Franco Di Mare non c’è più, è morto. E nel peggiore dei modi. La guerra gli ha scavato, silente, in questi anni, fin dentro ai polmoni. A dirlo non sembra neanche vero per una generazione di giovani giornalisti che aveva sognato di essere come lui. Ma non perché fosse un Superman egoriferito che spavaldo raccontava la guerra, ma perché, agli occhi dei bambini degli anni Novanta che guardavano la tv cercando di capire certe immagini, Di Mare appariva come un uomo normale, nella sua divisa da uomo comune e non da istrione del teleschermo: in maniche di t-shirt, gilet mille tasche e jeans ha raccontato il più atroce dei conflitti vicini a noi. Partenopeo, classe 1955, Di Mare approdò in Rai nel 1991 diventando inviato di guerra prima per Tg2 e poi per il Tg1. Dei suoi meriti giornalistici e della sua classe d’altri tempi sarebbe fin troppo pleonastico parlare: ciò che, invece, di Franco Di Mare non bisogna dimenticare è il gesto più bello che l’uomo ha compiuto, che vale più di qualsiasi Pulitzer.
Era l’estate del 1992 quando Di Mare si trovava in Bosnia per documentare il conflitto per conto della Rai. Quando raggiunse Sarajevo, gli sguardi dei colleghi stranieri che rientravano erano veloci e febbrili, avrebbe detto. Una settimana in quell’inferno, in termini di tensione valeva un mese a Mogadiscio e almeno 3 a Maputo. Tutti avevano l’aria di chi non vedeva l’ora di salire sull’aereo e di atterrare presto in un altro posto qualunque purché lontano. Ed è proprio a Sarajevo che venne raggiunto dalla notizia di una bomba abbattutasi su un orfanotrofio. Il sentore del cronista scelse di andare a documentare quella guerra nella guerra, quella dei bambini. Perché alla fine del conflitto, nel 1995, dei 250mila civili uccisi, restarono uccisi circa 16mila bambini. Il luogo in cui Di Mare incontrò per la prima volta la donna della sua vita aveva tutt’altro che gli odori dell’infanzia. “Un tanfo dolciastro e acido, un misto di sudore, urini, batteri in decomposizione e borotalco“. Culle che contenevano almeno 3 bambini ciascuno.
L’operatore che era con lui si soffermò su una bimba brunetta sorridente. L’unica, in quel mortorio per l’infanzia. “Quant’è bella!” disse al collega, chiedendogli di prenderla in braccio per farle un primissimo piano. Capelli scuri, ciglia lunghe. Il giornalista Di Mare in quel momento pensò fosse un’ottima idea: il primo piano con il quale chiudere il servizio, per raccontare su chi venissero tirate davvero le granate da parte delle milizie. Era goffo e impacciato: a mancargli era l’abitudine e la consuetudine nel “maneggiare” i bambini che non aveva avuto. Franco -l’uomo- raccontò che per rendere meglio quell’inquadratura, e non venirne coinvolto, dovette scostare il corpo la bambina di circa 20-30 cm dal suo, quel tanto che bastava. In quel momento la bambina allungò il braccio: un gesto istintivo? Una richiesta? Un segno? Chi può saperlo. Fu la fine. Quel braccio gli s’infilò piano dietro il collo e sembrò quasi a chiamarlo a sé. Da allora turbamento e inquietudine, una sensazione sconosciuta, travolsero l’uomo e il giornalista.
In quell’orfanotrofio di quella città crivellata dai colpi, l’occhio-vagamente cinico e curioso del cronista-sarebbe cambiato per sempre. Di Mare aveva 35 anni e aveva lasciato in Italia una sorta di crisi interiore accanto agli scampoli di un matrimonio ormai fallito. Era il momento peggiore per innamorarsi di una bambina e voler fare il padre. “Ci capimmo subito” amava ripetere quando raccontava di “colei che l’ha salvato“, cosa che teneva a ricordare con immensa gratitudine. Quel piccolo esserino che a 10 mesi aveva conosciuto tutto il peggio che gli adulti e l’umanità possano partorire, incrociò il suo sguardo. Ignorarlo avrebbe significato portarsi quegli occhi grandi dentro per sempre con un enorme magone. Una fra tanti. Una su migliaia, su milioni. Non ci pensò due volte quando, accertato che la bambina non avesse nessuno al mondo, scelse di fare una pazzia. Una pazzia la cui saga burocratica è degna di un film d’azione. Ci riuscì, grazie al contributo della Croce Rossa, all’aiuto di amici e amici degli amici, delle autorità, chiedendo, osando, provando e rischiando, grazie all’ostinazione di un padre che ancora non sapeva di essere.
Quando arrivarono in Italia sani e salvi, diventarono Franco e Stella, padre e figlia. Iniziava un lungo cammino fatto di carte bollate, di difficoltà, di dubbi, perfino di critiche. Con il riserbo e l’eleganza che lo contraddistinguevano non ha mai raccontato quella storia fino a quando non divenne di dominio pubblico per via di Non chiedere perché, il romanzo che scrisse per Rizzoli nel 2011. Non parlò di sé in prima persona, trasformandosi in Marco, il suo alter-ego letterario che Beppe Fiorello portò in scena ne L’angelo di Sarajevo nel 2015.
Si dice che chi salva una vita salva il mondo intero. Quel giorno a Sarajevo Franco Di Mare di vite ne ha salvate due, la sua e quella della sua Stella Di Mare.
Che ne tengano conto, lassù.
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