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Ad agosto i media internazionali diffusero una notizia che sconvolse il mondo: Paul Rusesabagina, l’Oscar Schindler africano, l’uomo considerato uno dei ”giusti” dell’umanità che salvò più di mille cittadini ruandesi tutsi durante il genocidio del 1994 era stato arrestato in Ruanda con l’accusa di terrorismo.

La storia dell’ ex direttore dell’Hotel delle Mille Colline di Kigali, era divenuta celebre grazie al film Hotel Rwanda. La pellicola hollywoodiana, uscita nelle sale nel 2004, aveva fatto conoscere a livello planetario l’eroismo di un uomo che si era esposto in prima linea, durate uno dei momenti più orrorifici della storia contemporanea, per salvare dalla furia genocidaria migliaia di cittadini ricercati e perseguitati soltanto per la propria etnia.

Dopo la salita al potere di Paul Kagame e la vittoria del Fronte Patriottico Ruandese, la figura iconica e immacolata di Rusesabagina aveva iniziato però ad essere oggetto di attacchi e accuse esecrabili. Sulla stampa locale e non solo iniziarono a comparire articoli che lo accusavano di aver speculato sulle persone che aveva tratto in salvo nell’albergo di Kigali. L’uomo dapprima si era trasferito in Belgio poi, in seguito alla sua discesa in campo nella politica ruandese come oppositore del leader del Paese dei Grandi Laghi, si era trasferito negli Stati Uniti dove era stato insignito, durante l’amministrazione Bush, nel 2005, della ”medaglia della libertà”.

Una vicenda contornata da molte luci e altrettante ombre, ma nessuno avrebbe mai immaginato che la storia di Rusesabagina potesse mai contemplare un arresto e accuse per crimini contro i quali lui stesso ha speso e rischiato la propria vita, tra le quali: omicidio, terrorismo, finanziamento e fondazione di gruppi ribelli e coinvolgimento di bambini in gruppi armati.

La cattura e l’incarcerazione dell’ex direttore dell’Hotel delle Mille Colline da subito è stata permeata da molti punti di domanda e ad oggi, a pochi giorni dall’inizio del processo che lo vede come imputato, ancora un dubbio rimane: si tratta di un arresto politico condotto da un governo autoritario che ha voluto infangare e abbattere la sacralità di uno dei più noti e strenui oppositori del regime oppure Rusesabagina non è l’eroe senza macchia che il mondo ha conosciuto attraverso il racconto in cellulosa ma nasconde dei coni d’ombra oscuri e brutali?

Per comprendere al meglio la vicenda occorre ritornare ad agosto, e ricostruire le fasi dell’arresto. Secondo una ricostruzione fatta dal New York Times e riporta da InsideOver, il 26 agosto Rusesabagina è volato da Chicago a Dubai senza dare molte spiegazioni alla moglie: ”riunioni”. Arrivato a Dubai l’uomo ha trascorso soltanto sei ore nella città degli Emirati, poi è salito su un volo della GainJet, una compagnia di charter con sede in Grecia con cui Kagame ha contatti, convinto di volare alla volta del Burundi, dove, secondo quanto dichiarato dai suoi legali, Rusesabagina avrebbe dovuto incontrare il pastore Constantin Niyomwungere che l’aveva invitato per tenere una serie di incontri nelle chiese del Paese. L’aereo però non è mai arrivato a Bujumbura ma è atterrato il 28 agosto, poco prima dell’alba, a Kigali, dove Rusesabagina è stato rapidamente arrestato e condotto in carcere. Il capo dei servizi segreti del Ruanda, il generale Joseph Nzabamwita, ha definito l’accaduto “un’operazione meravigliosa” e i funzionari ruandesi che si sono occupati dell’arresto hanno spiegato che il vero motivo della visita in Burundi di Rusesabagina era quella di incontrare i membri dei gruppi ribelli e coordinare insieme a loro le attività insurrezionali. Human Rights Watch, a poche ore dall’arresto, ha affermato che la detenzione di Paul Rusesabagina violava il diritto internazionale, ma nonostante l’intervento dell’Organizzazione Internazionale per i diritti umani, l’uomo da quel giorno è rimasto in carcere; prima nella stazione metropolitana di Remera poi nel penitenziario di Kigali.

Il sessantaseienne ruandese, nei mesi trascorsi dal suo arresto ad oggi, ha sempre affermato la sua innocenza, ha citato in giudizio la compagnia di voli charter, e la famiglia ha dichiarato che era estremamente preoccupata per le sue condizioni di salute. Parallelamente hanno iniziato ad emergere particolari poco cristallini che hanno gettato ulteriori ombre su un caso giudiziario sempre più sospetto e ammantato da incongruenze e dubbi.

Innanzitutto, a novembre, c’è stata la denuncia della figlia di Rusesabagina, Carine Kanimba che ha raccontato al quotidiano di New York di aver ricevuto messaggi WhatsApp e Twitter da una persona che affermava di essere una delle guardie carcerarie del padre e che nei messaggi descriveva la routine dell’ ex direttore dell’Hotel delle Mille Colline e suggeriva modi per aiutarlo a fuggire. “Non ho mai risposto.- ha commentato la figlia- La mia paura era che fosse un tranello e che se avessi risposto avrebbero usato le mie dichiarazioni contro mio padre.”

Poi a dicembre sono emersi altri due aspetti insoluti e foschi riguardo l’ arresto e la detenzione di Rusesabagina. Il primo riguarda la possibilità che il volo della compagnia ellenica su cui viaggiava l’oppositore ruandesi sia stato affittato e pagato dal governo di Kigali. Secondo alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa, le autorità ruandesi avrebbero ammesso di aver affittato il servizio charter per operazioni governative, ma non hanno mai confermato esplicitamente che si trattasse dell’esatto volo che ha portato il signor Rusesabagina a Kigali.

La seconda questione irrisolta riguarda invece l’intercettazione ed il sequestro di materiale riservato appartenente a Rusesabagina. In un video di un’ora e mezza che il team di pubbliche relazioni di Johnston Busingye, ministro della giustizia e procuratore generale del Ruanda, ha accidentalmente inviato ai media, il signor Busingye dichiara che le autorità della prigione hanno intercettato la corrispondenza tra il signor Rusesabagina, i suoi avvocati e i suoi figli. E Busingye ha anche discusso con il suo team su come rispondere alle domande sul fatto che il governo ruandese avesse pagato il volo che in agosto ha portato il signor Rusesabagina a Kigali, dove è stato arrestato con l’accusa di omicidio, rapina a mano armata e per essere membro di un organizzazione terroristica.
Inoltre, stando alle ultime rivelazioni fatte alla stampa dagli avvocati dell’imputato risulta che ai suoi avvocati internazionali non sia stato permesso di entrare a Kigali per rappresentarlo e che gli ufficiali della prigione continuino a confiscare i suoi fascicoli.

Il parlamento europeo il 10 febbraio è intervenuto approvando una risoluzione che chiede che a Rusesabagina vengano garantiti i diritti di un cittadino europeo ma nonostante questo il 18 febbraio il processo è iniziato. La richiesta dell’arrestato di avere 6 mesi di tempo per preparare la sua squadra legale è stata respinta e la reazione dell’imputato è stata quella di non presentarsi in tribunale.
Un estremo tentativo che probabilmente non avrà i risultati sperati e l’uomo e la sua storia verranno processati in contumacia.

L’iter giudiziario prosegue quindi tra menzogne e accuse, insabbiamenti e contraddizioni e se il mondo resta in attesa della sentenza nei confronti dell’eroe di Hotel Rwanda, intanto la sentenza nei confronti della verità e della memoria storica degli orrori del aprile 1994 sembra essere già stata emessa: un’autodafé esemplare senza possibilità di ricorso in appello.