Questa volta c’è scappato il morto, anzi addirittura tre. Ma di scene come quelle viste a Monreale, fatte di spintoni, gente impaurita che prova a scappare e tavolini lanciati in aria contro “rivali”, in Sicilia se ne vedono parecchie. Ed è (quasi) notizia di ogni sabato, di ogni fine settimana. La “rissa del sabato sera” è una sorta di appuntamento fisso, una vera e propria costante. Quasi mai riguardano la criminalità organizzata o dinamiche legate al mondo della droga. In realtà, può bastare davvero poco per aizzare gli animi: uno sguardo, un pestone involontario, un apprezzamento “di troppo”. Molti locali negli anni si sono attrezzati: nei vari lungomare delle principali località turistiche è possibile vedere transenne da cantiere a cinturare gli ingressi, buttafuori posizionati all’esterno, addetti che controllano liste esclusive per entrare. Oppure, più semplicemente, si alzano i prezzi dei biglietti. Tutto pur di tenere fuori coloro che, come vengono descritti in siciliano, “nescinu sulu pi fari dannu” (escono solo per fare danno).
Il caso di Monreale
Se si chiede a un qualunque avventore dei locali in Sicilia chi sono coloro che escono per fare danno, non risponderà con nomi e cognomi ma indicando le zone di origine. La percezione, girando per le aree della “movida” siciliana, è che esistono aree circoscritte dove il degrado e il disagio sociale appaiono come base essenziale per la violenza. Tra queste aree, rientra lo Zen di Palermo. Il quartiere, situato nella parte settentrionale del capoluogo siciliano, da cui proviene Salvatore Calvaruso. Il ragazzo di 19 anni che ha percorso, in pieno sabato sera, 15 km ed è risalito fino a Monreale con una pistola in tasca. L’arma l’ha poi usata per sparare contro la folla in via Benedetto D’Acquisto, a pochi passi dallo storico duomo di Monreale.
Tutto era iniziato, per l’appunto, come una “tradizionale” rissa da sabato sera. Poi si è passati oltre, alle armi vere e proprie. Ed è così che sono morti due cugini di 23 e 26 anni, Andrea Miceli e Salvatore Turdo. Un terzo ferito è morto in ospedale: si chiamava Massimo Pirozzo ed era anch’egli giovanissimo.
Zen come Scampia
Le tre vite spezzate a Monreale danno un certo senso di ingiustizia. Nessuno dei ragazzi uccisi era uscito per cercare un litigio o un qualcosa che potesse infastidire il prossimo. Tutti e tre, molto probabilmente, appartenevano a quella stragrande maggioranza di siciliani che di risse non ne vuole nemmeno sapere. E quando di mezzo c’è un senso di ingiustizia, in mente vengono molte domande. La prima è la più semplice: perché? L’origine del ragazzo accusato (e reo confesso) non deve portare a facili pregiudizi, ma non può nemmeno lasciare indifferenti. Non tutti allo Zen sono delinquenti in provetta, ma allo stesso tempo non è da ritenere un caso che Salvatore Calvaruso provenga da lì.
Secondo gli inquirenti, era in compagnia di almeno altre 4 o 7 persone. Sempre dello Zen e forse anche di Borgo Nuovo, altro quartiere caldo di Palermo. Si tratta di zone costituite da “tolli” di cemento, casermoni fatiscenti usati per l’edilizia popolare. Zen è acronimo di Zona di Espansione Nord: qui sono andati ad abitare coloro che stavano prima nelle aree più popolari del centro storico o della periferia palermitana. Un’opera di ghettizzazione non dissimile dal progetto delle Vele di Scampia. Edifici questi ultimi che, non a caso, sono stati abbattuti e sono balzati agli onori delle cronache per il degrado. Un degrado non solo urbano, ma soprattutto sociale. Dispersione scolastica, mancanza di prospettive, mancanza di alternative: sono tutti elementi che mostrano il fallimento della gestione delle periferie.
Il nodo legato alle periferie
L’episodio accaduto a Monreale è ricollegabile al tema delle periferie proprio per questo motivo. In molte città, non solo in Sicilia e non solo al Sud, ci sono intere aree dove risulta normale tirare fuori un’arma nel bel mezzo di una rissa o dove far partire spintoni soltanto per una parola di troppo. Dove, in poche parole, la violenza è l’unico linguaggio conosciuto e usato. Un po’ perché è il vero mezzo di sopravvivenza per la strada, un po’ per la noia di un’esistenza vissuta interamente tra lo squallore dei casermoni. Zone dunque dove lo Stato ha fatto un passo indietro e le istituzioni si sono quasi rassegnate al degrado.
In Sicilia non c’è solo lo Zen. Nella sola Palermo, esistono anche le varie Cruillas, Borgo Nuovo, Borgo Vecchio, Brancaccio e altri borghi divenuti ghetti. A Catania c’è il Librino, a Messina il Rione Taormina caratterizzato dalle baracche del terremoto del 1908, ad Agrigento c’è Villaseta assieme ad alcuni quartieri dei comuni dell’hinterland. E, purtroppo, tante aree ancora in giro per l’isola. Zone da cui si esce “pi fari dannu”, sacche di degrado che inghiottono le vite di chi vi abita e, come a Monreale, a volte anche di chi esce per un tranquillo sabato sera.
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