Era il 1966 quando sul grande schermo Alberto Sordi interpretava il ruolo di Tullio Conforti, imprenditore romano, cinquantenne di successo, alle prese con una sorta di harem fatto di figli, figliastri, moglie e amanti. Tullio, contrario al divorzio per motivi religiosi, nella realtà è di fatto separato da sua moglie con la quale si lascia andare ancora a qualche nostalgia romantica, ma nulla di più: lei stessa ha ormai un altro amore ben nascosto tra gli arazzi del salotto buono. Tullio è l’apoteosi dell’uomo di successo che vive immerso nell’ipocrisia quotidiana dell’Italia benpensante, in cui si alternano, senza mai incrociarsi, fidanzate e amanti: la ragazzina spregiudicata e l’hostess svedese, la giovane ragazza madre da cui ha avuto una bambina fuori dal matrimonio, così come uno strano trio composto da due gemelle e la loro madre. Scusi lei, favorevole o contrario fu il secondo film da regista per Sordi, che ne scrisse la sceneggiatura in collaborazione con Sergio Amidei: ne venne fuori un racconto neorealista dell’ipocrisia coniugale all’italiana, mentre sullo sfondo impazza il dibattito politico sul divorzio, che in quel preciso momento storico squarcia l’Italia.
A raccontare così da vicino i vizi privati e le pubbliche virtù delle coppie italiane ci era arrivato soltanto Pierpaolo Pasolini, con il suo Comizi d’amore del 1963, un’inchiesta giornalistica sugli italiani, l’amore e il sesso. Un film corale che raccontava l’Italia e che mescolava contributi di intellettuali e le risposte della gente comune diversa per età e condizione sociale. Un ritratto fedele, a tratti colmo di pudore e talvolta spregiudicato, che narrava anche di spose bambine, di matrimoni falliti, di figli “venuti al mondo come conigli” e soprattutto degli stereotipi nella coppia italiana. Era soltanto l’inizio di una fase in cui s’iniziava a dubitare del patriarcato, concedendo visioni alternative sul sesso, il matrimonio, la coppia, la genitorialità.
I due racconti, però, erano profondamente diversi: da un lato, il film di Alberto Sordi raccontava l’ipocrisia ma anche le scappatoie concesse alla classe altoborghese, che poteva risparmiarsi il pubblico ludibrio e perfino l’accusa penale di abbandono del tetto coniugale o di concubinato, comprando con il denaro la serenità quotidiana, costruendosi un’immagine pubblica ineccepibile. Il racconto di Pasolini, invece, attingendo dalla cultura dei subalterni, descriveva un mondo fatto di sofferenze e di semplici dolcezze, a tratti brutale a tratti struggente.
Se fino al 1° dicembre 1970 in Italia ciò che “Dio aveva unito l’uomo non poteva osare dividere“, la legge Fortuna-Baslini, fortemente voluta dalle sinistre italiane e osteggiata dalla Democrazia Cristiana, permise a tutti i cittadini, indistintamente, di mettere fine a una relazione coniugale non più soddisfacente. Anche se con molto ritardo rispetto ad altri Paesi, la contemporaneità giungeva nel Bel Paese come uno strumento ulteriore di autodeterminazione che metteva fine a lunghi secoli di oscurantismo che aveva ammantato le relazioni coniugali e che avevano permesso a una subcultura pervasiva come quella cattolica di mettere il naso fin sotto le lenzuola dei cittadini. Un grande strumento di libertà, insomma, figlio di quel postmaterialismo che era aggiunto durante il Secondo Dopoguerra e che aveva generato nuovi bisogni sociali e politici.
Una battaglia civile contro l’infelicità di Stato, che ha avuto tra i suoi prodi cavalieri non solo i deputati Loris Fortuna (PSI) e Antonio Baslini (Partito Liberale) ma la Lega per il divorzio, sostenuta da quel Partito Radicale al quale dobbiamo in questo Paese numerose conquiste di civiltà. A sua volta, il fronte per il divorzio nasceva già spaccato, trattandosi di una questione molto delicata. Infatti, fin da subito si era realizzata la forte cesura fra le frange più radicali (come quelle legate alla Lega per il divorzio, ai Radicali, al mondo femminista e ad alcune parti moderate del PCI), e quelle che chiedevano una trattativa con la Democrazia Cristiana.
Passò poco tempo perché la fronda antidivorzista riunisse le compagini refrattarie a questo cambiamento perché si cercasse di ricorrere al referendum che venne già depositato nel gennaio del 1971 presso la corte di Cassazione. Oltre 1.300.000 firme permisero di superare il controllo dell’Ufficio centrale per il referendum e dunque il giudizio di ammissibilità della Corte Costituzionale. A guidare il comitato promotore c’era Gabrio Lombardi, grande giurista di ispirazione cattolica: nella campagna contro il divorzio erano ormai schierati diversi intellettuali e politici italiani. Fra questi, sorprenderà il nome della senatrice Lina Merlin, la donna a cui dobbiamo la chiusura delle “case di tolleranza” (verso chi, poi?), ma anche la battaglia per cancellare dai documenti anagrafici l’infamante dizione di “figlio di nessuno”, stante a indicare lo stigma dei “figli della colpa”. Malgrado tutti i meriti della senatrice, Merlin fu una grande antidivorzista poiché considerava il divorzio non idoneo a fare gli interessi delle donne. Fu per questa ragione che condivise l’appello di 25 personalità cattoliche e laiche fra cui Giorgio La Pira, il filosofo Augusto del Noce e lo scienziato Enrico Medi, prima che in Italia “si affermasse la mentalità divorzista”. Una posizione che ancora oggi è difficile spiegare e che forse trovava la sua ratio nel tentativo di voler proteggere le donne, ancora svantaggiate economicamente nel matrimonio.
A questo si aggiungeva un’ulteriore confusione poiché, infatti, se la Democrazia Cristiana e il Movimento sociale si erano opposti alla legge sul divorzio, una parte del mondo cattolico appartenente a determinati movimenti più avanguardisti si era comunque dichiarata favorevole. Non giovò il fatto che il Vaticano avesse progettato un’idea di divorzio che fosse soltanto ammissibile per i matrimoni civili, ovvero quelle unioni non consacrate da Dio, lasciando il divorzio come ipotesi assolutamente vietata per i matrimoni concordatari ove andava protetta la sacralità dell’infelicità e delle corna. Un’idea che avrebbe messo in piedi non solo un sistema elefantiaco ma sufficientemente sciocca da incrementare furbamente il numero di matrimoni civili. Perfino l’inossidabile Amintore Fanfani preferì a questo punto la battaglia nelle piazze e nei dibattiti politici, anche se la sinistra della Balena bianca e la compagine al governo si tennero piuttosto defilate durante la campagna referendaria.
Così, il 12 maggio 1974, il referendum portò gli italiani a decidere sull’abrogazione della legge Fortuna-Baslini. Sono interessanti le cifre di quella speciale tornata elettorale: si recò alle urne l’87,7% degli aventi diritto (ah, a riavercene di quorum così…). Votarono “no” il 59,3% dei votanti mentre i sì corrisposero al 40,7%: la legge sul divorzio restava nell’ordinamento italiano. Nel corso del tempo il meccanismo legale sarebbe andato semplificandosi da un punto di vista sia procedurale che delle tempistiche, conferendo la facoltà ai coniugi di poter chiudere in maniera più agevole il proprio matrimonio. Per chi restava sposato, per altri sette anni, sarebbe stato ancora possibile ammazzare la propria moglie a norma di legge.
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