Sono settimane che, sulle pagine di tutti i giornali e in apertura di qualsiasi notiziario, compaiono informazioni relative al Coronavirus, il virus 2019 nCoV che dal mercato del pesce di Wuhan in Cina si è diffuso in tutto il mondo. I dati, sempre in continuo aggiornamento, al momento, parlano di quasi 10mila contagi, i morti sono 213 e tutti in Cina.

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha proclamato lo stato di emergenza globale e in tutto il mondo si stanno adottando misure preventive per cercare di arginare le infezioni e contenere l’epidemia.

L’Italia ha sospeso i voli con il Celeste Impero e intanto la psicosi e l’incubo del morbo si fanno sempre più prepotenti e insidiosi nella popolazione. Eventi e manifestazioni vengono cancellati, negli aeroporti il personale medico e la protezione civile sono in stato d’allerta ed è ormai prassi incontrare sui mezzi pubblici persone con i volti coperte dalle mascherine. Nel nostro Paese, al momento, si sono registrati soltanto due casi di Coronavirus e si è trattato di due turisti cinesi a Roma. Se da un lato quindi, nel Bel Paese, non si può parlare di diffusione dell’infezione si può invece parlare di paranoia pandemica e isteria collettiva.

Legittima scaturisce però ora una domanda: perché così tanto allarmismo e interesse mediatico per il virus cinese e nessuna copertura e attenzione invece per i virus che, molto più letali, stanno falcidiando la popolazione nell’Africa sub-sahariana nell’assoluto silenzio planetario? La risposta più scontata, quasi retorica e cinicamente realista, è che le epidemie che stanno travolgendo il continente africano non rappresentano, ora, una minaccia globale, e quindi, non interessano. Posto l’assioma è però anche il caso di comparare alcuni dati per rendersi conto di come si sia arrivati a gerarchizzare persino le infezioni: malattie di serie A e malattie di serie e B. E la cernita non è dovuta al tasso di mortalità o al livello di riproduttività del virus: no.

A decidere se si tratti di un morbo di interesse o meno è unicamente il fatto che i cittadini colpiti siano del nord o del sud del mondo

Per comprendere al meglio questa osservazione occorre prendere in esame tre virus che, in questo momento, sono la causa di tre epidemie nel mondo: il primo è il Coronavirus di cui si continua a parlare, poi l’ebola che da 18 mesi sta falcidiando le regioni orientali della Repubblica democratica del Congo e il morbillo che, sempre in Congo, ha già provocato la morte di 4mila persone.

Per quel che riguarda il Coronavirus c’è da aggiungere, oltre a quanto già detto, che la capacità di propagarsi nella popolazione sana è tra l’1,5 e il 2,5, ovvero che una persona con i sintomi può infettare, statisticamente, un’altra persona e mezzo. Più o meno come l’influenza classica. Inoltre la malattia non colpisce i bambini, o comunque lievemente, dei primi 425 contagi avvenuti a Wuhan nessuno infatti ha meno di 15 anni e il New England Journal of medicine ha spiegato a tal proposito

I bambini sembrano essere meno suscettibili all’infezione o, se contagiati, mostrano sintomi più lievi

Inoltre il tasso di mortalità si attesta al di sotto del 3% e le persone morte a causa del virus erano, soprattutto, anziani o pazienti già affetti da malattie croniche.

Situazione ben diversa invece in Africa dove da agosto 2018 si sta consumando la prima epidemia di ebola della storia in una zona di guerra, la seconda per numero di contagiati e la più spietata per numero di bambini colpiti. L’infezione, di quello che è il virus più letale al mondo, ha già colpito oltre 3400 persone, i decessi sono più di 2200 e il tasso di mortalità si attesta quindi intorno al 70%, il 30% delle vittime inoltre, sono bambini. Sono numeri agghiaccianti e soltanto leggerli terrorizza eppure, l’epidemia di ebola che sta travolgendo le genti che vivono nella Repubblica democratica del Congo non sembra interessare, visto che l’ultima volta in cui i media ne hanno parlato in maniera massiva è stato a luglio quando si è registrato il primo caso di ebola nella città di Goma, il Ruanda ha chiuso la frontiera con il Congo e l’Organizzazione mondiale della Sanità ha proclamato l’emergenza internazionale. E ancor meno interesse sembra suscitare l’infezione di morbillo che nel Paese dei Grandi Laghi, dal 2018 ad oggi, ha provocato 200mila contagi e 4mila morti, il 90% dei quali sono bambini.

Una sproporzione di copertura mediatica e attenzione nei confronti delle tre epidemie è lapalissiana alla luce di questi dati, e la formula ”due virus, due misure” è rivelatrice di come l’osservazione del mondo avvenga, sempre più, attraverso il prisma del ”noi e loro”, ”gli uni e gli altri”; una prospettiva di analisi e visione del nostro contingente che, nel 2020, ha i connotati di una patologia silente e contro la quale non sembra essere stato trovato ancora alcun vaccino efficace.