Da L’viv – Che la situazione in Ucraina sia in stallo da mesi è evidente; eppure, più che a una paralisi geopolitica, assomiglia a un’“avanzata tartaruga”. L’esercito russo continua l’invasione iniziata il 24 febbraio 2022, mentre i civili, a Est come a Ovest, cercano di riappropriarsi della quotidianità sotto la minaccia di sciami di droni che sempre più spesso non vengono intercettati. Intanto il freddo, aggravato dagli attacchi alle infrastrutture elettriche, ha già causato secondo il Guardian 10 vittime e 1.469 ricoveri tra dicembre e gennaio per ipotermia, mentre i negoziati discussi dopo gli incontri di Abu Dhabi, Istanbul e Ginevra restano lontani da una svolta concreta. A quattro anni dall’invasione su larga scala, migliaia di persone vivono sotto occupazione russa, altre sono sfollate o detenute, altre combattono al fronte. 

A pagare il prezzo più alto sono i più fragili, soprattutto i bambini: secondo l’UNICEF, il 70% non ha accesso ai servizi essenziali e 3,5 milioni sono privati di cure, istruzione e spazi sicuri, con gravi conseguenze sulla loro salute mentale.

«Il tipo di trauma e di ferita emotiva che riscontriamo nei più giovani, in particolare nei bambini, non è descritto in nessun capitolo del DSM-5 (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali)», spiega Roksolana Yurchyshyn, neuropsichiatra infantile di 37 anni presso lo St. Nicholas Hospital a L’viv che con il suo team dal 2022 lavora nella riabilitazione psicologica di bambini e adolescenti feriti dalla guerra. 

Il suo ufficio è una piccola porta bianca che si affaccia su un lungo corridoio, dove decine di bambini e adolescenti attendono il proprio turno insieme ai genitori. Ogni mezz’ora circa, le porte degli studi delle psicoterapeute e delle psichiatre si aprono al paziente successivo. Un bambino dondola le gambe dalla sedia; la sinistra, dal ginocchio in giù, è una protesi decorata con adesivi di personaggi dei cartoni animati.

«La guerra è un catalizzatore del disagio psichiatrico in un’età in cui si costruisce la fiducia verso il mondo e il futuro. L’instabilità e la privazione stanno generando traumi sempre più stratificati». I dati sembrano confermare questa lettura: un bambino su tre riferisce di sentirsi così triste o senza speranza da non riuscire a svolgere le normali attività quotidiane, mentre un’ampia indagine sugli adolescenti mostra che circa il 32% presenta sintomi di depressione moderata o grave (UNICEF).

Alla domanda se esista un orizzonte temporale compatibile con la cura di quello che definisce un trauma generazionale, una ferita sociale capace di influenzare comportamenti e percezioni delle generazioni successive, Roksolana scuote la testa. «Forse non finiremo mai. A partire dal 2014, con le proteste di Maidan, questo Paese vive in uno stato di incertezza e quello che vediamo oggi è il sovrapporsi di più traumi generazionali, che ora emergono sotto forma di disturbi psichici anche molto gravi in età precoce».

La storia di Ivan

Tra i suoi pazienti c’è Ivan (nome di fantasia), otto anni, a cui è stato diagnosticato un disturbo alimentare. «Quando è arrivato, era molto sottopeso e con un rapporto complicato con il cibo», aggiunge. È arrivato in reparto accompagnato dalla madre, con cui vive da tre anni a L’vivdopo essere fuggito da Zaporizhzhia durante uno dei primi attacchi. La sua è una storia come tante: il padre è al fronte e la famiglia si era già trasferita a Zaporizhzhia dopo aver lasciato la Crimea nel 2014. Nella speranza di poter tornare indietro, la madre non ha mai iscritto Ivan a una scuola di L’viv, il bambino segue le lezioni online da tre anni con la scuola di Zaporizhzhia, nonostante in città sia possibile frequentare in presenza. 

«È uno di quei casi in cui le ferite si sovrappongono: la paura dell’abbandono, il disagio dello sfollamento, la perdita del proprio luogo natale, il timore di perdere un genitore, l’incapacità di reintegrarsi alimentata dalla speranza di tornare indietro. È molto, per un bambino». Da quando Ivan ha avuto accesso a questo servizio, però, il suo rapporto con il cibo sta migliorando e, seppur con fatica, lui e la sua mamma si stanno integrando nella comunità locale. 

Quando le chiedo come riesca ad affrontare emotivamente le sfide che il suo lavoro comporta, sospira: «È una domanda a cui faccio fatica a rispondere. Credo di essermi aggrappata con tutte le mie forze al presente. Non mi aspetto la fine né un peggioramento del conflitto: faccio ciò che posso per formarmi e supportare con la mia professione le nuove generazioni. È difficile parlare di futuro qui, ma voglio ancora credere che ce ne sia uno per questi ragazzi».

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