Dopo l’aliya, la yerida: perché oggi Israele rischia una nuova diaspora

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Lo stato di Israele, circa due anni dopo la dichiarazione d’indipendenza, varò la cosiddetta legge sul ritorno, che riconosce a qualunque ebreo del mondo il diritto di immigrare in Israele (Aliyah) e di acquisire automaticamente la cittadinanza, offrendo una serie di tutele e agevolazioni per favorire l’integrazione. Per effetto del provvedimento, più volte modificato e integrato (e contestato), si stima che da allora circa tre milioni di persone si siano trasferite in Israele.

Il problema è che specialmente negli ultimi tre anni, a far data dalla contestatissima riforma giudiziaria e dai fatti del 7 ottobre, si sta sviluppando una sorta di percorso inverso, con un crescente flusso di remigrazione di cittadini ebrei, diversi dei quali titolari di altre nazionalità, fattore che facilita il movimento. Una dinamica che rischia di trasformare Israele da rifugio degli ebrei del mondo, a realtà percepita come sempre meno sicura e democratica per i suoi abitanti, tanto che si parla sempre di più di yerida, termine che significa “discesa”, in contrapposizione ad aliya, ”l’ascesa”, che indica l’immigrazione ebraica verso Israele; per la verità sembra farsi strada anche il neologismo “relocation”, per sottolineare un trasferimento indotto più dalle circostanze, che dalla volontà.

Non mancano le testimonianze autorevoli per spiegare le ragioni alla base di questa sorta di moderna diaspora. Tra le altre, quella della scrittrice Riki Cohen, che parla di catastrofe, della deriva autoritaria e del dilemma tra restare e combattere, o semplicemente fuggire, anche se a malincuore, visto che significa abbandonare le proprie radici e un progetto di vita. Nel volume Noi che siamo rimasti indietro. Un manifesto del lutto, l’autore Idan Tzivoni parla di una nazione piena di conflitti e contraddizioni, costretta a vivere in un “teatro di morte”, e di un diffuso impulso alla fuga, prima che sia troppo tardi, un sentimento che ricorda molto gli anni Trenta del secolo scorso.

I numeri confermano la tendenza. Solo nel biennio compreso tra il 2023 e il 2025 si è registrato un saldo migratorio negativo di 144mila unità, che oltretutto coinvolge molti professionisti qualificati (come medici, ingegneri, esperti delle nuove tecnologie, settore trainante dell’economia israeliana), secondo dinamiche che paiono destinate a crescere.

Dove sono diretti i migranti? Principalmente verso gli Stati Uniti, ma anche in Europa (Germania, Grecia, Cipro) o in Asia (Thailandia); non mancano coloro che scelgono l’Italia, il caso della Valsesia è emblematico, contribuendo a rivitalizzare le comunità del vecchio continente che sembravano destinate all’estinzione.

Le ragioni alla base della decisione di lasciare Israele non hanno solo natura politica. Incidono l’aumento del costo della vita, ma soprattutto lo stress e la tensione per una vita costantemente esposta a pericoli e incertezze di ogni genere, dovute al clima d’odio e alle tensioni con gli arabi, per non parlare del timore dell’arruolamento, specie per i più giovani. Un problema che si inserisce nella più ampia (e critica) dinamica demografica, esaminata da Giacomo Gabellini nel suo saggio Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele, che rischia di compromettere non solo un progetto politico e di vita dello stato ebraico, ma alla lunga la sua stessa sopravvivenza, quantomeno nell’attuale assetto.