La guerra identitaria avviata dalla cancel culture progressista, il movimento che vuole cancellare e riscrivere la storia, si prepara a mettere nel mirino della sua folle battaglia ideologica George Washington. Il presidente della Convenzione costituzionale di Filadelfia (1787) e primo presidente eletto degli Stati Uniti d’America (1789) è già stato messo in discussione dalla furia iconoclasta che vuole cancellare la storia. Come riporta la rivista The National Interest, l’eredità politica e culturale di George Washington è stata messa in discussione dal San Francisco School Board, che alla fine dello scorso anno ha annunciato che avrebbe cambiato i nomi di quarantaquattro scuole del rispettivo distretto ritenuti “offensivi” e non al passo con i tempi. A farne le spese Abraham Lincoln, Paul Revere e George Washington, la cui eredità è stata definita “disonorevole”.

Il politicamente corretto colpisce i padri fondatori

George Washington, infatti, è una delle dozzine di personaggi storici che, secondo il comitato del distretto scolastico di San Francisco, hanno vissuto una vita così macchiata di “razzismo, oppressione o violazioni dei diritti umani”, da non meritare di avere il proprio nome su un edificio scolastico. “Lo sradicamento dei nomi e dei simboli problematici che attualmente ingombrano edifici, strade, in tutta la città è uno sforzo degno”, ha spiegato Jeremiah Jeffries, presidente del comitato e insegnante di prima elementare a San Francisco.

Come nota il San Francisco Chronicle, tuttavia, la storia non è sempre così chiara e limpida. Le persone sono complicate. L’eroismo e il coraggio possono essere oscurati da credenze e comportamenti ritenuti abominevoli al giorno d’oggi se visti attraverso la lente della modernità. E applicare al passato gli standard morali di oggi è spesso sinonimo di fondamentalismo e fanatismo. Lo stesso che anima questa assurda battaglia contro statue e simboli del passato. Contro la stessa storia degli Stati Uniti, in questo caso.

Perché George Washington non è certo un personaggio qualunque: è il primo presidente degli Usa, colui che fu il fautore fondamentale del rafforzamento dei poteri del governo federale. Non solo. Come ricorda l’Enciclopedia Treccani, la sua amministrazione riassestò le finanze pubbliche, favorì la creazione di un sistema bancario nazionale e rafforzò contro i nativi le frontiere occidentali dell’Unione, mentre in politica estera si preoccupò soprattutto di tenere il Paese lontano dai conflitti tra potenze europee. È il padre degli Stati Uniti, e niente e nessuno potrà cancellare questo.

Come siamo arrivati a questo punto?

Com’è possibile che un movimento fanatico e profondamente ignorante come quello della cancel culture riesca a fare breccia, soprattutto negli Stati Uniti e fra i più giovani? Come spiega the National Interest, diverse generazioni di americani sono cresciute con poca conoscenza dell’educazione civica e della storia americana e molti giovani americani hanno imparato la storia attraverso le opere di Howard Zinn. Zinn era uno storico di estrema sinistra il cui famoso libro, A People’s History of the United States (Storia del popolo americano dal 1942 ad oggi), ha creato un’immagine imperfetta e ingannevole della storia americana. Come molti altri storici di estrema sinistra, il mantra delle loro argomentazioni è sempre lo stesso, carico di moralismo posticcio: è tutta colpa dell’Occidente e dell’uomo bianco. E questa visione moralistica e semplicistica fa apparire la storia per quello che non è.

Ad esempio, Zinn ha trasformato Cristoforo Colombo in un mostro genocida che ha gettato le basi per il capitalismo sfruttatore nel Nuovo Mondo. Per questo motivo le statue di Colombo sono state prese di mira dalla cancel culture. In onore di Zinn, infatti, è nato il Zinn Education Project, che promuove nelle scuole una profonda revisione – in senso politicamente corretto, ovviamente – della storia americana. Meno “bianca”, più “meticcia” e secondo i rigorosi dogmi del politically correct.