Il prossimo 14 settembre l’Italia celebrerà il settecentesimo anniversario della scomparsa di Dante Alighieri, “padre” della cultura moderna della nostra nazione e in un certo senso dell’autoidentificazione dell’Italia come spazio comune, plasmato a partire dalla definizione, tutt’altro che banale, di un primo preciso canone idiomatico. Perché se è vero che già nella Roma imperiale di Ottaviano Augusto si poté iniziare a precisare l’esistenza di un’Italia intesa come spazio geopolitico, è solo a partire dal Medioevo che l’autopercezione dell’Italia, divisa politicamente dalla calata longobarda nel VI secolo fino al 1861, iniziò a definirsi.

L’elemento linguistico è importante anche ai giorni nostri per definire concretamente il soft power di una nazione e, nell’era della globalizzazione, acquisire un vantaggio competitivo in determinati settori che può contribuire a ricadute d’ordine diplomatico, commerciale, strategico. In una parola, geopolitico. Potenze come Regno Unito e Francia lo hanno capito da tempo, come già del resto Winston Churchill aveva da un lato inteso parlando di destino comune delle English-speaking countries e Charles de Gaulle e i suoi epigoni della Quinta Repubblica, dall’altro, ripreso cercando di plasmare attorno alla Francophonie un tratto di continuità tra Parigi e il suo ex impero coloniale africano. Certamente l’Italia non ha un passato imperiale o coloniale paragonabile a quello di Londra o Parigi, ma l’italiano è forte di una capacità di proiezione collegato al ruolo di superpotenza culturale del Belpaese.

L’italiano è oggigiorno la lingua franca di una vera e propria potenza diplomatica e spirituale come la Chiesa cattolica; è la lingua del melodramma, del teatro e di autori che, oltre a Dante, hanno estimatori su scala planetaria. Giovanni Boccaccio, Giacomo Leopardi e Antonio Gramsci, per fare esempi eterogenei tra loro, vantano decine di milioni di lettori che si approcciano alle loro opere spesso interessati alle edizioni e agli studi originali; inoltre, l’italiano si riflette sulla grande pervasività del nostro Paese come meta turistica e culturale e sulla sua intrinseca attrattività. Nel 2017 fece molto parlare di sé la proposta del Presidente della Società Dante Alighieri Andrea Riccardi di istituire una sorta di “Commonwealth italiano” a cui parteciperebbero “solo alcuni Stati, ma anche Paesi, regioni, città del mondo interessati a mantenere un legame con l’Italia. L’imprenditore ed ex presidente della Regione Lombardia Piero Bassetti ha definito come “italici” coloro che mantengono, anche senza un diretto collegamento etnico o di sangue, un interesse pervasivo per la cultura, la storia, le tradizioni della Penisola. In quest’ottica la proposta di Riccardi ha pienamente senso e valore strategico.

Bassetti ritiene che fuori dalle nostre frontiere sussista un sentimento di appartenenza al sentimento dell’italianità in numerosissimi soggetti non legato all’Italia da questioni burocratiche o dal classico passaporto. Gli italiani hanno irrorato e fertilizzato la soggettività dei cittadini di tutti i paesi del mondo: se si assumesse la presenza di “comunità di sentire”, si comprenderebbe come il modo di vivere italiano non finisce ai confini nazionali, ma si presenta in versioni più o meno sfumate in diversi luoghi del mondo.

Sarebbero circa 250 milioni, secondo Bassetti, le persone legate nel mondo alla presenza storica dell’italianità. Gli “italiani d’Italia” sono qualcosa di molto diverso dagli italiani all’estero e dagli eredi degli emigranti e dei simpatizzanti italiani distribuiti nel mondo. Per Bassetti rendere consapevoli i portavoce dell’italianità all’estero potrebbe portare a un procedimento simile a quello compiuto dalla Gran Bretagna attraverso la costituzione del Commonwealth, chiudendo così il cerchio aperto da Riccardi. Nel mondo il prestigio dell’Italia cresce perché la gente ha scoperto nel nostro modo di stare al mondo (cucina, design, letteratura, moda e così via) un’estrazione di elementi valoriali e senzienti che, applicati a soggetti individuali diversi, hanno portato al riconoscimento di una comune tradizione storica. E la lingua può essere il fattore abilitante per permettere un punto di riconoscimento tra gli italofili di tutto il mondo e una nazione che, vista sul profilo idiomatico, si scopre più omogenea e coesa rispetto a diversi parigrado europei.

Settecento anni dopo la morte di Dante “il bel Paese dove il sì risuona” può e deve approcciarsi alla globalizzazione in maniera proattiva e decisa, evitando che la parallela sovrapposizione tra la perdita del suo estero vicino e le pressioni omologanti sul piano culturale e dei consumi facciano venire meno e deteriorino il bacino di opportunità legato all’indubbio prestigio dell’Italia nel mondo che attraverso la valorizzazione della lingua come strumento di proiezione nazionale può essere opportunamente sfruttato. In quest’ottica, lascia ben sperare la recente scelta del governo Draghi di provvedere all’istituzione della Direzione generale per la diplomazia pubblica e culturale nel contesto della Farnesina. Nella speranza che possa diventare un polmone di proiezione e valorizzazione del nostro idioma nazionale. Cruciale per il ruolo geopolitico dell’Italia nel mondo.

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