Da sempre i virus sono in contatto con l’essere umano, anche quelli appartenenti alla famiglia dei coronavirus. Ma mai come in questo secolo la pericolosità venuta fuori da alcuni ceppi ha dato del filo da torcere alla comunità scientifica che si è ritrovata a gestire gravi pandemie. Ultima della serie, quella determinata dal virus Sars-CoV-2 che comporta la malattia denominata Covid-19.

La famiglia dei coronavirus

Quando si parla di coronavirus si fa riferimento ad un’ampia famiglia di virus respiratori. Un nome derivante dal termine latino “corona” che la dice tutta sulla struttura del virus che si presenta appunto al microscopio con una forma che rievoca una corona reale. Così come raccontato su Nature da David Cyranoski, il primo caso di coronavirus è quello riscontrato dai veterinari tedeschi nel 1912 su un gatto febbricitante con un importante ingrossamento del ventre. Da lì sono dovuti trascorrere altri anni prima che il virus in grado di causare il malessere al gatto venisse individuato. Solo dopo il 1960 il virus avente forma di corona è stato isolato e riscontrato su altri animali che avevano problemi simili a quelli emersi nel primo caso. Sull’uomo quel virus provocava invece un comune raffreddore. Poi l’amara sorpresa: nel 2002 l’evoluzione del virus e il salto di specie dall’animale all’uomo con la comparsa della Sars, ovvero la sindrome respiratoria acuta grave. Da lì altre forme di coronavirus si sono ripresentate all’uomo fino ad oggi.

I coronavirus conosciuti

I coronavirus umani fino ad oggi conosciuti sono sette. Quattro sono quelli che determinano da sempre i comuni raffreddori e sono stati rilevati negli anni ’60, mentre gli altri tre sono i responsabili delle epidemie e pandemie del nuovo millennio. Rientrano nella prima categoria i coronavirus alpha 229E ed NL63 e i coronavirus beta OC43 ed HKU1. Per prevenire e combattere questi virus non esistono vaccini o farmaci antivirali ritenuti validi dalla comunità scientifica. I sintomi che essi causano nel corpo umano sono quelli della febbre con raffreddore soprattutto in inverno e ad inizio primavera. In alcuni casi questi virus possono provocare sia polmonite che bronchite.

Gli altri tre ceppi di coronavirus sono invece quelli che hanno causato nell’uomo gravi sintomi respiratori con esito mortale in molti casi. Si tratta  del virus Sars-CoV del 2002-2003 che ha causato un’epidemia mondiale; a seguire nel 2013, più letale ma meno diffuso, il Mers-CoV. Tra dicembre del 2019 e l’inizio del 2020 è arrivata la pandemia determinata dal virus Sars-Cov-2, che continua a tenere in allerta il mondo con diversi milioni di morti e casi di contagio.

Uno studio relativamente recente

Il termine coronavirus è stato coniato in seno al mondo scientifico solo nel 1968. E questo dà l’idea di come lo studio di questi particolari agenti patogeni sia molto recente. Soltanto negli anni ’60 le ricerche su questa famiglia di virus sono arrivate in laboratorio. Quando nel novembre del 2002 gli ospedali della provincia cinese del Guandong iniziavano a riempirsi di pazienti con polmonite atipica, in pochi pensavano all’azione così aggressiva verso un essere umano da parte di un coronavirus.

A capire che la situazione era diversa e che la medicina si era ritrovata di fronte a qualcosa di nuovo, è stato il medico italiano Carlo Urbani. È stato lui a intuire che la nuova malattia era figlia di un nuovo morbo associabile ai coronavirus e che si era di fronte alla prima grave emergenza sanitaria del nuovo secolo. Quell’epidemia, di cui lo stesso Urbani è stato vittima, ha causato molti morti e ha impresso la convinzione di dover riconsiderare i rapporti tra essere umano e coronavirus. Da allora sono passati 18 anni, pochi se si considerano i tempi fisiologici della scienza. Ecco perché, oggi più che mai, la vera esigenza che sta emergendo tra gli studiosi non riguarda soltanto una cura contro l’attuale Sars Cov-2, bensì contro tutti i coronavirus. E si inizia a parlare sempre di più di vaccini pan – coronavirus.

Clementi: “Importante proseguire lo studio sul ceppo della Sars”

A confermare l’importanza di studi approfonditi sull’intera famiglia dei coronavirus, è il virologo del San Raffaele Massimo Clementi: “Tre epidemie, ancorché di diversa entità, in 16 anni (l’ultima è l’attuale pandemia) e l’evidenza che in passato si sono realizzati altri passaggi di coronavirus all’uomo dal mondo animale – ha dichiarato lo studioso a InsideOver – suggeriscono non solo che questo evento è frequente, ma anche che ci sarà da attendersi che accada di nuovo in futuro”. Occorre quindi investire su questo filone: “In questa prospettiva – ha proseguito Clementi – per poterci difendere avremo certamente la possibilità di riaggiornare i vaccini ogni volta che si realizzerà una nuova epidemia, confidando di essere tempestivi, oppure di realizzare farmaci specifici attivi sulla replicazione di tutti i coronavirus”.

“Resta una ultima possibilità – ha concluso il virologo – che al momento potrebbe essere vista come un desiderio impossibile, quella di realizzare un vaccino contro tutti i componenti della famiglia coronavirus o almeno contro quelli del gruppo SARS. Al momento non abbiamo conoscenze sufficienti per progettare tale vaccino, ma si potrebbe sviluppare una ricerca per evidenziare quali strutture essenziali sono conservate tra i diversi tipi virali e colpire selettivamente quelli”.