A distanza di un anno dalla comparsa della pandemia da Sars-CoV-2, gli sforzi del mondo scientifico sono concentrati sulle varianti del virus. Quest’ultimo è mutato dall’autunno ad oggi e, a quanto pare, è ancora destinato a modificarsi. Da qui la corsa contro il tempo per anticipare i prossimi cambiamenti. A destare particolare preoccupazione al momento è la variante brasiliana in quanto ha colpito i territori finora considerati immunizzati.

Il virus che muta

Sono stati considerevoli i passi in avanti fatti dalla ricerca scientifica dal momento in cui è comparso per la prima volta il Sars-CoV-2. Una corsa contro il tempo per cercare di stare quanto meno al passo con un virus la cui evoluzione corre velocemente. Risale allo scorso autunno la rilevazione della prima variante del virus e, da allora, ne sono state accertate altre. Tutto questo conferma il decorso naturale del virus che nasce e poi muta per adattarsi meglio all’uomo e poter continuare a sopravvivere.  Il virus, come hanno più volte hanno spiegato i virologi, è un parassita delle cellule umane senza le quali si estinguerebbe. Ed ecco che la sua capacità di adattamento all’essere umano, sta mettendo in difficoltà il mondo scientifico chiamato ad adottare le misure necessarie per debellarlo. Ad oggi le varianti accertate sono tre: quella inglese (20I / 501Y.V1, VOC 202012/01 o B.1.1.7), quella sudafricana (20H / 501Y.V2 o B.1.351) e quella brasiliana (P.1).  Nelle ultime ore i riflettori sono puntati anche sulla rilevazione della variante napoletana (B.1.525) che fino ad oggi non era mai stata rilevata in Italia ma solamente in Gran Bretagna con una trentina di casi. Ogni variante è motivo di preoccupazione per la tutela della popolazione e spinge ad accelerare i tempi della ricerca. Al momento a tenere banco sono gli effetti della variante brasiliana.

Quegli effetti della variante brasiliana che mettono in allarme

Siamo a Manaus, capitale dello stato di Amazonas in Brasile. Qui il Sar-CoV-2 nel 2020 ha colpito duramente la popolazione con numeri drammatici di morti e contagiati. In teoria, secondo i dati del ministero della Salute brasiliano, il 76% della popolazione, tra marzo e dicembre dello scorso anno avrebbe dovuto sviluppare gli anticorpi al virus e avvicinarsi all’immunità di gregge. A quanto pare così non è stato: lo scorso dicembre i casi di contagio a Manaus sono tornati a salire vertiginosamente al punto da indurre necessarie delle ricerche che ne spiegassero il motivo. In quel contesto il virologo dell’Imperial College di Londra e associato all’Università di Oxford, Nuno Faria, ha eseguito il sequenziamento di alcuni campioni per ricercare il motivo della ricomparsa del virus. Da qui il rilevamento della variante P.1, accertata anche come causa di molti casi di reinfezione in quel territorio.

Secondo gli studi condotti fino a qui, sembrerebbe proprio infatti che la variante brasiliana sia capace di evadere le difese immunitarie determinando appunto le reinfezioni al coronavirus. A Manaus il raggiungimento dell’immunità di gregge che prescinde dai vaccini, è stato dunque messo fortemente in discussione dalla presenza della nuova variante. Un dubbio che si è esteso di conseguenza anche alle altre parti del mondo, in virtù delle mutazioni del virus che si stanno susseguendo con una certa velocità.

Le conseguenze della variante brasiliana

Ma davvero la variante P.1 è in grado di eludere la risposta immunitaria? La domanda se la stanno ponendo in tanti nel mondo scientifico. Specialmente perché questa nuova mutazione è intervenuta nel momento in cui sono partiti i piani vaccinali. Se il nuovo virus ha preso piede a Manaus, città considerata immunizzata, qualcosa potrebbe inficiare anche l’efficacia dei vaccini. Non ci sono tuttavia prove che leghino la diffusione della variante con problemi relativi all’immunizzazione di chi era già malato. Oliver Pybus, epidemiologo dell’università di Oxford, su diverse riviste scientifiche si è dimostrato cauto in tal senso: “La variante si è diffusa perché è più contagiosa – ha dichiarato ad esempio su Sciencemag – Non perché elude le risposte immunitarie”. A fargli eco anche Mike Ryan, dell’Oms: “È troppo facile dare la colpa alle varianti – ha dichiarato in una conferenza stampa il 15 gennaio – Il virus se si diffonde è in primo luogo per i nostri comportamenti”.

Forse la mutazione brasiliana è in grado di colpire alcuni pazienti già precedentemente infettati. Dipenderebbe da alcuni fattori relativi alla natura di un determinato soggetto. Ma non ci sono certezze in tal senso, con gli studi che non hanno ancora trovato una spiegazione univoca su questo argomento. L’incognita della variante P.1 basta comunque a lanciare l’allarme sui vaccini. Philp Krause, studioso che presiede un gruppo di lavoro dell’Oms sui vaccini, non ne fa un dramma: “Alcuni vaccini – ha dichiarato nel focus di Sciencemag curato da Kai Kupferschmidt – Possono essere facilmente aggiornati. Forse il problema principale starebbe nell’ottenere una nuova autorizzazione”. La discussione sta quindi interessando le case farmaceutiche. A breve alcune potrebbero essere chiamate a lavorare su versioni “aggiornate” dei vaccini. Tuttavia in queste settimane non sono trapelati elementi che spingono a ritenere come prioritario questo particolare punto.

L’importanza di aumentare il sequenziamento

La vera arma per comprendere le evoluzioni dei virus, sta nei sequenziamenti. Lo ha ripetuto ad esempio lo studioso Nick Cammack, ricercatore della fondazione Wellcome Trust di Londra, sul The Guardian: “Sequenziare vuol dire avere una maggiore mappatura”, si legge nelle sue dichiarazioni. Non è un caso che proprio in Gran Bretagna ad aprile è nato il Cog-Uk, un consorzio di laboratori deputati al sequenziamento del coronavirus. Un lavoro che ad oggi ha comportato la scoperta di oltre 1.300 ceppi virali soltanto oltremanica. Tra questi anche quelli relativi alla variante inglese del virus e al suo percorso intrapreso all’interno del Paese prima di essere individuata.

Sequenziare vuol dire anche tracciare ed avere sotto controllo le catene di contagio. In un momento in cui le varianti si stanno rapidamente diffondendo nel mondo e ogni giorno si parla di nuove mutazioni scoperte, non ultima quella individuata in Campania, è più che mai importante avere estese reti di monitoraggio e sequenziamenti del virus. L’Italia soltanto adesso sta cercando di mettersi al passo. Come dichiarato su IlGiornale.it dal professore Marco Falcone, fino a dicembre nel nostro Paese è stato sequenziato soltanto l’1% dei virus. Il consorzio dei laboratori in Italia ha aperto i battenti il 27 gennaio scorso, ma la strada da recuperare in tal senso è ancora parecchia.