Disturbi alimentari, autolesionismo, suicidi: il dramma della generazione dei social e del Covid

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Pensieri suicidari, autolesionismo e disordini alimentari. Sono questi i termini che i professionisti sanitari associano sempre di più a bambini, preadolescenti e adolescenti che visitano quotidianamente nei reparti ospedalieri del nostro Paese. Maurizio Pompili, docente ordinario presso l’Università “La Sapienza” di Roma, spiega: “Spesso l’individuo cade in ginocchio quando più fattori si mettono insieme, esacerbati dall’esposizione a un evento avverso; ciò potrebbe rappresentare un terreno fertile per l’emergere di una crisi suicidaria; in questi casi l’individuo sperimenta ciò che chiamiamo dolore mentale, fatto di emozioni negative e di un dialogo interiore che pone sempre in risalto lo stato di sofferenza”.

I disturbi della nutrizione e gli atti autolesionistici che possono sfociare nel gesto estremo di togliersi la vita hanno visto una vera e propria impennata negli anni più recenti a causa, secondo diversi esperti di salute mentale, di una comunità che costringe i più giovani a interagire con un’infrastruttura tecnologica che propone modelli sociali e di vita privi di imperfezioni ma fattualmente irreplicabili. Inoltre, ciò avviene mentre le ferite aperte dal dramma della pandemia non si sono ancora rimarginate del tutto e il timore di una guerra mondiale costantemente dietro l’angolo non fa che alimentare ansia e disillusione verso il futuro.

I dati che allarmano

Secondo un rapporto pubblicato dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù della capitale, dal 2019 si è registrato un incremento del 65% delle diagnosi da disturbi alimentari che va di pari passo con l’abbassamento delle soglia di età fino agli otto e nove anni, dal momento che casi di anoressia cominciano a manifestarsi già dalla prima età scolastica. La struttura ha specificato che nel 2024 gli accessi tra i ragazzini sotto i 13 anni sono stati del 50% in più rispetto al 2019, a fronte di un aumento complessivo del 64%, e i day hospital sono passati da 1.820 del 2020 a più di duemila l’anno scorso. 

Tali dati, che fotografano una fragilità di fondo per le nuove generazioni, fanno il paio con le statistiche che riguardano i suicidi tra i giovanissimi. Il quadro offerto dall’Associazione Italiana per lo Sviluppo Sostenibile presenta elementi che fanno correre i brividi lungo la schiena: gli episodi autolesionistici sono cresciuti del 60%  e se si prende in considerazione la fascia d’età compresa tra i 10 e i 25 anni la situazione diviene ancora più cupa poiché il suicidio è al secondo posto come causa di morte. L’Associazione Telefono Amico Italia, nel 2023, ha ricevuto circa 7 mila richieste di aiuto da gente con tendenze suicidarie o preoccupate per le sorti di una persona cara, mentre nel 2024 si è verificata una lieve flessione del 6,5% ma lo stesso i numeri restano elevati. Come spiegato dall’organizzazione, i ragazzi tra i 15 e i 25 anni preferiscono rivolgersi alla stessa mediante chat del tipo WhatsApp in quanto consente loro di esprimere meglio la propria sofferenza rispetto a mezzi più diretti come quelli telefonici.

Social e Covid-19 alla sbarra

A finire sul banco degli imputati sono i social network e l’accesso a questi attraverso l’utilizzo degli smartphone che spesso avviene già tra i banchi della scuola primaria. Il possesso troppo precoce dei dispositivi tecnologici dà modo a bambini e agli adolescenti di visualizzare contenuti non idonei a un pubblico di tenera o giovane età in quanto non è del tutto sviluppata la capacità di discernimento tra ciò che è verosimile e inverosimile, realizzabile e irrealizzabile, benefico e nocivo. Questo, a cui si deve aggiungere la vasta gamma di stimoli offerta dai social al punto da rappresentare una via di fuga dalla quotidianità e dalla “banalità” del reale, può condurre a una condizione di scarsa autostima, eterna inadeguatezza, inesauribile sete di appagamento e isolamento dalle interazioni sociali che se sottovalutati possono sfociare in quei pensieri autolesionistici di cui abbiamo parlato.

In merito all’isolamento sociale, in diversi ritengono che i lockdown all’epoca in cui il Covid-19 dilagava in tutto il mondo abbiano avuto delle ricadute sulla psiche delle persone, specialmente degli adolescenti. La chiusura delle scuole, l’home-schooling forzato, la sospensione della attività ricreative e la “quarantena” dalla vita sociale non hanno fatto altro che corroborare la dipendenza dai contenuti multimediali e ha, altresì, peggiorato la qualità del sonno, la capacità di apprendimento (35% in meno dall’introduzione della didattica a distanza) e la tensione nei rapporti in contesti familiari disfunzionali. Solo il tempo dirà se l’implementazione di tutte le misure restrittive sia avvenuta in termini corretti e se vi sia sempre stato un oggettivo fondamento.

Per fare fronte a questa emergenza, occorre certamente investire in prevenzione e diffondere consapevolezza intorno all’importanza della salute mentale, ma occorre anche cambiare il paradigma culturale costruito in questi ultimi anni. L’aver fatto credere che i social network e le loro funzionalità fossero un trampolino di lancio per un successo immediato e senza troppe fatiche, l’aver elevato a idoli a cui ispirarsi influencer che davano in pasto al pubblico la propria vita privata e l’aver pubblicizzato corpi all’apparenza scultorei ma spesso ritoccati con photoshop, ha portato i ragazzi a sbattere contro il muro della realtà il cui impatto può essere particolarmente doloroso e dal quale la ripresa non è sempre facile. Una celebre frase tratta dal saggio “La società dello Spettacolo” di Guy Debord recita: “Lo spettatore più contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il proprio desiderio”.