Lockdown, confini chiusi, esportazioni bloccate. La pandemia da Covid-19 ha mostrato tutta la debolezza del sistema globale e quanto sia ancora persistente il richiamo alla sovranità da parte dei singoli Stati, soprattutto in materia alimentare. “Per il momento gli scaffali dei supermercati sono ancora pieni”, ha dichiarato l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) in un rapporto pubblicato alla fine del mese scorso. Tuttavia, una prolungata crisi pandemica potrebbe rapidamente mettere a dura prova le catene di approvvigionamento alimentare, una complessa rete di interazioni che coinvolge agricoltori, fattori di produzione agricoli, impianti di trasformazione, spedizioni, rivenditori e altro ancora.

Cibo e pandemia

Le risorse alimentari, assieme ai dispositivi medicali, sono state le prime protagoniste del paradosso che ha afflitto molti paesi del Mondo: prodotti che affrontano viaggi di migliaia di chilometri ed una produzione locale sofferente, duramente colpita dal lockdown e spesso costretta a distruggere materie prime e derivati o a veder marcire raccolti e stock. Anche i piccoli pescatori stanno soffrendo in questa fase: anche se in grado di raggiungere le loro zone di pesca nel mare, nei laghi o nei fiumi, riscontrano gravi difficoltà nella distribuzione del pescato. Lo stesso vale per i pastori e gli allevamenti a conduzione familiare.

La grande distribuzione, dunque, è finita ancora una volta davanti al banco degli imputati. Per decenni, i governi hanno fatto ben poco per proteggere le piccole aziende agricole e i produttori alimentari che sono stati spinti fuori da questi giganti del business, producendo aberrazioni come il caso di Singapore che importa dall’estero il 90% del suo cibo. Mai come ora, però, il sistema internazionale ha dimostrato che, in caso di emergenza, i paesi sono pronti ad interrompere i loro scambi per darsi quasi totalmente alla produzione interna: le introvabili mascherine ci hanno insegnato proprio questo. I pericoli di questa dipendenza estrema dalle catene di approvvigionamento alimentare internazionali stanno venendo alla ribalta, mentre le comunità di tutto il mondo stanno affrontando qualcosa di ben più grave della mancanza di lievito: la prospettiva della fame. L’Organizzazione mondiale del commercio e l’Organizzazione mondiale della sanità hanno già messo in guardia dal rischio di “carenze alimentari” mondiali: emblematico il caso del Vietnam che, avendo bloccato le esportazioni di riso, rischia di “affamare” la Malesia.

Un dibattito che si riaccende

La sovranità alimentare è qualcosa di cui i governi e i gruppi di interesse discutono continuamente: Paesi come Nepal, Mali, Venezuela e molti altri hanno già riconosciuto la sovranità alimentare come un diritto costituzionale del loro popolo poiché pare essere la migliore difesa contro qualsiasi shock economico. Gli scaffali vuoti, la scomparsa di alcuni prodotti più o meno utili sta costringendo i consumatori, al di là delle proprie convinzioni politiche ed etiche, a ripensare il proprio rapporto con il cibo e a riflettere sulle proprie scelte di consumo. Anche il banale revival della produzione di frutta e ortaggi in casa, presso orti urbani e terreni privati è sintomo di un sistema che va ripensato in larga scala. Le ondate di panico e gli acquisti compulsivi dimostrano la forte dipendenza dalle catene globali di produzione e distribuzione, rivelando il tramonto delle piccole attività alimentari e l’incapacità attuale dell’uomo moderno di provvedere in autonomia al proprio sostentamento. Il boom del giardinaggio casalingo o la nuova mania della panificazione in casa, perciò, non vanno visti come un effetto da noia da lockdown, che fa anche un po’ sorridere, ma come segno di una grande debolezza del sistema stesso. Il termometro di questo cambio di prospettiva? Il fatto che dalla metà di marzo i più grandi produttori di prodotti per smart garden sono riusciti a malapena a stare dietro alla domanda, schizzata alle stelle.

Sovranità alimentare e autarchia

È dunque la sovranità alimentare una moderna forma di autarchia totalitaria? No. L’attuale dibattito e il ritorno in auge del tema partono dall’idea che la food sovereignty non debba essere chiusura, incomunicabilità, blocco alle esportazioni: riveduta e corretta non è incompatibile con il libero scambio, ma semplicemente più logica ed efficiente. Una lezione che soprattutto l’Europa, che ha fatto scempio della politica agricola comune, dovrebbe imparare: non può più essere un sistema di regole per la redistribuzione tra gli Stati membri delle risorse ma strumento per rafforzare la sovranità alimentare, come ha recentemente affermato il presidente della Confagricoltura, Massimiliano Giansanti. Un tale sistema, se opportunamente retto, è in grado di creare una rete solida che torna a rafforzare il settore primario con un’attenzione speciale al rispetto della stagionalità dei prodotti, che a sua volta incide fortemente sull’uso di fertilizzanti e pesticidi e, dunque, sulla qualità del cibo.

L’Italia non è immune da questo dibattito ma è anche il paese europeo che meglio si difende in proposito facendo registrare numerosi primati in termini di quantità e qualità nonostante negli ultimi 25 anni la superficie agricola utilizzabile in Italia si è fermata a 12,8 milioni di ettari con un crollo del 28%. Nonostante il dilagare della grande distribuzione, l’Italia possiede ancora un sistema che, più o meno agevolmente, prevede una filiera che parte dai campi per giungere al carrello della spesa, con più di tre milioni di occupati: questi dati fanno comprendere che importare prodotti agricoli dall’altro capo del pianeta inizia ad avere poco senso, oltre ad essere potenzialmente pericoloso in un momento segnato dalla frenata degli scambi internazionali e dall’emergere di nuovi protezionismi e guerre commerciali.

Cina e Australia due esempi di segno opposto

La Cina è stata la più colpita dal virus a gennaio e febbraio: il paese ha imposto blocchi, sospeso il passaggio interprovinciale e ordinato ai residenti di rimanere a casa, interrompendo gli affari praticamente in tutti i settori. Qui i vincoli logistici hanno causato perdite di ortaggi freschi, accesso limitato all’alimentazione degli animali e diminuzione della capacità dei macelli. La Cina moderna, però,  è un paese completamente diverso dal passato, che con nuove tecnologie e ricchezza ha lavorato per anni per migliorare la sua sicurezza alimentare, spendendo decine di miliardi di dollari nell’ultimo decennio acquistando importanti aziende di sementi. Questi sforzi sembrano aver attenuato il colpo all’industria alimentare nel pieno della pandemia. Il governo centrale ha distribuito 20 milioni di dollari in sussidi per rilanciare l’agricoltura e ha investito in tecnologia, tra cui droni agricoli e veicoli senza pilota, in grado di far muovere le catene di approvvigionamento senza contatto umano.

L’avanzatissima Australia, invece, esporta circa due terzi dei suoi prodotti agricoli ed è un importante fornitore per la regione dell’Asia-Pacifico, ma questo fattore cruciale è ora fonte di pericolo. L’industria aeronautica è stata duramente colpita dalla pandemia e i voli internazionali sono stati tagliati. Un minor numero di voli significa che ora è più costoso esportare cibo tramite i viaggi aerei. L’industria sta rapidamente cercando di trovare percorsi alternativi, ma alcuni agricoltori australiani potrebbero cercare di trovare nuovi acquirenti nel paese invece di guardare a livello internazionale. Ciò minaccia l’economia dell’intero paese in due modi. Circa il 14,5% di tutte le esportazioni australiane sono prodotti alimentari (dati Osservatorio della complessità economica). Se gli agricoltori non sono in grado di esportare le loro merci, il reddito perso potrebbe costare decine di miliardi di dollari.

Due modelli totalmente diversi, che però dimostrano come le crisi internazionali facciano ciclicamente affacciare sulle nostre vite lo spettro dell’approvvigionamento alimentare, nei paesi poveri così come in quelli avanzati. Iniezioni di buona e ragionata sovranità alimentare potrebbero essere, secondo gli esperti, quel binario parallelo alla grande distribuzione che può correggere le storture della globalizzazione alimentare.

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