Il Covid ha sovvertito, oltre alle nostre abitudini di ogni giorno, anche le nostre priorità, i nostri valori, e la nostra visione del quotidiano. Da qualsiasi prospettiva si voglia vedere la pandemia, questa è stata a tutti gli effetti una rivoluzione. E uno degli aspetti meno discussi ma forse più paradigmatici e rivelatori di come l’epidemia abbia cambiato anche i più indissolubili e saldi legami; è il rapporto genitori e figli al tempo del coronavirus.

Lunedì, sul quotidiano la Repubblica, è stata pubblicata la lettera di un uomo, padre di due figli di cui uno liceale e l’altro studente universitario fuori sede, che raccontava di come la sua fobia per il virus l’abbia spinto oggi a non desiderare di vedere e avere contatti con i suoi ragazzi. Un timore che il genitore giustifica nel suo scritto spiegando che entrambi i figli, sia quello adolescente che quello che vive a Bologna dove frequenta l’università, hanno rapporti con coetanei e amici e che quindi il vederli, salutarli e passare del tempo con loro è divenuto un momento di angoscia e preoccupazione perchè, come lui stesso ha dichiarato, entrambi i suoi figli, ai suoi occhi, sono degli ”untori in potenza”.

Una lettera sofferta, e forse anche espiatoria, quella del padre che ha cercato, attraverso le colonne di uno dei quotidiani più letti d’Italia, di esternare il senso di colpa e di frustrazione per desiderare la separazione dai propri ragazzi. Un paradosso il desiderio di un genitore di non avere contatti con i suoi figli? O forse un comportamento inconsueto prima della pandemia ma oggi nella norma delle illogicità a cui questa epidemia ci ha sottoposti? Dare una risposta non è possibile e giudicare o biasimare nel momento in cui si tratta della salute personale non è opportuno e forse nemmeno lecito farlo; quel che però occorre fare, per conoscerci e capire meglio chi noi siamo e chi siamo diventati, è prendere in esame il rapporto padri e figli durante un’altra epidemia, quella di ebola nella Repubblica democratica del Congo, dove invece, il problema che si presentava durante il propagarsi dell’infezione era esattamente l’opposto: l’incapacità dei genitori di separarsi e allontanarsi dai propri figli anche quando questi erano positivi.

Nel Centro di Trattamento di Beni, l’epicentro dell’epidemia di ebola nell’estate del 2019, un fuoristrada con i vetri oscurati trasportava una madre con in braccio una bambina di neanche un anno. La madre stringeva a sé la figlia, non voleva consegnarla agli operatori sanitari che si protendevano all’interno del fuoristrada per prenderla in consegna e provare a somministrarle una disperata e forse tardiva cura. La madre, che era sopravvissuta al virus, sapeva che, con ogni probabilità, per la bambina non ci sarebbe stato nulla da fare e continuava ad accarezzarla e abbracciarla, cercando così di allontanare il più possibile il momento in cui avrebbe dovuto lasciarla nelle mani dei medici e probabilmente separarsi da lei per sempre.
”Uno dei problemi più complessi che abbiamo dovuto affrontare è stato quello della separazione e dell’allontanamento. Dal momento che ebola è una malattia altamente infettiva e il contatto con i fluidi biologici di una persona infetta, e soprattutto con i corpi dei defunti, provoca la trasmissione del virus, alla popolazione è stato impedito di avere contatti con i parenti infetti e di poter vestire, lavare e accarezzare i corpi dei morti durante la cerimonia funebre. E’ stato un provvedimento estremamente traumatico per la popolazione perchè questa si è vista privata anche dell’estremo atto di cordoglio”. In questi termini Jeanpaul Kapitula, capo della protezione civile di Beni, spiegava nei giorni della diffusione della malattia, come il distanziamento imposto per evitare la diffusione dei contagi avesse provocato dei traumi a livello sociale. Per offrire quindi la possibilità ai parenti di poter vedere i propri cari mentre questi erano ricoverati, erano state allestite all’interno del centro di trattamento dell’ebola delle stanze trasparenti chiamate cubi e poi era stata avviata una procedura straordinaria per permettere lo svolgimento delle sepolture in una maniera tale per cui ai parenti era data la possibilità di poter dare almeno un estremo saluto, in sicurezza, al proprio caro.

Una piccola bara era all’interno del cortile dell’obitorio e distanza di due metri decine di persone salutavano per l’ultima volta la piccola Lily di soli tre anni. La madre guardava la foto della bambina e la baciava e la bagnava con le lacrime continuamente. Gli operatori predisposti alla cerimonia funebre dopo pochi minuti allontanavano i presenti, sterilizzavano il feretro che poi veniva portato al cimitero cittadino. E’ qui che il padre e la madre si lasciavano travolgere dalla disperazione più assoluta e sii avvicinavano alla tomba dove era stata deposta la piccola bara per gettarsi all’interno e abbracciare ancora per una volta la loro bambina. Il padre e la madre venivano fermati dai presenti e restavano sul bordo di quella fossa, costretti ad accettare la separazione che è un abisso d’ombra in cui scontare la propria condanna di sopravvissuti.

Diverse epidemie, diverse reazioni ma forse una conclusione sola: che la presenza dei genitori dei figli, dei fratelli e dei nipoti è quanto di più prezioso abbiamo. Occorre responsabilità da parte di tutti, certo, occorre attenzione e uno sguardo sempre rivolto all’altro oltre che a noi stessi, assolutamente, ma non bisogna farsi sopraffare dalla paura di chi abbiamo vicino essendo i nostri affetti il vaccino unico e universale contro lo stillicidio della rassegnazione. Sono i nostri cari , i nostri nipoti, i nostri fratelli, i nostri i genitori i più solidi argini contro la solitudine e sono coloro che con le loro chiamate e con gli incontri a intermittenza, durante questi 12 mesi, ci hanno permesso di assaporare il gusto perduto del domani e hanno fatto si, con la loro vicinanza, che le nostre case, i luoghi del nostro privato, siano stati sicuri rifugi e non fredde prigioni in cui isolarsi e coltivare il terribile germe dell’indifferenza e della separazione.