Questa è una storia da percorrere a ritroso. À rebours: indietro e allo stesso tempo controcorrente, come il libro di Joris-Karl Huysmans. Dobbiamo muoverci nell’ombra del dubbio e della miseria umana, un misto di violenza e abusi. E pure di una morte – quella di Jeffrey Epstein – ancora avvolta nel mistero.

È il 10 agosto di un anno fa, quando le agenzie battono la notizia della morte di 76318-054 (è questo il numero identificativo scritto sulla tuta arancione di Epstein). Si tratta di un suicidio, si affrettano a dire dal carcere che lo ospita, il Metropolitan Correctional Center di Manhattan. Ed è la cosa più logica. Solamente qualche settimana prima (23 luglio), infatti, il miliardario americano aveva cercato di ammazzarsi ed era stato trovato privo di sensi nella sua cella. Al secondo tentativo, Epstein riesce a farcela. Con le poche cose che ha attorno crea una corda rudimentale, se la stringe attorno al collo e lascia che il cappio faccia il resto. Sono momenti che si fatica anche ad immaginare: la pressione sul collo, prima leggera, si fa sempre più pesante. Il respiro inizia a mancare e il volto di quell’uomo un tempo così potente diventa sempre più scuro. I piedi scalciano. Gli ultimi pensieri sono sempre più confusi. Manca l’ossigeno, il collo comincia a cedere. Forse arriva il pentimento, se non dei crimini, almeno di aver deciso di ammazzarsi in questo modo. Perché? Gli occhi si chiudono, il corpo sussulta. Il collo cede. Poi tutto si ferma. Per sempre. Potrebbero esser andati così gli ultimi momenti di vita di Epstein. Potrebbero esser stati questi gli ultimi istanti di vita dell’amico dei presidenti Usa. Dobbiamo però dare per scontato che si sia trattato di un suicidio e non abbiamo alcuna certezza in merito. Solo la versione fornita dalle istituzioni americane.

Erano in molti a volere morto Epstein. Sapeva troppo, aveva troppe prove. In poche parole, era pericoloso. Sono molte, però, le cose che non tornano in quella notte di un anno fa. Troppe, forse.

L’arresto di Jeffrey Epstein

Quando viene arrestato, il 6 luglio del 2019, Epstein crede di farla franca, ancora una volta. L’accusa è pesantissima – traffico di minori – ma non è nuova. Nel 2005, infatti, la polizia di Palm Beach inizia ad indagare su di lui, in seguito alla denuncia di un genitore di una 14enne che lo aveva accusato di molestie. È solamente la punta dell’iceberg. Gli investigatori trovano altre 36 ragazze di soli 14 anni che erano state molestate da lui. Il miliardario ammette le sue colpe e, nel 2008, viene condannato a 18 mesi di custodia con rilascio per lavoro. Un modo un po’ complicato per dire che verrà trattato coi guanti, tanto che qualche mese dopo sarà già in semi libertà. Il 1° luglio, in un’intervista concessa al New York Times, Epstein si paragona a Gulliver, la cui “giocosità” con i lillipuziani aveva provocato “conseguenze indesiderate”, come ricorda James Patterson in Sporco ricco (Chiarelettere). “È quel che accade con la ricchezza. Porta benefici, ma anche oneri imprevisti”, disse. Il 13 luglio, dopo aver scontato poco più di due terzi della condanna, Epstein torna libero. E, ricorda Patterson, esce dal carcere di Palm Beach nello stesso modo in cui era entrato: in limousine.

Quando viene arrestato per la seconda volta, Epstein è tranquillo. La trafila, pensa, sarà la stessa. Qualche giorno in carcere, qualche interrogatorio, e poi, ungendo gli ingranaggi giusti, la libertà. Ma questa volta qualcosa va storto. Jeffrey sapeva che prima o poi sarebbe tornato in cella, tanto che si era fatto realizzare un murale a tema carcerario al secondo piano della sua casa di New York:

Quello sono io. Mi sono fatto dipingere così perché c’è sempre la possibilità che mi capiti di nuovo

Così fu. Subito dopo l’arresto, l’Fbi perquisisce la casa di Epstein a Manhattan, una reggia da 77 milioni di dollari. La ribalta. Vengono trovate “centinaia di fotografie sessualmente suggestive di donne completamente o parzialmente nude”. Alcune di queste sarebbero minorenni. La cassaforte viene aperta e gli agenti trovano diversi compact disc, oltre a 70mila dollari in contanti, una pistola, 48 diamanti e un finto passaporto austriaco, con timbri di entrata e di uscita.

Il mistero sulla sua morte

In quello stesso giorno (l’8 luglio) i pubblici ministeri dell’Unità di corruzione pubblica del distretto ministeriale di New York lo accusano ufficialmente. Gli avvocati di Epstein tentano la carta della cauzione. Offrono una cifra esagerata – 600 milioni di obbligazioni – pur di mandarlo ai domiciliari. Ma non c’è nulla da fare. Il giudice distrettuale, Richard M. Berman, respinge la proposta (18 luglio). Jeffrey resta in cella e il 23 luglio si registra un primo fatto insolito, come scrive Patterson nel libro citato: “Epstein fu trovato rannicchiato sul pavimento della cella, in stato di semi-incoscienza e con il collo coperto di lividi. La direzione del carcere lo sottopose a sorveglianza speciale in attesa che un’indagine chiarisse se le lesioni erano il risultato di un tentativo di suicidio o di un’aggressione da parte di Tartaglione (il suo compagno di cella, Ndr)”.

La cellula di Epstein il giorno in cui è morto (Wikipedia)
La cella di Epstein il giorno in cui è morto (Wikipedia)

Suicidio o aggressione? Nessuno lo sa con certezza. Ma, invece di controllarlo con più attenzione, Epstein viene depennato dall’elenco dei detenuti ritenuti a rischio suicidio. La sorveglianza su di lui si fa quindi più blanda, da permanente a ogni trenta minuti. Gli agenti arrivano, danno un’occhiata fugace e poi passano oltre. Questo cambiamento, però, si rivelerà fatale. Il giorno in cui viene trovato morto, infatti, ci sono 18 secondini – di cui due dedicati solamente a lui – per 710 detenuti. I due, però, si addormentano. Entrambi crollano sotto i colpi del sonno, lasciando che il miliardario si suicidi indisturbato. O, possiamo solamente ipotizzare, che qualcuno lo ammazzi. Perché le videocamere che quella notte vegliavano sulla sua camera non funzionano. O meglio: i pochi filmati che registrano sono inutilizzabili. Un vuoto che oggi potrebbe aiutarci a capire cosa è realmente accaduto in quella notte. Ma che forse non sapremo mai. Un altro vuoto, l’ennesimo, in questa storia.

L’uomo che sussurrava ai potenti

C’è un’immagine che, più di tutte, spiega il rapporto tra Epstein e i suoi (veri o presunti) amici. Un quadro che ritrae Bill Clinton mentre indossa un abito blu da donna, simile a quello usato da Monica Lewinsky ai tempi del Sexgate, e un paio di scarpe rosse col tacco. L’ex presidente americano, coi capelli un po’ cotonati e le guance rossicce, indica, un po’ ammiccante, chi gli sta davanti. Una sorta di “Zia Sam”. I want you, voglio te.


Epstein teneva questo dipinto in bella vista nella sua casa di Manhattan. Si tratta di un’opera realizzata da Petrina Ryan-Kleid e intitolata Parsing Bill. Non sappiamo se quella del miliardario americano sia l’originale oppure una stampa, ma certifica bene il rapporto tra i due. Tra il faccendiere e l’ex presidente. Un rapporto molto più stretto rispetto a quanto affermato da Bill. Chi passava davanti al quadro sorrideva pensando all’amicizia tra i due. E alla strafottenza di Epstein.

“Jeffrey – disse una volta Clinton attraverso un portavoce, come ricorda Patterson – è al tempo stesso un finanziere di enorme successo e un autentico filantropo, con un’acuta comprensione dei mercati globali e una conoscenza approfondita della scienza del XXI secolo”. I due viaggiano insieme, anche su quello che verrà chiamato Lolita Express, l’aereo privato di Epstein su cui si sarebbero consumate tante violenze. Secondo quanto affermato da Virginia Giuffre, una delle accusatrici di Epstein, l’ex presidente americano sarebbe stato anche sull’isola privata del magnate: “Era accompagnato da due ragazze molto giovani di New York. Epstein disse con una risata: ‘Bill mi deve dei favori’. Non ho mai saputo se dicesse sul serio o se fosse una battuta. Aggiunse: ‘Tutti mi devono dei favori'”.

Già, ma chi erano quei tutti? Certamente, il principe Andrea. I due vengono fotografati per la prima volta insieme nel 2010, dopo il primo arresto del magnate americano, mentre passeggiano per Central Park a New York. Pochi mesi dopo, nel 2011, cominciano a piovere dure critiche su questa amicizia. Molti chiedono che il principe si ritiri, che non agisca più per conto della corona. Ma ci vorranno anni prima che ciò avvenga e il Duca di York continuerà a frequentare Epstein a lungo. La sua principale accusatrice, Virginia Roberts Giuffre, si ricorda bene delle molestie del principe:

Il mio lavoro era intrattenerlo a oltranza, dal prestargli tutto il mio corpo durante un massaggio erotico magari lasciare che mi salisse sulla schiena per cavalcarmi

I racconti forniti dalla Giuffre, all’epoca 17enne, sono molti. E molti sono scabrosi. Dopo la morte di Epstein, appare sempre più chiaro che qualcosa, nel suo rapporto con il principe Andrea, non andava tanto che la regina Elisabetta II, giocando d’anticipo (se di anticipo si può parlare dopo dieci anni dall’inizio di questa storia) decide di allontanarlo dagli eventi e dai compiti ufficiali della Corona.

Sono molti i nomi che, nel corso degli anni, si sono affiancati al miliardario americano. È l’agosto del 2009 e Alfredo Rodriguez, ex domestico di Epstein, deve fare i conti con la legge. Cerca una soluzione per uscirne nel modo migliore e afferma di esser stato licenziato perché aveva denunciato al 911 la macchina di una delle tante massaggiatrici di Epstein. Un’onta nei confronti del sovrano di Palm Beach. Rodriguez sa di essersi scoperto. Sa che nessuno lo farà più lavorare e così si cerca un’assicurazione rubando tutti i documenti che gli capitano a tiro: “Le carte – scrive Patterson – riportavano i nomi di ragazze minorenni e i luoghi in cui Epstein le aveva portate. L’elenco comprendeva varie località della California, Parigi, New Mexico, New York e Michigan. E i nomi, gli indirizzi e i numeri di telefono di uomini molto in vista, tra i quali Henry Kissinger, Mick Jagger, Dustin Hoffman, Ralph Fiennes, David Koch, Ted Kennedy, Donald Trump, Bill Richardson, Bill Clinton e l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak“. Una piccola parte degli amici di Jeffrey.

Aveva troppi segreti, Epstein. Forse ha fatto in tempo ad affidarli alla sua socia, Ghislaine Maxwell, anche lei arrestata solo di recente. Molti temono possa fare la stessa fine di Jeffrey, di quell’Icaro con la passione per i massaggi, come disse in un’intervista del 2007. Anche lui, credendosi al di sopra di tutto, è finito bruciato. Insieme ai suoi tanti segreti.

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