Esami di maturità: cari genitori, fare il mazzo ai figli va bene purché non sia solo di fiori

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I genitori accompagnano i figli all’esame di maturità e gli portano in dono un mazzo di fiori!”: signora mia non c’è più religione. Questo pare essere il grande dramma italiano mentre migliaia di giovani studenti italiani sono ancora alle prese con gli affanni della maturità. La polemica monta sui social come sui media, a mezzo professoroni inaciditi, puntando il dito contro poveri mazzetti di gerbere, simbolo di genitori permissivi e mollaccioni, che premiano figli asini e svogliati.

Che esista una deriva incontrollabile, che mixa una scuola italiana illusa di essere innovativa ma alle prese con un inesorabile declino, nuove generazioni di genitori pronti a menare gli insegnanti per un cinque in latino e schiere di giovanissimi annichiliti, è un dato di fatto. Ma in questo accidentato terreno occorre che ognuno si prenda la propria porzione di responsabilità: la vita di un adolescente non è che la risultante tra le scelte dei propri genitori, le decisioni della scuola e un’indole che sta venendo fuori, che combatte con il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta.
Ergo, gli ultimi da mettere sul banco degli imputati sono proprio loro, i ragazzi. E non per esonerarli dalle proprie responsabilità di giovani adulti, ma perché frutto di queste due forze che non viaggiano nella stessa direzione. Non più. I ragazzi arrancano senza bussola in mezzo a due eserciti che non conoscono moderazione, scambiando l’autorevolezza con l’autoritarismo, la comprensione con l’assenza totale di regole.
La scuola può essere madre o matrigna, ma in Italia come altrove, nessun passo è stato compiuto per salvare i ragazzi dall’oblio, dalla tentazione del nulla cosmico. Ci si è illusi di attirarli con una scuola sempre più aziendalista che li ha ingozzati bulimicamente di LIM, PCTO, PON, PIN e PUK, credendo di far loro un favore. Gli ha riempito le giornate di test a crocette, di dispensine prepagate, di power point al posto dei temi, delle equazioni, degli esperimenti in cui ti spellavi le mani. Gli è stato tolto il gioco e la scoperta.

Ad aggravare la situazione, un corpo insegnanti ormai inquinato da orde di annoiati in cerca di collocamento. Che hanno pagato fior fior di quattrini 24 CFU, lauree online, percorsi abilitanti, in una corsa che è diventata economica e non una selezione sulle capacità e l’anima. Chi di questi ha mai letto Lettere a una professoressa di Don Milani? Praticamente nessuno. Sanno tutto di tassonomie e tabelle di Piaget, ma non sanno leggere uno studente. Fra loro, restano pochi volenterosi e capaci, capitani miei capitani, che resistono, gessetto alla mano, che vanno a trovare i ragazzi a casa, che gli prestano i libri, che li portano in giardino a prendere a pugni i muri quando la vita esagera.

Anche fra i genitori esistono i resistenti. Quelli che vanno ancora a riprenderli dalle feste, quelli che li guardano fare da lontano, quelli che ancora “ma se la professoressa ti ha messo una nota tu che hai fatto?”. Quelli di “Hai fatto la metà del tuo dovere”, che puniscono e baciano in egual misura. E che non si vestono come i figli o pretendono di essergli amici. Battono in ritirata anche loro, di fronte a festicciole che finiscono all’alba, a orli di gonne che si accorciano e ego che si allargano, ad auto regalate troppo presto e a vacanze concesse senza sacrificio.

Ma è la critica al giorno della maturità che è velenosa e fuorviante. E prende il peggio degli insegnanti, dei genitori, degli psichiatri tuttologi e delle flottiglie di opinionisti sedicenti tali. Accompagnare un figlio a scuola non rappresenta il crepuscolo di Weimar, regalargli dei fiori tantomeno. Un giudizio amaro figlio dello stesso sistema che vuole i giovani d’oggi robot da new economy: scafati dalla tenera età, performanti, proattivi e resilienti: lemmi che ormai ci provocano conati di vomito.

Stando così le cose, questi giovincelli dovrebbero andare soli a scuola il giorno della maturità, al massimo con l’autobus, sostenere l’esame più importante della propria vita, far ritorno a casa e mettersi a tavola business as usual. Così vuole la nova pedagogia, che li immagina tutti come quei bimbetti che con il cartellino al collo viaggiano da soli in aereo perché mamma e papà hanno divorziato e loro devono capire fin da subito la durezza della vita. Così si impara, soldato!

C’è tutta una vita per essere forti, per essere soli e per essere orfani. Quel giorno segna un’era di passaggio, che tu sia stato un somaro viziato o il primo della classe umile e rispettoso. Si può attendere con discrezione un figlio davanti alla scuola o in un corridoio, a debita distanza, con un mazzetto di fiori in mano, senza che questo pregiudichi la loro maturità o li renda dei mollaccioni. Perciò, spariamo pure su scuola e genitori, ma quel mazzetto di fiori, simbolo dell’amore più grande e puro che esista, lasciamolo in pace. I fiori, come l’amore, non conoscono meritocrazia.