Coperta da un velo verde, Silvia Romano, la cooperante italiana rapita in Kenya a fine 2018, è finalmente tornata a casa dopo 18 mesi di prigionia. Un anno e mezzo segnato da un silenzio che pesava come un macigno e dove la speranza ha spesso ceduto il passo alla disperazione. Sparita, data in sposa a un jihadista e infine morta: sono queste le tante voci che sono circolate in questi mesi. Tutte smentite. O quasi.

Ripercorrere i 18 mesi di prigionia di Silvia, infatti, non è per niente facile. Ancora più difficile è comprendere i motivi che l’hanno portata a convertirsi e, soprattutto, vale la pena interrogarsi su quale islam abbia incontrato la cooperante. Gli Al Shabaab non sono infatti un gruppo mistico o sufi dell’islam, ma un movimento jihadista affiliato ad Al Qaeda che ha compiuto stragi terribili, come ricorda anche Maryan Ismail, antropologa di origini somale a cui i jihadisti hanno strappato un fratello: “Quale islam ha conosciuto Silvia? Quello pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarci la testa? Quello dell’attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti? Quello che violenta le nostre donne e bambine? Che obbliga i giovani ad arruolarsi con i jihadisti? Quello che ha provocato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? Quello che provoca da anni esodi di un’intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell’orrore? Quello che ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti?”.

Già perché Silvia è innanzitutto un’autodidatta e non si capisce quale possa essere la sua idea di islam. Sono infatti cinque i punti che non tornano in questa conversione.

  1. Ad oggi, non sappiamo se la lettura del Corano le sia stata in qualche modo suggerita (“Ho chiesto dei libri e mi hanno portato il Corano. Ho cominciato a leggere per curiosità e poi è stato normale: la mia è stata una conversione spontanea”) o se sia nata da un suo intimo desiderio di conoscenza  (“Ho chiesto dei libri e poi ho chiesto di avere anche il Corano”).
  2. La conversione di Silvia è davvero sincera oppure è stata causata dalla drammatica situazione in cui si è trovata suo malgrado? Afferma a tal proposito Paolo Branca, docente dell’università Cattolica intervistato da ilGiornale.it: “Mi pare evidente che se i rapitori fossero stati di un’altra religione o atei, sarebbe stata meno probabile la richiesta di una copia del Corano, seguita addirittura da una conversione”. La giovane, quindi, potrebbe aver inizialmente chiesto il libro sacro dell’islam per cercare un po’ di consolazione e si sarebbe infine convertita.
  3. Qual è l’islam in cui crede Silvia? Quello più tollerante oppure quello più severo e repressivo praticato per esempio in Arabia Saudita?
  4. Perché Silvia ha deciso di tornare in Italia indossando un ampio vestito verde tipico della tradizione somala e coprendosi il volto con il velo? Secondo Branca, la risposta non sarebbe solamente da cercare nell’islam ma anche nel fatto che chi “esce da una simile esperienza può anche sentirsi ‘protetto’ dal velo dai molti sguardi che si vedrà puntati addosso”.
  5. Infine, il quinto dubbio. Quello più drammatico: le violenze. Silvia ha detto di esser stata trattata bene dai suoi rapitori, ma questa versione è difficile da credere. Certamente, la giovane rappresentava un’ottima moneta di scambio per Al Shabaab e, quindi, il gruppo terroristico aveva tutto l’interesse a trattarla bene. Ma basta conoscere la storia di questo gruppo per sapere di quali crimini è capace.

Questi cinque quesiti sono fondamentali per comprendere il percorso di Silvia, il cui volto pallido sembra nascondere un segreto che solo lei (e la Somalia) conoscono.

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