Esce “Fatherland” di Pawlikowski: Thomas Mann e la figlia Erika nel cuore della Guerra Fredda

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Premiato con la Miglior Regia al Festival di Cannes (proprio come fu per Cold War nel 2018) con Fatherland il regista polacco Pawel Pawlikowski torna a parlare di guerre, e dei riverberi che le stesse hanno sulla precaria condizione umana. Collettiva e individuale. Inquadrato (come i precedenti due film) nei 4:3 di uno splendido bianco e nero tanto rigoroso quanto elegante, Fatherland sancisce infatti un tempo storico ben preciso, anche perché chiude la personale trilogia sul Novecento iniziata con Ida, Oscar come miglior film straniero nel 2015. È un’opera austera ma vivida che racconta il viaggio, nel 1949 e in piena Guerra Fredda, dello scrittore Thomas Mann e sua figlia Erika di rientro in Germania dopo un esilio negli Stati Uniti durato ben 16 anni. Come suggerisce il titolo, si tratta del rimpatrio in quella Fatherland (Germania, nazione di “padri”) ma anche dell’incursione in un mondo paterno composito e frastagliato.

Fatherland esamina dunque il mondo complesso di un Premio Nobel e intellettuale diviso tra le sue radici, la sua libertà, e il dovere morale di scegliere da che parte della storia stare. E nel ritorno in terra natia, nella strada dissestata tra Francoforte a Weimar, con il bicentenario dalla nascita di Goethe da omaggiare, Mann dovrà far fronte a un alternarsi di sinceri apprezzamenti e accuse mai troppo velate di “tradimento” alla patria. Attraverserà le ombre di una nazione che deve ricostruirsi, ripartire e (ri)trovare una propria identità. Ma attraverserà soprattutto le sue personali ombre di uomo. Padre assente o forse troppo ingombrante la cui identità si delinea non solo attraverso l’eco delle sue opere letterarie, ma anche tramite il rapporto e le fratture con i figli, soprattutto Erika (attrice, scrittrice e rallista divenuta sua assistente) e Klaus – autore di Mephisto, morto suicida proprio nel 1949. 

Il complesso ruolo dell’intellettuale

E se in Cold War la guerra fredda veniva scrutata tramite la lente d’ingrandimento di un complesso artistico-amoroso che evidenziava la difficoltà di uno stare insieme in un mondo diviso e divisivo, di distanze sociali sempre incolmabili, qui in Fatherland Pawlikowski tira in ballo il celebre autore di I Buddenbrook e Dottor Faustus per portare alla luce il riverbero della storia sull’uomo, della Guerra Fredda sulla società tedesca (e non solo). La Storia assume (e rivela) i connotati di un turbamento personale, interiore e famigliare profondo e capillare. Un uomo che non sa più dire quale sia casa propria, che deve scegliere tra “Stalin e Topolino” – anche se riconosce nella Germania la sua Heimat e negli Stati Uniti la sua “casa”. Un uomo che ha fatto proprie la freddezza e la distanza di un mondo così egoista da smarrire gradualmente i suoi tratti più umani. Sfociato nel paradosso di un padre che non si scompone più nemmeno di fronte alla morte di un figlio.


L’uomo e la Storia

E dunque è la Storia a imporre scelte e cambi di passo o è l’uomo a imporsi sui passaggi salienti della Storia? L’on the road di padre e figlia nei propri disallineamenti interiori, in bilico ideologico tra Stati Uniti e Germania, sembra indagare proprio questo confine, e lo scarto tra scelta e circostanza. Una via crucis morale dove la compostezza e il rigore formale (perfettamente veicolati dalla fotografia di Lukasz Szal ma anche da due grandissimi interpreti come Hanns Zischler e Sandra Hüller) diventano freddezza d’animo e latente cinismo. I piani fissi seguono i due protagonisti attraverso le geometrie asettiche, gli spazi ampi e desolati, le macerie soprattutto umane di una realtà trasfigurata.

E qui l’estetica decadente (come accadeva anche in Cold War) assume di nuovo il profilo di un linguaggio per immagini capace di comunicare gli spettri di un tempo, storico e sociale. Un’opera che attraversa le ombre di un’epoca buia e le rielabora nel rapporto tra uomo, storia, famiglia e cultura. Attraverso un rigore formale e una sintassi visiva ormai cifra diegetica del regista, Pawlikowski riproduce il mondo anestetizzato e controverso di uno scrittore di successo che vive, di riflesso, nei suoi fallimenti di padre e cittadino. Esule per scelta e/o necessità.

E in soli 80 minuti Fatherland s’impone come luogo in cui la bellezza e l’eleganza della patina superficiale nascondono un tumultuoso sottobosco di impulsi inibiti e silenziati. Di orrori e scelte controverse. Uno stallo che in qualche modo l’arte stessa prova a smuovere. Anche con uno schiaffo, reale e morale, che arriva quasi come un monito. Dunque un tentativo di rinascita, e ribellione, che si muove di pari passo con la letteratura, l’arte, la musica. Lanciate nell’eternità proprio come le composizioni di Wagner e Bach. Un timido tentativo di riabilitazione che nel potente finale dell’opera apre finalmente un varco all’emozione.