Di Emilio Fede ce ne sono stati due. C’è stato, nella prima fase dei suoi 94 anni, il conduttore, il cronista, l’autore di inchieste, l’inviato speciale della Rai, nella quale entrò nel 1954 a soli 23 anni scalandone i gradini fino a dirigere il telegiornale della rete ammiraglia, Rai Uno, da lì raccontando in diretta la tragedia di Vermicino. C’è stato il direttore del primo notiziario dell’allora Fininvest, Studio Aperto, dai cui schermi il 17 gennaio 1991 fece uno scoop mondiale: mostrare i bombardamenti su Baghdad annunciando per primo la guerra del Golfo contro Saddam Hussein.
C’è stato il mattatore del Tg4, creatura a immagine e somiglianza, certo, del padrone Silvio Berlusconi, ma anche, a modo suo, un format: quello del telegiornalismo come teatro, spettacolarizzato, personalizzato, narcisista, con gli inviati a fare da spalla (lo strapazzatissimo Paolo Brosio), fatto di sketch e battute, in cui il carattere del protagonista, estroverso, gigione, irascibile, sicilianissimo, si adeguava alla perfezione agli imperativi dell’infotainment.
Ma è proprio il carattere a darci il secondo Fede, con il quale il primo aveva in realtà sempre convissuto ma che soltanto la berlusconizzazione fece uscire definitivamente allo scoperto: l’uomo, infatti, aveva come tutti le sue debolezze, comprensibili, e dei molto meno giustificabili difetti che, alla lunga, lo hanno divorato. Partiamo dalle debolezze. Già quando era in forze alla tv di Stato si era meritato i nomignoli di “ammogliato speciale” (per aver sposato nel 1964 Diana De Feo, figlia dell’allora vicepresidente di viale Mazzini, Italo De Feo) e di “Sciupone l’Africano”, per le sontuose note spese che mandava dall’Africa. Non si vergognava, insomma, di far parlare di sé. Cosa, questa, a quei tempi di grigia ipocrisia democristiana, non usuale. Ma furono la passione per l’opulenza e soprattutto il demone del casinò che nel 1987 lo portarono fuori dall’abbraccio di mamma Rai, in seguito a un processo per gioco d’azzardo.
Dopo una parentesi in una piccola emittente locale, Rete A, Berlusconi lo chiama a organizzare Videonews, la struttura interna dedicata all’informazione. Fino a quando il Cavaliere rimase editore, il nuovo pupillo restò in carreggiata, utilizzando al meglio i ferri del mestiere. Ma ecco che, con la famosa “discesa in campo” del 1994, emerge il difetto umano a cui Fede deve la seconda, istrionesca e terrificante parte della sua carriera: la piaggeria sfacciata, scoperta, caricaturale. Probabilmente, anzi sicuramente, Fede nutriva un trasporto sincero per “Silvio”. Ma questo suo amore, che forse solo Sandro Bondi riuscì a eguagliare, lo obnubilò al punto da fargli perdere ogni inibizione.
“Poiché mentre si vota è vietato parlare di politica, mi limiterò a ricordarvi che oggi siamo chiamati a scegliere tra povertà e libertà, tra quel comunista di Prodi e il grande, meraviglioso Silvio Berlusconi”: così se ne uscì, senza pudore, alle elezioni del ’96, a urne ancora aperte. Quando Indro Montanelli, che pure doveva al re del Biscione la salvezza del Giornale, decise giustamente di andarsene per non dover sottostare alla linea di Forza Italia, Fede, attaccandolo a più riprese, ebbe l’ardire di definirlo, come da eloquente titolo di un’intervista sul Giorno, un “piccolo uomo”. La fedeltà canina (“Emilio Fido”, lo sbeffeggiava a Striscia la Notizia quel maestro in gioco delle parti di Antonio Ricci) gli fruttò la posizione di cane da guardia del berlusconismo, ogni sera puntuale alle 19, e la vicinanza speciale al Capo. Talmente speciale che, al deflagrare del caso Ruby e dei “bunga bunga”, anche lui finì in mezzo ai faldoni giudiziari. Erano le avvisaglie dell’epilogo. Nel 2012, Mediaset lo solleva dall’incarico al Tg4 per sostituirlo con Giovanni “Orso Yoghi” Toti, innescando una penosa trattativa trascinatasi fino al 2014, quando Cologno Monzese rescinde il contratto aziendale (che constava di un lauto stipendio nonché benefit vari), scaricandolo una volta per tutte. Nel frattempo, era uscito un audio in cui Fede parlava di mafia e di Dell’Utri a proposito di Berlusconi, e benché il diretto interessato e l’azienda convenissero si trattasse di manipolazione, è lecito supporre che questo episodio potesse contribuire, forse in modo decisivo, a metterlo fuori gioco.
Fino agli ultimi anni di vita, Fede ha sempre smentito perfino che esistessero, i festini di Arcore, ma nel 2019 è passata in giudicato una condanna per induzione alla prostituzione: in pratica, si inventava casting per “meteorine” a cui faceva seguire regolare invito nella celebre villa in Brianza, dove la ragazza di turno, se non era disposta ad approcci sessuali, si sentiva dire “allora, che cosa siete venute a fare qua?” (Luigi Ferrarella, “Portò la ‘meteorina’ al party di Arcore, Fede condannato”, 22 novembre 2023, Corriere della Sera). È difficile credere, tenendo conto degli standard di moralità in quell’ambiente, che fosse la figura di un professionista ridottosi ormai anziano al ruolo di prosseneta la causa dell’interruzione dei rapporti, anche personali, con l’Amato. Perché l’inconsolabile malinconia in cui sprofondò il Fede al tramonto venne proprio da Lui, il suo eroe e benefattore, che troncò con ingratitudine un’amicizia viscerale, totale (fino a fargli cambiare fede calcistica, dalla Juventus al Milan), seconda soltanto all’affetto per la moglie. Deceduta lei nel 2021 e morto Berlusconi nel 2023, Fede è rimasto solo e abbandonato da tutti, in una casa di cura a Segrate.
Si può dire, tuttavia, che il Fede storico, burbanzoso, fluviale, straripante, chissà quanto involontariamente comico, fosse già defunto in quel fatidico 2012, al momento del divorzio dall’impero di Sua Emittenza. Un tratto di tragedia fa capolino, in quel frangente, nella sua biografia: fu la nemesi, dea che punisce gli eccessi, a fargli pagare lo zelo di servitor fin troppo cortese. E in tal senso il vero necrologio lo scrisse già, il 30 marzo di quell’anno, Le Monde: ”Come tutti i cortigiani – notava il quotidiano francese – Fede doveva aspettarsi di cadere in disgrazia. Essa segna la fine di un’epoca. Silvio Berlusconi ha lasciato il potere e ci sono poche possibilità che ritorni. Mediaset deve tornare ad essere un’impresa di comunicazione redditizia e non soltanto il braccio mediatico di un potere che non c’è più. È crudele, ma in queste condizioni, Emilio Fede non poteva più servire…”.
Chi ora, con untuosa insincerità funebre, sostiene che rispetto ai giornalisti schierati di oggi fosse meglio lui, il fazioso con candore (ma anche, come ha scritto Vittorio Feltri, con “sotterraneo livore”), cade in un puerile abbaglio: rivalutare l’inammissibile, solo perché ricorda il passato che, per antonomasia, appare sempre migliore del presente. E si fa torto allo stesso Fede, che non andrebbe visto con gli occhi di un’onestà intellettuale di cui non si vantò mai, ma con quelli, pietosi ma non miopi, per un ex bravo giornalista che perse tutto l’essenziale, a cominciare dal senso della misura (8-9 mila euro di pensione “non mi bastano”, urlò invelenito a La Zanzara in quel 2012, facendo incazzare di brutto gli ascoltatori). E lo perse perché mancò non il valore né la fortuna, ma quella certa cosa che uno, se non ce l’ha dentro, non se la può dare: l’indipendenza.
Alessio Mannino
PS: il Tg4, nell’edizione serale, ha dato conto della morte di Emilio Fede in coda, dopo l’avvistamento di un orso tirolese e le cento candeline di una nonnina abruzzese. Che vergogna.