone debba iniziare a chiedersi come evitare che i posti di lavoro nazionali possano trasformarsi in prigioni sociali. Ne va del futuro e dello sviluppo dell’intero Paese.