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Politica

Eliminati dalla Bosnia? Colpa di Trump e di Putin

Anche il calcio italiano è ormai entrato nel mirino della turbofinanza globale, a cui poco interessa lo stato della Nazionale.
nazionale

E se ci fosse un nesso, tra le cose infinitamente grandi e drammatiche e le piccole vicende della Nazionale italiana di calcio che, per la terza volta consecutiva, si è fatta buttar fuori dai campionati mondiali di calcio? Il dubbio onestamente viene. Intendiamoci: di piccolo il calcio ha poco. È stato calcolato che la vittoria nel Mondiale del 2006 generò una crescita del Pil italiano dell’1,9%. I ricavi delle 20 maggiori squadre mondiali per il 2025 sono arrivati a 12,4 miliardi di euro, un po’ più di metà del valore della legge di bilancio dello Stato italiano per il 2026. In Italia, il calcio dà lavoro a 141 mila persone e versa 3,5 miliardi di tasse all’erario. E così via, tra le decine di numeri che si potrebbero citare.

Ma qui, ora, non abbiamo in mente questo. Pensiamo a ben altro. A Donald Trump, per esempio, che dice: “A noi dello Stretto di Hormuz non importa nulla, che vuole gas e petrolio vada a liberarlo”. Pensiamo a come i grandi problemi del pianeta prendano a calci anche il calcio, prima a livello di sistema e poi giù giù fino a Rino Gattuso, Pio Esposito e compagnia bella.

Se guardiamo alla Serie A, tempio del calcio professionistico italiano, notiamo facilmente che la maggior parte delle società è di proprietà estera: il Como del miliardario indonesiano Robert Budi Hartono, il Genoa di 777 Partners (Usa), il Verona di Presidio Investors, il Bologna di Joey Saputo (Canada), l’Atalanta di Stephen Pagliuca (Usa), la Fiorentina della famiglia Commisso (Usa), l’Inter di Brookfield Asset Management (Canada), il Milan del fondo Redbird (Usa), il Parma di Kyle Krause (Usa), la Roma di Dan Friedkin (Usa). Dieci su sedici, sempre ammesso che vogliamo considerare proprietà italiana quella della Juventus, con la finanziaria Exor (che controlla il 63% delle quote della società calcistica) della famiglia Agnelli che ha sede in Olanda. E non è una questione solo nostra. Nella Premier League inglese  il 75% dei club ha proprietà straniera, a partire dalle grandi squadre della tradizione come Liverpool, Arsenal, Manchester City e Manchester United e Chelsea. Nella Ligue 1 francese il 55%. Fondi e capitali americani molto presenti anche in questi casi, con una percentuale maggiore rispetto all’Italia di arabi e asiatici.

Per dirla in poche parole, il mondo del calcio non ha fatto altro che seguire la parabola del mondo intero. Sono cambiati gli equilibri, l’Europa e quindi l’Italia non sono più il centro del mondo (infatti ai mondiali americani ci va il Sudafrica e non noi, ci va l’Iran e non la Scozia, e nel recente passato l’eliminazione è toccata anche a Francia, Inghilterra e Olanda). Ma soprattutto anche il calcio è entrato nel mirino della turbofinanza che draga il globo alla ricerca di sempre nuove occasioni di diversificazione e guadagno. Ed ecco sbarcare qua da noi i fondi americani o i capitali delle petromonarchie o i miliardari asiatici, che comprano le squadre con investimenti pesanti in denaro e leggeri in sentimento. In altre parole, che cosa volete che gliene freghi al Brookfield Asset Management canadese, per fare un esempio, della situazione del calcio italiano? O delle nuove leve della Nazionale? Ai suoi manager importerà soprattutto, se non esclusivamente, che l’investimento frutti in proporzione all’impegno.

Ragioneremmo tutti così. E quindi compri calciatori stranieri se pensi che siano più forti e costino meno degli italiani. Quindi porti quattro squadre a giocare la Supercoppa italiana in Arabia Saudita, perché un cosiddetto “evento globale” rende di più, o ipotizzi (senza nemmeno metterti a ridere) di far giocare Milan-Como in Australia, ma poi neghi qualche giorno di stage alla Nazionale del povero Rino Gattuso, generoso ex-campione a sua volta già chiamato all’ultimo per rimettere insieme i cocci lasciati da altri.

Che questo possa essere il problema è confermato dal confronto tra il calcio e gli altri sport in Italia. Il calcio nazionale va come sappiamo. Nel tennis, invece, non siamo mai stati così forti, nell’atletica leggera idem e nello sci potremmo dire la stessa cosa se non fosse che in passato abbiamo avuto la Valanga Azzurra e Alberto Tomba. E la differenza qual è? Nessun fondo o miliardario penserebbe di “comprarsi” questi sport, dove pure i quattrini degli sponsor non mancano.

In una situazione come questa, oggettivamente impossibile da rovesciare, a tenere alta la bandiera della Nazionale di calcio, cioè del calcio giocato dagli italiani in rappresentanza del Paese (e per favore, non del “movimento”, astrazione tirata sempre in ballo per parlare di niente) dovrebbero essere i poteri pubblici, attraverso la Federcalcio che è federata al Comitato Olimpico Nazionale Italiano. E qui il sottoscritto si ferma, perché la questione si fa tecnica e la competenza non è un optional. Ma che qualcosa le istituzioni possano fare per proteggere un patrimonio economico, sportivo e culturale come il calcio italiano è piuttosto evidente. Altrimenti come potrebbe, oggi, il ministro dello Sport Andrea Abodi chiedere le dimissioni del presidente della Federcalcio Gabriele Gravina?

Però possiamo spettarci qualcosa di simile in un Paese come il nostro ormai rassegnato alla propria impotenza? In un continente come quello europeo che ormai fa della sudditanza uno stile di vita? Un Paese come l’Italia dove persino alzare un sopracciglio sull’uso di una base in territorio italiano per una guerra illegale e imperialista come quella contro l’Iran fa parlare per giorni tutta la stampa, neanche il ministro della Difesa Crosetto avesse dichiarato guerra agli Stati Uniti?  Possiamo credere che le istituzioni pubbliche riescano a trovare la forza per mettere qualche limite operativo ai nuovi padroni del calcio, alla finanza internazionale che, ormai insediata nelle banche e nell’industria, ormai domina anche il calcio, a dispetto di una rappresentanza (e rappresentazione) della nazione che quando manca, come in queste ore post-Bosnia e post-sbornia, diventa lutto nazionale? Anche solo per dire: belli miei, alla Nazionale serve uno stage e lo stage si fa? Sembra ragionevole dubitarne. Adesso però abbiamo quattro anni, fino al prossimo Mondiale, per la nostra reazione preferita: lamentarci molto, ripetere che non è possibile, spostare qualcuno da qua a là (perché licenziare, a certi livelli, non si licenzia mai nessuno), identificare un nuovo presunto salvatore della patria e, in sostanza, fare niente. 

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