Marta Giovanetti, PhD, Visiting Researcher della Fondazione Oswaldo Cruz a Rio de Janeiro, si trova in Brasile, dove la pandemia da Sars-Cov2 continua a mietere vittime. Il presidente Jair Bolsonaro è al centro di critiche: la sua gestione non soddisfa la visione dei progressisti (e non solo), che avrebbero voluto un atteggiamento diverso. Ma per il Brasile sarebbe stato possibile adottare un lockdown simile al nostro? Le condizioni economiche delle persone consentono la scelta drastica che abbiamo scelto in Italia? Di questa e di altre questioni abbiamo parlato con chi si sta occupando sul campo di studiare il quadro epidemiologico di una delle nazioni più colpite dal Covid-19 in questa fase storica.

Nel corso di questi anni, si è ipotizzato che una pandemia potesse provenire dal Sud America. Anche alcuni organi ufficiali degli Stati Uniti hanno ragionato su questo scenario. Poi però è andata diversamente. Ma ci dobbiamo aspettare che una “nuova pandemia” parta dalla zona di mondo in cui lei opera?

Ogni volta che parliamo di un patogeno virale dobbiamo sempre considerare le sue modalità di trasmissione. Per quanto riguarda il Sud America, possiamo di sicuro notare la presenza di virus di tipo respiratorio, virus che sono endemici in tutto il mondo nel periodo della stagione invernale, quella col picco di casi influenzali. Anche se in Sud America un’attenzione particolare va data agli arbovirus, responsabili delle arbovirosi, zoonosi causate da virus trasmessi da vettori artropodi (arthropod-borne virus, come per esempio zanzare, zecche e flebotomi) tramite morso/puntura, tra questi: febbre gialla, dengue, west Nile, zika e chikungunya. In Italia per esempio nel 2017, ad Anzio a circa 60 chilometri da Roma si registrò un outbreak di chikungunya. In questo senso, dobbiamo quindi aspettarci epidemie da tutto il mondo. È un dato di fatto che ci sono più persone sul pianeta che mai, la popolazione mondiale oggi è di 7,7 miliardi di persone. E viviamo sempre più vicini gli uni agli altri. Una maggiore concentrazione di persone in spazi più piccoli comporta un maggior rischio di esposizione a agenti patogeni che causano malattie. La human mobility e la globalizzazione costituiscono in questo senso due vettori naturali per la diffusione delle pandemie permettendo la rapida diffusione di un patogeni virali worldwide. 

Voi li state studiando. Avete la percezione che un patogeno specifico possa essere problematico o possa diventarlo?

A livello pandemico – in relazione agli arbovirus – la circolazione è più complessa, perché è necessaria la presenza di un vettore, per esempio la ‘zanzara’. In questo senso è difficile, per esempio, che nei paesi nordici si registrino grandi outbreak. Un discorso diverso riguarda invece le zone tropicali dove incontriamo chiaramente condizioni climatiche ideali che favoriscono la propagazione di questi patogeni virali. 

Passiamo al Sars-Cov2: la situazione in Brasile sembra drammatica…

Sì, la situazione non è delle migliori. Persistono vari problemi. Uno è quello gestionale. Noi ricercatori non siamo soliti esporci sulla o contro la classe politica ma, quello che posso affermare, interessa le ristrutturazioni politiche che sono state disposte per il ministero della Sanità brasiliano. Si è trattato di un turn over importante. Nel giro di qualche mese, il Brasile ha cambiato 3-4 volte il ministro della Salute. La persona che ora ha assunto la posizione de facto è un ex militare dell’esercito. Coloro che hanno preceduto l’attuale ministro della Salute erano molto competenti nel campo, ma non sono potuti intervenire come avrebbero forse voluto. Bolsonaro ha infatti lottato affinché il Brasile non venisse isolato e attualmente, nonostante l’aumento del numero di casi, molti Stati del Brasile stanno riaprendo le attività commerciali, tornando alla normalità, anzi a quella che chiamiamo essere la “nuova normalità apparente”, nonostante la fase 2 non sia ancora iniziata. Va però considerato un concetto importante: in Brasile esiste uno squilibrio economico-sociale gigantesco. Non è una nazione che può permettersi di fermarsi. Sì, lo Stato ha fornito degli aiuti economici, ma la differenza reddituale tra le persone è troppo evidente per non essere considerata. La pandemia ha portato in dote altra miseria, in specie nelle favelas. In questo senso il lockdown in Brasile forse non avrebbe funzionato . 

Da ricercatrice che lavora in Brasile, pensa che l’Amazzonia possa essere pericolosa per le future pandemie? Questa volta verremo avvertiti prima dagli scienziati?

No, sinceramente non credo che l’Amazzonia possa essere considerata pericolosa in chiave pandemica, possiamo invece definirla un reservoir di immensa e infinita biodiversità. La grande questione adesso è proprio la “What’s next?”. Di fatto il nuovo coronavirus ha mostrato al mondo la potenza della scienza. Ci ha mostrato che non siamo soli su questo pianeta, ed ha rivelato al mondo uno sforzo mondiale disumano che ha coinvolto ricercatori di tutto il mondo a cercare, correndo contro il tempo, di incontrare risposte che potessero aiutare a comprendere l’origine e le modalità di dispersione di questo patogeno viral emergente, mostrando che le vere sfide si vincono in laboratorio. Il nostro compito come scienziati è cercare di prevedere quello che accadrà monitorando in tempo reale la circolazione di patogeni virali emergenti e ri-emergenti nell’attuale era della “genomic revolution” che ci permette utilizzando tecnologie di “next generation sequencing” di produrre una quantità immensa di dati.

Lei ha studiato le sequenze genetiche del nuovo coronavirus…

Si, noi stiamo accompagnando la pandemia mondiale del nuovo coronavirus tanto in Brasile che in Italia, in collaborazione con il Campus Biomedico di Roma e i Professori Massimo Ciccozzi e Silvia Angeletti. Studiamo il virus dal punto di vista genomico, cercando di comprendere i meccanismi di dispersione responsabili delle multiple introduzioni e delle successive trasmissioni comunitarie tanto sul territorio italiano come su quello brasiliano. In Brasile, more in deep, realizziamo attività di genomic surveillance in real time, utilizzando il sequenziatore di terza/quarta generazione il MinION, che ci permette essendo “tascabile” di realizzare attività di campo e di ottenere in meno di 24h 24-48 genomi completi. 

Ma il virus brasiliano è diverso da quello che abbiamo conosciuto noi?

Sappiamo che una delle caratteristiche intrinseche dei patogeni virali è proprio la capacità di accumulare mutazioni lungo il genoma, meccanismo che conferisce una sorta di “escape” contro la risposta immune dell’ospite. Semplificando molto, un virus entra in un organismo e ne sfrutta poi le cellule per replicarsi, cioè per creare nuove copie di se stesso che provvederanno a legarsi ad altre cellule per fare la stessa cosa. Questo meccanismo non è molto preciso e può portare ad alcuni errori (mutazioni) nella fase in cui il codice genetico del virus viene trascritto per farne una copia. Queste imprecisioni sono responsabili per esempio di provocare: una modificata capacità del virus di diffondersi, un aumento della sua capacità di causare una malattia (virulenza), nuova resistenza ai trattamenti farmacologici che prima riuscivano a tenerlo sotto controllo, aumentata capacità di eludere le difese immunitarie dell’organismo. Una o più mutazioni possono quindi influire su queste caratteristiche, ma non necessariamente in modo significativo e al punto da sostenere che si sia prodotto un nuovo ceppo virale. Per rispondere alla tua domanda quindi, il virus è lo stesso, ma ovviamente va e andrà incontro a pressioni selettive diverse. 

Quanto altro tempo durerà la pandemia in Brasile?

Questa è di certo la domanda alla quale tutti noi vorremmo poter avere una risposta. Non esistono previsioni certe. Saremo liberi da questa pandemia quando una determinata porzione della popolazione ne sarà immune impedendo al virus la sua propagazione per assenza di individui suscettibili. Sara possibile raggiungere questo livello di immunità per esposizione naturale (attraverso le infezioni) oppure di forma artificiale (attraverso la vaccinazione), è altamente improbabile che il virus riesca ad essere eliminato in un’altra forma. In questo senso alla domanda: quando sarà possibile tornare alla vita normale? Credo che considerando la possibile persistenza di questo patogeno in molte aree del pianeta, i disastri economici e le misure di distanziamento sociale necessarie per contenere la dispersione saremo di fatto “liberi” da questo patogeno soltanto nei prossimi anni.

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