“La seconda ondata? È già iniziata in diversi Paesi europei”. Da quando è scoppiata l’emergenza la scorsa primavera, Clara Prats, fisica e ricercatrice nel campo dei modelli di calcolo delle malattie infettive all’Università politecnica della Catalogna e direttrice del gruppo Biocomsc, si occupa di formulare curve e grafici fondamentali per controllare l’evoluzione quotidiana dell’epidemia di Covid-19. “I dati ci permettono di interpretare la realtà, ed è fondamentale che i cittadini conoscano la situazione epidemiologica, le misure da adottare e lo scopo da raggiungere con esse”, spiega a InsideOver. Con 758.172 contagi totali la Spagna si conferma la prima nazione europea per numero di casi. L’epicentro del nuovo terremoto è nella capitale, Madrid, dove un milione di persone, soprattutto nei quartieri più popolari, sono state messe in isolamento. E dove non si esclude un nuovo lockdown.  

I numeri che l’epidemia ha raggiunto in Spagna devono preoccuparci? 

“Se guardiamo alla dinamica dei nuovi casi, vediamo chiaramente come diversi Paesi in Europa stanno già sperimentando la seconda ondata. Tuttavia, è importante sottolineare che questa seconda ondata è diversa dalla prima. La prima è stata più simile ad uno tsunami. Non ce l’aspettavamo e, di conseguenza, l’aumento dei casi, dei ricoveri e dei decessi è stato brutalmente rapido e drammatico. Ora grazie allo screening riusciamo a vedere tutto quello che ci è sfuggito in precedenza. Per esempio, molte persone asintomatiche vengono rilevate con il tracciamento dei contatti e i test di massa, e questo è importante per conoscere la dinamica di trasmissione. La percentuale di casi gravi è diminuita in modo significativo, non perché il virus sia meno nocivo, ma per l’aumento della nostra capacità diagnostica. Ora non vediamo più soltanto la punta dell’iceberg, ma gran parte di esso”. 

Perché allora i casi stanno aumentando di nuovo in modo così vertiginoso? 

“La crescita era inevitabile con le riaperture e l’aumento delle interazioni sociali, perché il virus circola ancora. Ed è qui che entra in gioco l’importanza dei sistemi diagnostici, del tracciamento dei contatti e delle quarantene, che devono funzionare come un orologio per tenere sotto controllo il livello di incidenza. Quando l’incidenza inizia ad aumentare, dobbiamo iniziare immediatamente ad applicare misure, inizialmente leggere, per ridurre i contatti: dall’uso delle mascherine, al distanziamento, fino alle chiusure selettive specifiche”. 

Intende un nuovo lockdown? 

“Ci troviamo davanti ad una settimana critica. A livello nazionale, un nuovo lockdown è ancora evitabile. Per scongiurarlo, però, è necessario un intervento immediato nelle aree attualmente più compromesse che, se non controllate, potrebbero finire per infettare tutto il Paese”. 

Cresce anche il numero dei ricoverati? 

“In Spagna sono in aumento, ma a ritmi diversi a seconda delle regioni. La Comunità di Madrid ha la situazione più critica. Gli ultimi dati del ministero della Salute parlano del 26% dei posti letto occupati da pazienti Covid. La percentuale sale al 41% se parliamo dei reparti di terapia intensiva. Questa è la media della Comunità, ma nella regione ci sono ospedali in cui i reparti di terapia intensiva sono già occupati al 100% da pazienti Covid. Per contro, le comunità adiacenti, Castiglia-La Mancha e Castiglia e León, hanno rispettivamente il 14 e il 13% dei posti letto occupati negli ospedali e il 24 e il 28% nelle unità di terapia intensiva. Poi ci sono comunità come la Galizia e le Asturie che invece sono molto al di sotto di questi valori (con rispettivamente il 3 e 2% negli ospedali, e il 4 e 6% nelle unità di terapia intensiva)”. 

Siamo sulla soglia di una nuova emergenza? 

“Nella prima ondata o tsunami, la prima linea di fuoco è stata quella degli ospedali. In questa seconda ondata, la prima linea si è spostata nei centri di assistenza primaria. Saremo all’inizio di una nuova emergenza quando avverrà il salto dalla prima alla seconda linea. È esattamente quello che sta succedendo nella Comunità di Madrid. L’esperienza degli ultimi mesi ci racconta di quattro curve che, se non vengono controllate, si evolvono in successione: prima aumentano i casi, poi i ricoveri, subito i ricoveri in terapia intensiva e infine i decessi. In alcune regioni della Spagna si sta affrontando la prima curva, quella dei casi, e in questo senso non si può parlare di una situazione di emergenza. Ma quando gli altri tre entrano in gioco, sì, ci troviamo di fronte ad una nuova emergenza. Con una dinamica più lenta della prima, che dovrebbe fornirci più spazio per il controllo, ma non meno preoccupante”. 

C’è il rischio che altre nazioni europee si trovino nella stessa situazione della Spagna nelle prossime settimane? 

“Il rischio esiste, ci sono diversi Paesi che mostrano un’evoluzione dell’epidemia simile a quella spagnola. Ad esempio, la Francia sembra seguire la nostra curva, ma con un ritardo di tre settimane. Anche la Repubblica Ceca e i Paesi Bassi si trovano in situazioni difficili. In realtà, l’aumento dei casi è generalizzato in tutta Europa, anche se al momento con ritmi e intensità diverse”. 

Pensa che sia opportuna una nuova chiusura delle frontiere europee? 

“Per il momento non è necessaria una chiusura totale, ma sarebbe importante ridurre il numero di viaggi a quelli strettamente necessari. Allo stesso tempo, è assolutamente essenziale lavorare intensamente sul controllo a livello locale o regionale. Dobbiamo approfittare dell’aumento degli strumenti diagnostici: ora abbiamo un quadro molto più preciso della situazione, di come si sta sviluppando e del livello di trasmissione in ogni area. Infatti, nella maggior parte dei Paesi in cui si parla di seconda ondata, questa non è diffusa in tutto il Paese, ma è costituita da diverse ondate locali che si evolvono in modo asincrono. Devono essere controllate una per una. In questo senso, è essenziale aumentare il coordinamento tra regioni e Stato centrale. E anche se per il momento non è necessario chiudere le frontiere, in alcuni casi può essere necessario circoscrivere e confinare i focolai più complicati”. 

Come possiamo arginare la diffusione del contagio? 

“Mettendo in campo tutte le conoscenze acquisite negli ultimi mesi. Impegnandoci nello screening, nel tracciamento dei contatti e nel rispetto delle quarantene. L’idea di base è che prima si interviene, più la misura può essere morbida e più rapidamente si vedrà il suo effetto. Ormai conosciamo la dinamica dell’epidemia e la finestra di 14 giorni per percepire gli effetti delle misure di controllo. Se i provvedimenti presi non danno risultati in questo lasso di tempo, bisognerà procedere con misure più dure”.

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