In principio c’era soltanto il focolaio di Wuhan. Le fiamme del nuovo coronavirus, in poche settimane, hanno invaso l’intera provincia dello Hubei, un territorio in cui vivono 60 milioni di abitanti, cioè sei volte tanto la popolazione della Lombardia. Da qui l’incendio si è propagato in tutta la Cina, costringendo Pechino a bloccare l’economia nazionale per settimane.

Nel frattempo l’epidemia di Covid-19 si è trasformata in pandemia. Questo significa che il nemico invisibile, o il demone, come lo ha soprannominato Xi Jinping, è entrato in ogni continente, dall’Europa all’America passando per l’Africa. I focolai si stanno diffondendo, e gli esperti monitorano giorno e notte l’andamento dei contagi (e dei decessi) lungo il filo di perle che collega le zone rosse.

Da un punto di vista scientifico un focolaio epidemico altro non è che una fonte dalla quale un’infezione si propaga nelle aree antistanti. In altre parole siamo al cospetto di un focolaio quando si registra un improvviso aumento di casi di una determinata malattia all’interno di una regione circoscritta. Wuhan, ad esempio, è stato l’epicentro dell’epidemia cinese. Ma quali sono gli altri focolai da prendere in considerazione?

Dalla Lombardia all’Alsazia

In Italia tutto è partito da Codogno, un comune della provincia di Lodi che conta poco meno di 16 mila abitanti. Quasi parallelamente un altro campanello d’allarme è arrivato da Vo’ Euganeo, provincia di Padova, nel profondo Veneto. Ben presto il focolaio italiano si è ingigantito fino a comprendere l’intera Lombardia, con Bergamo e Brescia città più colpite dal flagello virale.

In Germania, da dove – ritengono i virologi – pare che il Covid-19 si sia diffuso nel resto d’Europa, Italia compresa, il focolaio principale è localizzato nella regione Nord-Reno Westfalia. In questo land tedesco ci sono quasi 5mila contagiati. ma anche la Baviera non scherza, con oltre 2200 pazienti infetti.

In Francia le principali attenzioni ricadono nella regione di Parigi e in Alsazia, dove l’esercito costruirà in fretta e furia un ospedale da campo. In Austria il pericolo maggiore è concentrato nella valle di Paznaun, precisamente nella rinomata stazione sciistica di Ischgl. Secondo quanto riportato dal Der Spiegel, l’impianto sarebbe stato chiuso in ritardo, quando ormai centinaia di persone provenienti da Danimarca, Germania, Svezia e tantri altri Paesi erano già state contagiate dal nuovo coronavirus.

Da Madrid a New York

Nel Regno Unito massima allerta a Londra. Il Northwick Park Hospital di Harrow, un sobborgo della City, ha alzato bandiera bianca dichiarando di essere in crisi per l’elevato numero di pazienti ricoverati per sospetto contagio da Covid-19. Drammatica la situazione in Spagna, dove i numeri di Madrid non sono tanto diversi da quelli della Lombardia.

Pur essendo in ritardo rispetto all’Italia di circa una settimana, il contagio ha messo in ginocchio la capitale iberica. El Pais ha scritto, riferendosi alla giornata nerissima di lunedì 16 marzo, che gli ospedali della regione di Madrid hanno contato un morto ogni 16 minuti mentre El Mundo ha aggiunto che i due forni crematori della città lavorano 24 su 24 senza interruzioni.

In Corea del Sud il ground zero del contagio è situato a Daegu. Fino a poche settimane fa il 60% dei casi (inizialmente addirittura l’80%) era collocato proprio qui, nel quarto centro urbano del Paese per numero di abitanti, distante circa 250 chilometri a sud-est di Seul. L’Iran, che si trova in una condizione di emergenza assoluta, ha avuto il suo focolaio nella città religiosa di Qom, a una settantina di chilometri dalla capitale Teheran.

Da monitorare, infine, lo scenario americano. Negli Stati Uniti l’epicentro del contagio è collocato a New York, dove venerdì 20 marzo si è verificata un’impennata dei casi. Il New York Post ha scritto che in quella giornata il nuovo coronavirus ha ucciso i cittadini “a un ritmo di più di uno all’ora”; le 10 e le 18 ben 14 persone sono passate a miglior vita portando il bilancio delle vittime nella Grande Mela in doppia cifra. In ogni caso, sottolinea il New York Times, la prima zona rozza statunitense è stata La Rochelle, una città dello Stato di New York (circa una mezz’ora a nord di Manhattan) nella quale sono stati attuati i primi sforzi di containment all’interno del Paese.