Quando ha tre artigli, state pur certi che vi trovate di fronte un drago di origine giapponese. Se invece gli artigli sono quattro o cinque, allora l’immagine di quella creatura mitologica proviene dalla Cina, dove, nel corso degli anni, è stata il simbolo esclusivo della famiglia imperiale, è apparsa sulla bandiera nazionale (durante la dinastia Wing, dal 1644 al 1912) e chiunque decorasse la propria abitazione con la sua effige veniva condannato a morte.
I draghi hanno una storia antichissima, eppure, ancora oggi, sono tra i soggetti più diffusi nell’arte del tatuaggio giapponese. Ryu di ogni tipo decorano la schiena di un gran numero di persone, non solo in Giappone. E poi ci sono tutti gli altri animali che derivano dal folklore nipponico, dalle leggende le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Guardiani celesti, fiori, divinità, demoni, dei: il tatuaggio giapponese, un vero e proprio tabù in patria, è ormai famoso in tutto il mondo. Tatuatori più o meno esperti cercano di ricreare i significati espressi dall’irezumi – alla lettera “inserire l’inchiostro” – sul corpo dei clienti, sempre più attratti dai tatoo nipponici. Ma da dove viene la famigerata arte del tatuaggio giapponese? Che cosa simboleggiano le figure? Qual è la loro storia? Partiamo dall’inizio.
Origine e sviluppo
In un primo momento, come si legge nel libro Il tatuaggio giapponese di Yori Moriarty (L’Ippocampo edizioni), in Giappone il tatuaggio era assimilato a una forma di punizione. I prigionieri venivano tatuati in volto con caratteri che ricordavano le loro malefatte, oppure marchiati sulle braccia con simboli geometrici. Anche le classe inferiori, come gli hinin, subivano la medesima sorte, e dovettero sopportarla fino al 1720. In un secondo momento, i tatuaggi iniziarono ad apparire sul corpo di uomini e donne che si incontravano nei quarti del piacere a Kyoto e Osaka. Prostitute e geishe potevano così mostrare un segno di devozione verso il cliente preferito, che ricambiava compiaciuto.
Con il passare del tempo, la moda iniziò a diffondersi anche presso le classi più agiate e nelle altre città del Giappone. Le figure divennero sempre più complesse, fino a diventare soggetti figli di una tecnica complessa. L’arte del tatuaggio iniziò così a riportare le stampe sulla pelle delle persone. In ogni caso, e in linea generale, tra i primi a tatuarsi per il piacere di farlo troviamo i ronin – che si facevano incidere il clan di appartenenza o la data di una particolare battaglia -, e altri guerrieri. Iniziarono poi a tatuarsi clan criminali e artisti ribelli, che alimentarono un’usanza sempre più diffusa.
Le autorità vietarono la pratica del tatuaggio nel 1804 fino all’inizio dell’occupazione americana nel secondo dopoguerra, nel 1948. Ma il proibizionismo non fece altro che attirare l’attenzione dei curiosi sull’arte del tatuaggio, non solo dei cittadini giapponesi. “Lungo tutta la mia carriera ho cercato di imparare il più possibile sull’arte del tatuaggio giapponese. Da americano, mi sono subito accordo che non sarebbe bastata una vita intera per le frustrazioni e le soddisfazioni che implica una missione del genere. Non c’erano scorciatoie e, per quanto potessi impegnarmi, non sarebbe mai stato abbastanza”, ha affermato Jason Kundell, figura di spicco dell’arte del tatuaggio giapponese negli Stati Uniti.
La Yakuza
Menzione a parte merita la Yakuza, termine attualmente utilizzato per indicare un’organizzazione criminale tradizionale giapponese, suddivisa in varie bande. La parola yakuza è apparsa intorno al 1600, e deriva da “otto-nove-tre”, la mano peggiore nel gioco di carte oichokabu. La pronuncia di questi tre numeri, in giapponese, è “yattsu–ku–san“, quindi yakuza, ovvero “chi non contava niente”.
Ancora oggi, i giapponesi che hanno vistosi tatuaggi su tutto il corpo sono subito associati alla Yakuza. Ogni famiglia ha i propri simboli, anche se i tatuaggi dei membri delle gang rappresentano spesso divinità guerriere, scene mitologiche o animali. I tatuaggi servivano per incutere timore, ma anche per proteggersi in prigione. In caso di detenzione, infatti, i criminali mettevano in bella mostra il “biglietto da visita” inciso sulla pelle, mostrando i corpi alle guardie e agli altri detenuti.
I tatuaggi più diffusi
Il tatuaggio giapponese tradizionale viene effettuato mediante il tebori, una tecnica particolare. Intanto, questo tipo di tatuaggio è fatto a mano. Poi, il tatuatore utilizza una bacchetta di bambù (hari) sulla cui sommità inferiore si trovano aghi piatti, e inchiostro nero e grigio (sumi). Anche se le macchine occidentali hanno fatto breccia nel campo dei tatoo, tutt’ora c’è chi continua a praticare il tebori.
Per dare un’idea del loro significato, passiamo adesso in rassegna i tatuaggi più comuni. Il drago simboleggia solitamente misericordia e buona fortuna. Ha un’origine divina e, secondo la leggenda, rappresenta una delle otto divinità che proteggono Buddha. Possono essere alati (in tal caso ha due zampe e non quattro), librare nel cielo o far parte di episodi mitologici. Affinché il disegno sia perfetto, le proporzioni devono far sembrare il drago possente. Il diametro del suo corpo non deve superare quello della testa, mentre le zampe abbastanza lunghe e robuste da sopportare il peso del corpo.
Troviamo poi il leone (shishi), considerato una sorta di amuleto protettivo e realizzato assieme alle peonie, il falco (taka), simbolo di coraggio, la tigre (tora), saggezza, e la carpa (koi). Quest’ultimo è un’animale emblematico della cultura giapponese. Indica resistenza alle avversità, e solitamente viene raffigurato mentre risale la corrente di un fiume. Stando a una leggenda nipponica, soltanto i pesci più forti sono in grado di risalire la corrente, oltrepassare la “porta del drago” e trasformarsi in draghi. Un altro tatuaggio molto diffuso è quello che raffigura Hannya, una maschera con corna, zanne e volto disumano. Deriva dalla storia di una donna bellissima il cui volto, dopo essere stata tradita, e a causa di odio e gelosia, assume sembianze demoniache. Le antichissime tradizioni del Giappone, insomma, sono il perno centrale attorno al quale ruotano i tatoo giapponesi.