Chissà se nel 1974 quelle teste cotonate degli Abba – che sgambettavano sulle note di Waterloo – immaginavano quanto l‘Eurovision Song Contest potesse diventare uno strumento potente cinquant’anni dopo. Manifestazione canora tra le più seguite al mondo, caduta nell’oblio tra gli anni Novanta e i Duemila, ha ripreso vigore circa dieci anni fa, quando lanciò la drag queen austriaca Conchita Wurst che scandalizzò i benpensanti in giro per l’Europa. Da allora, la manifestazione è diventata seguitissima tra i giovani, incoronando numerosi tormentoni internazionali tra cui Zitti e buoni dei nostrani Maneskin. Ma ciò che ha cambiato la storia di questa manifestazione, spesso animata da grotteschi carrozzoni della world music, è il suo trasformarsi in una porziuncola geopolitica dove le canzoni non dicono mai quello che realmente dicono, ove – nonostante i ferrei regolamenti – le tensioni fra Stati e la politica internazionale entrano comunque di rapina su quel palco pieno di regolette. I temi proibiti, la lunghezza delle esibizioni, il numero delle persone sul palco, le restrizioni su bandiere e simboli mentre sotto sotto il mondo ribolle. E poi c’è il meccanismo – raffinatissimo – del televoto: nessuno, da casa propria, può votare per il beniamino che rappresenta la propria nazionalità. Così, in questo meccanismo di fratellanza imposta, vanno in scena rivalità ataviche fra Paesi che non si voteranno mai tra loro nemmeno sotto tortura. Così come conferme di amicizia decennali tra Paesi sodali.
Uno show che, dunque, è tutto tranne che musica. Lo sa bene la Kalush Orchestra, gruppo hip-pop ucraino, che due anni fa si è aggiudicato la vittoria con il brano Stefania. Una canzone che “apparentemente” rappresentava un’ode alle madri, fonti di amore e di coraggio, senza alcun riferimento alla guerra scoppiata qualche mese prima. Eppure, dal prestigioso palco di Torino, i sei performer con la loro semplice presenza hanno inviato un potente messaggio: non a caso, contravvenendo alle regole del gioco, il leader del gruppo alla fine di una delle esibizioni gridò al pubblico chiaro e forte: “Please help Ukraine, Mariupol, help Azovstal right now!“. Una vittoria a furor di popolo, che fece registrare il record di televoto mai raggiunto dalla manifestazione precedentemente. All’indomani della vittoria, il video di Stefania mostrò le immagini da Buca, Hostomel e Irpin, città che il conflitto ha reso tristemente note agli occhi del resto del mondo.
Nel portare i grandi temi sul palco dell’Eurovision ha contribuito nel suo piccolo anche l’Italia, con Ermal Meta e Fabrizio Moro, che con il brano Non mi avete fatto niente portarono a Lisbona nel 2018 il grande dramma del terrorismo islamista che ha ripetutamente insanguinato l’Europa negli ultimi vent’anni. Il titolo della canzone, interamente in italiano, si ispirava alla lettera del giornalista Antoine Leiris che, avendo perso sua moglie nell’attentato di Parigi del novembre 2015, scrisse una lettera immaginaria ai terroristi che gli avevano strappato l’amore della vita, promettendo che non avrebbero mai avuto il suo odio. Il brano si classificò quinto e riscosse un enorme successo, nonostante non citasse mai espressamente le parole “attentato” o “terrorismo”.
L’Eurovision di Malmö 2024
E arriviamo al 2024. Mai anno nella storia recente potrebbe essere più delicato per un palco che scotta come quello dell’Eurovision di Malmö, proprio nella Svezia patria degli Abba. L’Italia questa volta invia la giovanissima Angelina Mango con un brano fresco e spensierato come La Noia che, come da copione, non accende polemiche politiche di alcun tipo. Gli occhi, infatti, quest’anno sono altrove. Da un lato, alla crisi in Medio Oriente, che va dallo scontro tra Iran e Israele alla crisi umanitaria di Gaza, passando per i terroristi di Hamas; dall’altro, i due anni di guerra tra Russia e Ucraina. Trentasette nazioni in gara, tra cui alcune nazioni extraeuropee tra cui spiccano Australia e Israele, ma anche Armenia e Azerbaijan, territori tutt’altro che esenti da conflitti in corso, anzi, diretti contendenti nella sanguinosa guerra fratricida del Nagorno Karabakh.
Ma è fin dai blocchi di partenza che la sorvegliata speciale è stata lei, la rossa Eden Golan (nomen omen) rappresentante di Tel Aviv alla manifestazione canora. Ventun’anni, figlia di genitori ebrei immigrati nell’Unione Sovietica, aveva scatenato già numerose polemiche nella fase delle selezioni preliminari. Il suo brano Hurricane, infatti, originariamente era stato intitolato October Rain, con un ben preciso riferimento all’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre scorso. Su pressione della UER (Unione Europea di Radiodiffusione) il titolo è poi stato modificato per aderire ai canoni apolitici richiesti dalla competizione. Il brano è una allegoria raffinatissima e racconta di una donna che emerge da una crisi personale, che si perde e che si rialza. Ma ancora prima di scatenare polemiche all’estero, il brano ha ricevuto moltissime critiche dalla stampa nazionale israeliana che ha accusato gli autori del testo di essere stati eccessivamente pavidi, senza aver il coraggio di fare dichiarazioni significative.
Gli autori hanno tuttavia difeso il metodo “ucraino”, ovvero quello di veicolare il significato profondo attraverso una solo apparente canzonetta. Un meccanismo paradossale, considerando che ormai una buona percentuale delle canzoni in gara possiede un riferimento politico coperto da ridicole foglie di fico qui e lì. Ma è in Svezia che le cose sono andate complicandosi. Le piazze svedesi sembravano agitarsi da giorni in attesa dell’arrivo della cantante, e proprio ieri migliaia di persone si sono riunite per manifestare contro la presenza della cantante alla manifestazione, sventolando bandiere palestinesi e inneggiando contro Tel Aviv. Anche in quest’ottica le misure di sicurezza alla Malmö Arena sono state rafforzate così come il controllo su simboli e bandiere: concesse solo quelle dei Paesi in gara e quelle della pace, che avranno fatto storcere il naso a numerosi Paesi europei, che ci avranno visto un non ben preciso riferimento alla battaglia per i diritti Lgbtq+.
Ieri sera, nella seconda delle semifinali svedesi Eden Golan è andata in scena. A “raccomandarla”, nientepopodimeno che Benjamin Netanyahu, che ha immediatamente puntato il dito contro i fischi e le contestazioni che hanno preceduto l’esibizione. “Quando ti fischiano noi gridiamo “evviva” per te“, ha tuonato il premier israeliano in sostegno della cantante. Ma non è bastato a risparmiarle nella serata di ieri i fischi e gli ululati del pubblico che in più di un passaggio hanno coperto la voce della performer che ha concluso la propria esibizione con alcune parole in ebraico e un “Thank you so much“. Poi, la fuga dietro le quinte: la finale alla fine è conquistata.
Quali possibilità ha di vincere? Abbastanza poche, ma il televoto sarà in grado di restituirci un quadro importante, sebbene non assoluto, del sentiment europeo verso Israele. La canzone, che finirà nell’oblio come la maggior parte di quelle che dal palco dell’Eurovision passano, non è infatti la questione più rilevante. La partecipazione stessa di Israele è un fatto politico. Associa infatti, ancora una volta, Tel Aviv ai destini della conventicola occidentale e dell’Europa, mutuandola anche dal mondo del calcio. Così, una manifestazione che apparentemente sembrava portare in giro per l’Europa canzoni commerciali ha finito per diventare oggi un palco chiacchierato, una Giochi senza frontiere al contrario, dove le frontiere contano eccome. Anzi, dove le divisioni si pagano al televoto. Allo stesso tempo, esserci è diventata un’ambizione para-politica: va ricordato che nel 1987 l’Unione Sovietica tentò la partecipazione ma l’idea venne ritenuta troppo radicale e un avvicinamento eccessivo alle tradizioni occidentali. Soltanto dopo il crollo del muro di Berlino le altre nazioni del blocco orientale (compresa la Russia) iniziarono a avvicinarsi timidamente alla manifestazione, portando sul palco dell’Eurovision un’altra voce.
Da questo punto di vista è stato molto interessante l’ingresso dell’Azerbaigian nella manifestazione nel 2008, che ha consacrato una nazione ex Urss all’interno di un meccanismo prettamente europeo e occidentale, quasi a sottolineare anche l’ambivalenza politica ed economica che il Paese oggi possiede a livello di relazioni estere. Anche la Cina ha tentato di avvicinarsi all’Eurovision per la prima volta nel 2015, anche se la sua partecipazione continua ad essere piuttosto improbabile, considerando che Pechino si trova al di fuori dell’area di diffusione UER. Ma la manifestazione è stata anche spesso una modalità per gli Stati che non sono sovrani per ribadire la propria presenza nello scenario internazionale: è questo il caso della Scozia oppure del Galles, che non hanno mai potuto partecipare essendo parte del Regno Unito; stessa cosa per la Groenlandia e le isole Fær Øer, che hanno tentato di entrare a far parte dell’UER, ma essendo parte del regno di Danimarca non possono farvi ingresso separatamente dalla nazione scandinava. Ci ha provato nel 2019 anche la Catalogna, la cui televisione (TUV) avrebbe tutti i criteri per entrare a far parte della manifestazione, ma che si è vista rifiutare l’ingresso nell’UER per le ovvie conseguenze politiche che ne sarebbero scaturite. Stessa cosa dicasi per il Kosovo.
Tornando alla musica, innocente comprimaria della manifestazione, non è ancora chiaro dove andranno questa volta i gusti del pubblico, che sembra preferire (almeno secondo i decibel espressi) la Zorra degli spagnoli Nebulossa. Un inno alla libertà sessuale femminile con tanto di performance a chiappe all’aria. Buona (euro)visione!