Europei: la Turchia sfida l’Olanda e anche l’amata-odiata Ue

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Chi crede che il calcio equivalga soltanto a 22 uomini in calzoncini che inseguono un pallone ha sbagliato di grosso. Soprattutto se al giuoco si affiancano delicatissime questioni geopolitiche. Olanda-Turchia, in campo questa sera per i quarti di finale degli Europei 2024, è uno di quei casi.

La Turchia lo sa bene, che in questi quarti di finale del campionato europeo di calcio è rimasta sola a rappresentare angoli d’Europa che tutta Europa non sono. Ma come ci è finita , sebbene possegga un lembo d’Europa, agli Europei di calcio? Va ricordato che, nel lontano 1962, la federazione calcio turca si affiliò alla UEFA. Un crossover che non deve sorprendere: ad esempio, da qualche anno l’Australia gioca nelle competizioni organizzate dalla AFC (Asian Football Federation) e non dalla OFC (Oceania Football Federation) in quanto stanca di giocare contro squadre del proprio continente poco competitive. Ma nel 1962, per Ankara, stringersi anche sportivamente all’Europa aveva più di un significato meramente sportivo.

La nazionale turca agli Europei 2024

E poi la Turchia non è solo Ankara. Migliaia di cittadini turchi hanno trovato accoglienza e una nuova vita in giro per l’Europa, andando a costituire comunità robuste che mescolano origini e futuro da cittadini europei. La Germania è la nazione europea che ospita la comunità turca più consistente fuori dal Paese: circa 1,55 milioni. Ma comunità di turchi più ridotte insistono anche in territorio olandese, britannico, austriaco, tanto da dividere i cuori dei tifosi della nazionale biancorossa quando la Turchia sfida una di queste “nuove patrie”.

Il destino ha voluto che a guidare la Turchia nel Terzo Millennio fosse proprio un ex ragazzino che sognava il pallone e che nel suo pedigree calcistico vanta l’Erokspor, il Camtli e il Iett Istanbul: Recep Erdogan. Nella prima approdò a soli 15 anni come giovane attaccante, diviso tra i doveri di bravo studente e l’idiosincrasia del padre che lo voleva dedito agli studi. Ma è nello Iett che, alla fine degli anni Settanta, Erdogan si trasformò in un goleador tanto da guadagnarsi una proposta di ingaggio da parte del Fenerbache. Un treno perso per via delle resistenze familiari, “grazie” alle quali è finito sul groppone dei turchi e della Nato, dopo un lungo avviamento alla politica.

Erdogan, quand’era calciatore.

Ma quanto europea è la Turchia oggi? Difficile dirlo. Nell’ultima manciata di anni, Erdogan ha indotto l’Europa a chiedersi che senso avesse nella Nato: come dimenticare lo scambio di scortesie con Emmanuel Macron, il ricatto sui profughi siriani, la sempiterna questione del genocidio armeno, l’affaire S-400 dalla Russia fino alla guerra in Ucraina, che sembrava aver reso Erdogan una sorta di libero giocatore, baldanzoso in seguito alla sua rielezione. Quanto basta per mettere nuovamente sotto scacco la Nato, cedendo alle ambizioni di Stoccolma ma mettendo sul tavolo la più ardua delle richieste: l’ingresso nell’Unione Europea, la famiglia che un giorno denigra e l’altro ancora anela. All’interno di questa storia, il no assoluto di Giscard d’Estaing fino all’entusiasmo di Jens Stoltenberg, passando per un sofa gate e un “dittatore di cui abbiamo bisogno”.

Ma se negli ultimi mesi Erdogan sembra sempre più proteso a intestarsi un ruolo in Medio Oriente – persa la partita russo-ucraina – la geopolitica è entrata di rapina sui campi degli Europei 2024. La UEFA ha, infatti, squalificato per due giornate il difensore della Turchia Merih Demiral, che nell’ottavo di finale contro l’Austria aveva esultato facendo il saluto del gruppo ultranazionalista dei Lupi grigi. Il 26enne ex Sassuolo, Juve e Atalanta non scenderà in campo contro l’Olanda. La decisione ha fatto infuriare il governo turco che ha protestato attraverso i suoi ministri e lo stesso Erdogan, che siederà in tribuna a Berlino. La sanzione è stata motivata con “la violazione delle basilari rigore di condotta, per aver usato eventi sportivi per manifestazioni di natura non sportiva e per aver danneggiato la reputazione del calcio“.


Le proteste più impetuose erano arrivate proprio dalla Germania e dall’Austria, Paesi che lamentano l’affiliazione di tanti immigrati turchi al gruppo, il cui saluto è addirittura un reato per le leggi austriache. Ankara si era trincerata dietro “l’origine millenaria del gesto che unisce diversi popoli turchi dell’Asia Centrale e la gente dell’Anatolia“, scatenando il caso diplomatico. Lo stesso Demiral ha precisato che il gesto era legato alla propria identità turca e non conteneva messaggi di natura politica. Se, dunque, la tensione sale in quel dell’Olympiastadion, un gruppo di ultrà turchi ha invitato i tifosi in tribuna a fare il gesto del lupo durante l’esecuzione dell’inno nazionale.

Qualora battesse l’Olanda, la Turchia sarà in semifinale. E dopo, chissà. In mezzo alle blasonate nazioni del Concerto d’Europa, ci ricorda che è ancora una Bisanzio dei nostri tempi. Un ponte, un cuscinetto, che ci appartiene e che ci sfugge allo stesso tempo.