Ecco delle buone ragioni per non vedere l’Odissea woke di Nolan

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Ma come? Non si è sempre detto che un film si giudica e valuta dopo averlo visto? Vero: e lo confermiamo. Quello che state per leggere non ha alcuna pretesa di essere un giudizio su di un film che non è nemmeno uscito. Al contrario, non sarà né più né meno di quanto leggete nel titolo: una raccolta di motivi per evitarne accuratamente le proiezioni.

Matt Damon (il prescelto per il ruolo di Odisseo) e altri personaggi emersi dai fotogrammi indossano elmi greci dell’epoca classica – quando sappiamo che Omero (o i poeti che questa figura semileggendaria ha assorbito) compone nel c.d. “Medioevo Ellenico” e ambienta le sue opere nel precedente periodo Miceneo (XVII – XII secolo a.C.), il che indica una certa noncuranza per la Storia.

Clitemnestra regina di Tebe è interpretata da una attrice nera, Lupita Nyong’o (in un’epoca in cui i contatti con l’Africa subsahariana erano sì presenti, ma complessi, remoti, sporadici), il che indica una certa noncuranza per la mitologia e le fonti greche. Circe, per compensare, non è interpretata da un’avvenente signora dai tratti mediterranei ma dalla Theron, un’attrice sudafricana boera. Non basta: per interpretare Atena Nolan sceglie Zendaya Coleman, classe 1996 (29 anni): Atena, che non è dea della bellezza o della gioventù, ma la matura, forte e indipendente dea della saggezza (dagli occhi cerulei, peraltro: i greci DESCRIVONO i loro personaggi nelle fonti): perché scegliere un’attrice così giovane per interpretare un personaggio che con lei non c’entra nulla? Sembrerebbe una lista di peccati veniali, nell’epoca del Napoleone di Scott (pellicola nella quale mancavano solo i dischi volanti). Il punto è che, come disse il Principe De Curtis, “la somma fa il totale”. Non saremo così banali da partire con le solite accuse di wokismo: a Nolan del woke frega zero.

Avrebbe un role model femminista ante litteram, la dea eponima di Atene, e invece di valorizzarla mette a interpretarla una ragazza: questo film non va visto perché non è l’Odissea, perché quella sommatoria di peccati veniali diventa un unico peccato mortale. Questo film non va visto perché ignora cosa sia l’Odissea, cosa sia la grecità: a Nolan non importa nulla di Omero, nulla dei greci, nulla del woke, nulla di nulla. A Nolan importa di Nolan, e se per celebrare il proprio ego deve passare come un carrarmato su un testo chiave della civiltà occidentale, ebbene il sommo lo fa, e ride pure alle nostre spalle. L’ego non banale del regista si era già intravisto in Tenet, un film cerebrale e caotico dove il nostro prova a inserire in salsa videogioco la riflessione sul tempo che pure ci strabiliò nel capolavoro (capolavoro, diciamolo!) Memento. Il medesimo ego è quindi strabordato nel polpettone Oppenheimer, un film lungo, pesante, senza dubbio epico e con interpreti divini ma pennellato di quel moralismo hollywoodiano concepito apposta per strappare statuette. Lì Nolan ha finito di montarsi semplicemente la testa ed ha iniziato a credere di essere il nuovo Kubrik: e quindi vi beccate non Omero, non l’Odissea, ma Nolanero e la Nolanissea. E ringraziate pure. E invece nossignore, Dottor Nolan: questo film non va visto.

L’arte non può tradire così sé stessa, non può essere pura autocelebrazione. Quando un regista si cimenta con un’opera letteraria architrave di intere civiltà, o è fedele al testo, o esercita sommamente la propria libertà ispirandosi e distaccandosi, elaborando alcuni concetti invece di altri, criticando persino. Non può, invece, usare un testo per dire il contrario di quello che l’autore intendeva, o strumentalizzarlo per celebrarsi. Questo film non va visto perché in questa epoca in cui il cinema è in stanca di film così, fatti dai registi solo per parlarsi addosso, ne abbiamo fin troppi. Nolan ormai ha una sola cosa in testa: fare “il film di Nolan”: per definizione un capolavoro, no? Questo film non va visto perché ci sono andato, al cinema, a sorbirmi Megalopolis: esteticamente nulla di dire, attorialmente nulla da dire, visivamente a tratti incantevole. Sono però uscito dalla sala con una domanda: perché? Perché un film così privo di senso, fatto solo per sé stesso, per Coppola (come se uno dei maestri eterni del cinema ne avesse bisogno!). Questo film non va visto perché ci sono andato, al cinema, a vedere Parthenope.

Sorrentino ha fatto “il film di Sorrentino”: iperestetizzante, silenzi e rumore, fotografia e colori, tutto all’estremo, Napoli e ancora Napoli, c’è condanna dell’oleografia ma con un la giusta retorica nel discorso dell’attrice e ci sono secchiate di oleografia nella scena dell’accoppiamento regale con sottofondo musicale, tutto a breve distanza. Solo per ottenere un film che non avrà mai la sublime drammaticità de “è stata la Mano di Dio” né la profondità etica ed estetica de “la Grande Bellezza”: resterà “il terzo film” dopo quei due. Con una differenza: Sorrentino, che è italiano (uno dei maggiori registi italiani di sempre) lo ha capito, e infatti ha annunciato che si prenderà una pausa di riposo e riflessione artistica. Oltreoceano a Nolan nessuno dirà mai di fermarsi – non certo le major che lo alimentano. Tutto questo non fa bene al cinema, non fa bene, come si dice in gergo calcistico, “al movimento”, in una fase storica in cui la crisi creativa è evidente: per il monopolio delle major e delle piattaforme, per i rigori del politicamente corretto, per lo scadimento del gusto di un pubblico che consuma solo serie TV precotte imbastite da chissà quale algoritmo, per la ripetitività, la noia, la mancanza creativa di coraggio di osare. Di film come “The Whale” ormai se ne sfornano pochi: qualcuno ricorda una notte degli Oscar più insulsa dell’ultima? Rischiamo sia quella dell’anno prossimo. Noi pubblico però, abbiamo un voto: andare al cinema per vedere altro.