Feste dell’emigrazione: così l’Italia celebra, tra gioia e malinconia, i figli che dovettero partire

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Non tutti sanno che esiste un’Italia al di fuori dell’Italia. Non parliamo di un’entità geografica, naturalmente, ma di uomini, donne, bambini e bambine che – sparsi in giro per il mondo – portano ciascuno un pezzetto di Belpaese dentro il cuore. Al 31 dicembre 2022, data dell’ultimo rilevamento ufficiale dell’AIRE [Anagrafe degli italiani residenti all’estero], gli italiani nel mondo sfioravano i 6 milioni. Per la precisione, erano  5.933.418. E parliamo di quelli iscritti appunto all’AIRE, ovvero coloro che hanno svolto tutte le pratiche per poter avere, tra i vari benefici, il diritto di voto. Se poi parliamo degli italiani effettivamente espatriati, il numero senz’altro aumenta, ma in questo caso non ci sono numeri attendibili.

Un fenomeno di massa

Oggi come ieri, la mobilità è dovuta principalmente a fattori professionali. Si parte in cerca di un lavoro – e di uno stile di vita – migliore. Ma se oggi l’allontanamento, per quanto netto, è reso meno amaro dalle possibilità pressoché illimitate di mettersi in contatto con i propri cari rimasti in Italia, proviamo a immaginare cosa dovesse significare – tra la fine dell’Ottocento, fino a buona parte del Novecento – fare i bagagli e lasciare la casa, i genitori, talvolta i figli e partire. Il più delle volte, l’emigrato restava tale. Una figura mitica persino per i famigliari, un ricordo sempre più sbiadito. Alla fine, quando più nessuno restava a ricordarlo, un fantasma.

A subire il fenomeno massiccio dell’emigrazione sono stati soprattutto i centri più poveri. Le grosse ondate migratorie hanno avuto luogo a fine Ottocento e poi, dopo un periodo di relativa stasi, negli anni Dieci/Venti del Novecento e, di nuovo, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Interi paesi del Meridione, del Centro e del Nord Italia spopolati nel giro di poche generazioni.

Festeggiare chi se n’è andato

Forse è per esorcizzare la malinconia, o magari per combattere uno spopolamento che è sempre in agguato come una belva feroce, che proprio in quei paesi che dall’emigrazione sono rimasti segnati si celebrano con maggiore fervore e impegno i concittadini che – in tempi lontani di cui spesso nessun testimone vivente è rimasto – hanno preso il largo in cerca di fortuna. E l’estate è senz’altro il periodo più indicato. Più o meno ovunque queste manifestazioni prendono il nome standard di “festa del migrante” o “dell’emigrazione”, da non confondere con quella istituita il 3 ottobre. Qui parliamo di feste locali, intime, personali.

80 milioni di italo-discendenti

Il 2024, poi, per la Farnesina è “l’anno delle radici italiane”. Con il progetto Italea, infatti, si è data concretezza a quel “turismo delle radici” che è uno dei cavalli di battaglia del nostro ministero degli Esteri. Grazie ai fondi del PNRR, i comuni che ne hanno fatto richiesta entro il 2023 hanno potuto godere di un notevole supporto per organizzare viaggi e accoglienza di quei “turisti delle radici” che sono gli italiani di seconda, terza, anche quarta generazione che dai paesi dove sono nati possono tornare a scoprire i luoghi in cui hanno vissuto i propri nonni prima di emigrare. Un progetto che si rivolge a un bacino di italo-discendenti che, secondo le stime della Farnesina, stima le 80 milioni di persone.

Ma accanto a queste forme di turismo organizzato, che senz’altro rappresenta un asset economico non indifferente (nel 2018 il flusso economico in entrata generato dal Turismo delle Radici è stato pari a circa 4 miliardi di euro), la “festa dell’emigrato” – ovunque si tenga – resta un appuntamento intimo, non privo di una buona dose di folklore, dove sacro e profano vanno immancabilmente a braccetto e dove a essere protagonisti sono i prodotti locali.

Paese che vai, festa che trovi

Scriveva Cesare Pavese ne La luna e i falò: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Ed è proprio questo il senso di celebrare il fenomeno migratorio. Una sorta di patto tra chi è rimasto e chi non c’è più, un patto che si rinnova di generazione in generazione, fin quando un paese qualsiasi avrà anche un solo abitante.

Se quindi questa estate la passerete a scoprire le bellezze dell’Italia, fate attenzione ai programmi delle feste dei paesi che visiterete. Noi, per esempio, vi possiamo consigliare di non perdere il 20 agosto la festa che si terrà a Montelapiano, in provincia di Chieti, paese che conta 70 anime in loco e 700 in giro per il mondo. Da segnare per il prossimo anno l’appuntamento a luglio a Ottone, nel piacentino, dove da diversi anni si tiene una festa di grande successo. Se ad agosto vi troverete in Sardegna, andate a Villanovaforru e a San Gavino Monreale, dove ad agosto si celebrano i concittadini emigrati; a Tonezza nel Cimone (Vicenza) la festa si è tenuta pochi giorni fa. Insomma, la scelta è tanta e dislocata più o meno ovunque lungo lo Stivale. E chissà, magari approfondendo la storia dell’emigrazione del vostro paese o della vostra città scoprirete anche voi di avere il tanto agognato zio d’America.