In Corea del Sud il 25% delle donne di età compresa tra i 19 e i 29 anni e il 31% di quelle tra i 30 e i 39 si sono sottoposte ad almeno un intervento di chirurgia plastica. Il tasso nazionale di operazioni è pari a 74 per ogni 10mila abitanti: il più alto del pianeta. Le cliniche del Paese ne effettuano circa 1,2 milioni all’anno e generano un fatturato monstre di circa 5 miliardi di dollari.
È per statistiche del genere che Seoul viene soprannominata la “capitale mondiale della chirurgia plastica”, un settore controverso che rappresenta un vero pilastro dell’economia nazionale coreana, oltre che un fenomeno culturale che potrebbe presto rischiare di sfuggire di mano. Il recente obiettivo del ministero della Salute e del Welfare consiste nell’attirare in Corea del Sud circa 700mila pazienti stranieri da qui al 2027. La strada imboccata dal Paese sembrerebbe essere quella giusta, visti i 606mila turisti medici del 2023 che dall’estero hanno scelto di mettere il loro corpo nelle mani dei chirurghi sudcoreani (+144,2% rispetto al 2022).
La chirurgia estetica della Corea del Sud
Il fenomeno della chirurgia estetica made in Korea presenta luci e ombre. Da una parte, certo, mette in risalto il potere globale delle eccellenti cliniche presenti nel Paese, ma dall’altro lato questa tendenza accende i riflettori sugli standard di bellezza irrealistici, richiesti da una società caratterizzata da una feroce concorrenza, e sempre più cercati da giovani e giovanissimi.
I coreani hanno una visione di amore/odio nei confronti di un settore che sembra quasi giustificare le pressioni sociali sull’immagine perfetta richiesta a chiunque desideri frequentare un college prestigioso, entrare nel mondo del lavoro o addirittura trovare un coniuge.
Nella cultura popolare nazionale, gli standard di bellezza coincidono con un viso piccolo e giovanile a forma di V, sopracciglia simmetriche, un corpo molto magro e doppie palpebre. La chirurgia della doppia palpebra, per esempio, come definita dalla Stanford Medicine “crea una piega palpebrale che porta a un occhio più grande e più simmetrico, a forma di mandorla”, ed è una delle più popolari in Corea.
Non è un caso che le pareti delle stazioni della metropolitana di Seoul siano tappezzate di gigantesche pubblicità di cliniche di chirurgia plastica. Molte raffigurano i volti di donne bellissime, appena operate, mentre altre propongono confronti tra le facce di persone non ancora sottoposte a chirurgia e le loro stesse facce post intervento.
Le cliniche della bellezza
È soltanto a causa dei modelli di bellezza proposti dalle superstar del cinema e del pop che le persone sognano di mettere il loro corpo in mano ad un chirurgo e subire uno o più interventi? In parte.
C’è infatti da considerare, per quanto riguarda la Corea del Sud, anche l’importante ruolo giocato dalla cultura confuciana di cui è impregnata la società di questo Paese.
Nella dottrina morale e sociale del confucianesimo – che a queste latitudini ha più o meno la stessa influenza che il cristianesimo ha in Occidente – la ricerca della virtù individuale consente al singolo di progredire verso l’armonia di gruppo. Dunque, sapersi presentare agli altri nel miglior modo possibile per non “perdere la faccia” è essenziale per garantire una forma di ordine sociale.
Tutto questo, oggi, nell’era dell’immagine e dei social network, si è tradotto con l’interesse dei sudcoreani – sia uomini che donne – di prendersi estrema cura del loro aspetto esteriore.
Il gotha della chirurgia estetica della Corea del Sud si trova nel quartiere di Gangnam, a Seoul, dove centinaia di cliniche occupano più o meno un paio di chilometri quadrati: eccola la Mecca dei turisti chirurgici, attratti dalla cultura pop coreana, ormai in grado di influenzare musica e cinema così come di ridefinire i canoni di bellezza.
È difficile per chiunque resistere al bisturi quando gli onnipresenti manifesti pubblicitari della capitale sudcoreana martellano i potenziali clienti con slogan emblematici: “L’hanno fatto tutti tranne te”. Inteso: l’intervento chirurgico.
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