Da diversi anni la Francia è il paese più colpito dal terrorismo islamista che imperversa nel Vecchio Continente. A Parigi, ma anche a Nizza, sono stati compiuti fra gli attentati più sanguinosi della storia recente europea, sullo sfondo delle periodiche rivolte urbane nei “quartieri difficili”, nelle banlieu a maggioranza afro-araba, e del vaso di pandora, ormai scoperchiato, della pericolosa infiltrazione jihadista nelle fondamenta della repubblica: forze dell’ordine e forze armate.

Recentemente, il presidente francese Emmanuel Macron, ha parlato della minaccia esistenziale rappresentata dal “separatismo islamista“, che rischierebbe di minare l’unità e l’integrità territoriale della nazione per via della proliferazione di stati paralleli, degli stati all’interno dello stato, zone grigie dove la shari’a ha il sopravvento sulla legge della repubblica.

La realtà delle enclavi etniche, dove segregazione e mancata integrazione facilitano la diffusione di criminalità e radicalizzazione religiosa, è tanto grave da non potere più essere nascosta, tanto che è lo stesso presidente a parlarne in pubblico, rompendo il tabù di toccare un tema che fino ai tempi recenti era stato monopolizzato dal discorso del Rassemblement National (ex Front National). È arrivato, perciò, il momento di fare il punto della situazione.

L’esercito invisibile dei territori perduti

Stando ad un documento proveniente dalla Direction générale de la Sécurité intérieure (DGSI), i servizi segreti francesi, e reso noto lo scorso gennaio, nel paese sarebbero attualmente 150 i quartieri, prevalentemente banlieu e zone-dormitorio, fuori dal controllo delle istituzioni e comandati da reti più o meno informali legate al jihadismo e all’islam radicale. Sono i quartieri di cui Macron ha paura, dove la shari’a ha già sostituito le leggi civili della repubblica, e dove la carenza di prospettive di mobilità sociale e integrazione ha creato delle bombe ad orologeria che periodicamente esplodono, lasciando a terra morti e feriti.

I 150 quartieri sotto la lente degli investigatori sono spalmati nell’intero paese, da Parigi a Lione, passando per Marsiglia, Nizza e Tolosa, e il problema si sta rapidamente diffondendo dalla Francia metropolitana alle aree rurali, periferiche, per via della migrazione interna. Nei territori perduti, come sono stati ribattezzati, le forze dell’ordine intervengono con estrema cautela, onde evitare di accendere le proteste degli abitanti che potrebbero dar luogo a guerriglie urbane come quelle del 2005 e del 2017, ma gli operatori della sanità e dei trasporti pubblici affrontano gli stessi problemi. A maggio dell’anno scorso fece scalpore la notizia di un autista della Ratp, di fede salafita, che si era rifiutato di far salire una donna sul mezzo perché indossante una minigonna.

Sono le moschee e i centri culturali islamici i punti di riferimento della vita quotidiana e comunitaria dei territori perduti, e aumentano numericamente di anno in anno, creando dei sistemi a base territoriale simili a quelli delle parrocchie cattoliche. A Tolosa, nel quartiere Reynerie, sono presenti quattro moschee in un’area di 2 kilometri quadrati, e a Parigi, nella sola area di Saint-Denis, ne operano sette ufficialmente.

È dai territori perduti che proviene la stragrande maggioranza dei circa 2mila francesi arruolatisi nelle file dello Stato Islamico dallo scoppio della guerra civile siriana ad oggi. 2mila, una cifra enorme, che rende la Francia il paese europeo più colpito dalla radicalizzazione, insieme a Belgio, Gran Bretagna e Germania.

Questi 2mila combattenti stranieri rappresentano soltanto la punta dell’iceberg, perché sotto la sorveglianza delle autorità si trovano attualmente circa 15mila persone fra radicalizzati, terroristi comprovati o presunti ed imam estremisti. Questo esercito invisibile, i cui soldati escono periodicamente dall’ombra per consumare attentati, è spalmato sull’intero territorio nazionale che, nel complesso, presenta circa 750 zone a rischio, sensibili e vulnerabili alla proliferazione del fondamentalismo islamico poiché caratterizzate da alti tassi di criminalità, disoccupazione e alti indicatori di degrado sociale.

Sottomissione: distopia realistica?

Francia, 7 gennaio 2015, una data simbolica: un commando di terroristi irrompe nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, noto per le caricature dissacranti ed offensive sul profeta Maometto, lasciando a terra 17 morti; nello stesso giorno, nelle librerie del paese inizia la distribuzione di “Sottomissione“, un romanzo fantapolitico e distopico firmato da Michel Houellebecq. Il libro diventerà rapidamente la novità editoriale dell’anno, sia in Francia che all’estero, raccontando l’ascesa di un partito islamista alle elezioni presidenziali francesi del 2022 e la conseguente islamizzazione multidimensionale del paese.

Il libro di Houellebecq è una feroce critica contro la passività compiacente dei partiti tradizionali del paese nei confronti dell’islam politico e del nichilismo imperante nella società, ma il suo contenuto è tutt’altro che fantapolitico. I partiti islamici sono già una realtà in Francia, così come nel vicino Belgio, e, sebbene continuino ad essere completamente irrilevanti sulla scena nazionale, stanno conseguendo degli importanti traguardi nelle dimensioni locali.
L’Unione dei Democratici Musulmani Francesi (Umdf), legata al Partito Musulmano di Nagib Azergui, è il caso più emblematico. In occasione delle europee del 26 maggio 2019, la lista dell’Umdf raccolse complessivamente lo 0,13% di preferenze, ma in alcune periferie parigine conquistò quasi il 10% ed in alcuni comuni fino al 15%.
Tenendo in considerazione le dimensioni della comunità musulmana francese, verosimilmente compresa fra i 5 e i 10 milioni di persone, e la crescente influenza esercita dalle reti islamiche sul territorio, fra attivismo civile, welfare e mobilitazione politica, non è assurdo credere che nel vicino futuro, magari nel prossimo decennio, possa emergere un partito capace e volente di dare voce alla umma d’oltralpe, di conquistarne il favore e, quindi, avere i numeri necessari per entrare in Parlamento.