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Società

Giallo a Hammamet, due spie italiane avvelenate dalla mafia. Ma forse era solo un liquore fatto in casa

Un ex agente italiano è morto, un altro lotta per la vita. La vendetta per un'importante operazione anti mafia o solo un caso?

Quando ci sono di mezzo i servizi segreti, anzi, degli ex agenti appartenuti ai servizi segreti che si ritrovano in un luogo esotico davanti a una bottiglia di liquore fatto in casa, e uno di loro muore per avvelenamento mentre un altro lotta tra la vita e la morte, il pensiero di essere di fronte a un complotto con una trama degna di un romanzo di Le Carré, dove viene descritto l’odore dolciastro del cianuro, si fa spazio nell’immaginario collettivo. Eppure non sempre le cose sono come sembrano. Ce lo insegnano proprio le grandi spie del passato che si sono date alla letteratura.

Arriviamo ai fatti. La scorsa settimana ad Hammamet, incantevole esilio volontario sulle coste assolate della Tunisia, un ex-spia dei servizi d’informazione e sicurezza interna italiani, l’AISI, ha preso parte una cena tra ex-colleghi, compresi ex agenti dell’AISE, Agenzia informazioni e sicurezza esterna. Ora lotta tra la vita e la morte dopo essere stato”avvelenato” da una sostanza che gli inquirenti tunisini hanno definito conforme agli effetti del “cianuro”, se messa in contatto con gli enzimi contenuti nello stomaco. A scatenare la reazione, secondo gli inquirenti, sarebbe stato un liquore, uno di quei distillati fatti in casa con bacche e simili. In questo caso, noccioli di pesco. Per alcuni, il dono letale di un avversario del passato che voleva regolare i conti. Una figura di spicco nella mafia agrigentina. Nella realtà, almeno secondo chi conosce le vittime una trama completamente diversa. Molto più semplice. Molto meno scenografica. Egualmente letale.

Secondo quanto riportato da Agenzia Nova, che ha preso contatto con fonti qualificate in loco, il primo ad ingerire la stessa bevanda, un ex agente dell’Aise identificato come Giuseppe Maio, è deceduto immediatamente. Mentre il secondo ex-agente, in questo caso dell’Aisi, necessita di un trasferimento urgente dopo essere entrato in coma farmacologico. Le sue condizioni “sarebbero peggiorate, in quanto la sostanza tossica avrebbe compromesso organi interni”. Sempre secondo le fonti di Agenzia Nova, un uomo e una donna che hanno partecipato alla cena e che non risiedono ad Hammamet, sarebbero “rientrati in Italia da diversi giorni“. Alla cena erano presenti circa 10 persone ma a bere il liquore incriminato sarebbero stati solo in quattro. Due, che lo avrebbe “assaggiato appena” secondo una fonte contattata direttamente da chi vi scrivi, avrebbero evitato le conseguenze letali per fatalità. O semplice gusto personale.

Le autorità tunisine hanno aperto immediatamente un’inchiesta sull’accaduto e sebbene i risultati dell’autopsia dovrebbero essere coperti da segreto istruttorio, fonti giudiziarie hanno confermato che la causa del decesso della prima spia è “avvelenamento da cianuro”. Anche altre due persone sarebbero ricoverate presso il Policlinico di Hammamet, ma con sintomi minori.

La tesi del semplice quanto tragico incidente viene avvalorata da quanti ricordano come “il nocciolo del pesco contiene una sostanza chiamata amigdalina, di per sé innocua, ma che può liberare acido cianidrico, il cianuro appunto“. Gli agenti della Brigade Criminelle della Polizia tunisina hanno dichiarato che non è stato possibile analizzare la sostanza presente nella bottiglia dal momento che il liquido è stato riversato nel lavandino dal proprietario della casa dove si è svolta la rimpatriata tra ex-membri dell’intelligence. Ma è qui che la fonte contatta direttamente spiega un piccolo ma significativo particolare: “In Tunisia le bevande ad alta graduazione alcolica sono proibite”. Chi si è voluto disfare del liquore probabilmente voleva semplicemente disfarsi di qualcosa da dove giustificare come “contrabbando” essendo la bottiglia con “buone probabilità” importata dall’Italia da una persona in stretti rapporti con una delle vittime.

Attualmente il Comitato parlamentare che vigila sull’operato dei servizi segreti e sulla sicurezza nazionale, Copasir, ha chiesto al governo di fornire dei chiarimenti. Della vicenda si occuperanno il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che ha la delega sull’intelligence, e la direttrice del Dipartimento che coordina le attività dei delle due divisioni dei servizi segreti, DIS, Elisabetta Belloni. I primi accertamenti hanno propeso per la tesi del tragico incidente.

Ciò che ha avvalorato in questi giorni la tesi di un complotto mirato all’eliminazione delle ex-spie, è il loro passato coinvolgimento nelle operazioni condotte da una squadra anti-mafia, che portarono all’arresto di Angelo Salvatore Stracuzzi, noto come “re del calcestruzzo”. L’arresto avvenne proprio in Tunisia lo scorso agosto. Secondo gli agrigentini, la cosca mafiosa in questione sarebbe quella degli affiliati di Licata. Per alcuni priva della capacità di “avvelenare un ex-agente segreto in Tunisia“. Sarebbe spiacevole scoprire il contrario e dover dare credito a nuovi metodi letali di Cosa Nostra. L’ulteriore conferma da fonti interpellate direttamente, benché non cambi il tragico esito dell’incidente insperato, può rassicurarci almeno su questo timore.

(Aggiornato 4 ottobre 2024, ore 17.00)

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