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Il cosmo è luogo che noialtri conosciamo già da lungo tempo. Tanto che il 12 aprile 1961, quando Jurij Gagarin bucò l’atmosfera terrestre, primo uomo moderno a volare nello spazio, a Cavriago si entusiasmarono forse più perché era cittadino sovietico che per l’orbita in sé. E anche per quella frase che Jurij pronunciò: ‘Non c’è alcun Dio quassù’. Cosa che peraltro in molti a Cavriago dicevano già, cambiando ‘quassù’ in ‘lassù’; non tanto per sapienza, più che altro per dar fastidio ai preti”. La citazione arriva direttamente dall’ultima lettura, quella conclusa da pochissimo, La Trionferà di Massimo Zamboni, autore, compositore e celeberrimo chitarrista dei Cccp (e dei Csi), che, nel 2021, ha pubblicato per Einaudi questo viaggio nel tempo (e nello spazio), che da Cavriago, nella provincia di Reggio Emilia, porta chi legge in un altrove indefinito, che potrebbe essere qualsiasi luogo. Dalla campagna emiliana a quegli spazi lontanissimi che oggi definiamo post sovietici. Descrive con cuore, minuzia e coscienza politica il profilo di Cavriago e dei suoi abitanti, attraversando la storia politica (e sociale) del Novecento e del Partito comunista italiano, così diverso da tutti gli altri, eppure, così vicino alla rivoluzione che cambiò il corso della storia. Ed è quindi facilissimo, per chi sfoglia queste pagine, trovarsi di fronte ai lanci spaziali e alle trasformazioni sociali, a Lenin (che a Cavriago c’è veramente, non con uno ma con ben due busti e una piazza dedicata, la cui storia viene magistralmente descritta proprio tra le righe di questo volume) e ai funerali di Stalin. Il libro va ben oltre una ricostruzione storica e personale dell’epopea emiliana che, un pezzo alla volta, si è costruita un’identità (per la verità ancora oggi riconoscibile), ma abbraccia le persone e i luoghi descritti, con affetto, rigore e lucidità. Ed ecco che la fedeltà al partito, che qui più che in altri luoghi sembrava essere un sentimento più che un’imposizione, si intreccia con l’ortodossia dei più anziani e con i dubbi delle generazioni successive (come la sua). E “quell’angolino sperduto” cui faceva riferimento Lenin stesso, dopo aver ricevuto un telegramma, nel 1919, proprio dagli abitanti di Cavriago, non è più così difficile da trovare sulla carta geografica, restituendo un profilo socio-politico in cui (soprattutto un’emiliana come me) riconosce frammenti di passato. Consigliatissimo.



Chi ama le saghe familiari e i romanzi in cui la storia e le vicende personali si intrecciano dalla prima all’ultima pagina, passandosi il testimone, apprezzerà sicuramente L’ottava vita (per Brilka) di Nino Haratischwili, autrice, drammaturga e regista georgiana, nata a Tbilisi nel 1983, che oggi vive ad Amburgo. Il libro, pubblicato in Italia da Marsilio nel 2020, è uscito in Germania nel 2014 ed è stato poi tradotto in italiano. Sullo sfondo di questo romanzo (e, a mio parere, davvero, solo sullo sfondo) c’è l’antica ricetta di una cioccolata calda buonissima, ma, allo stesso tempo, un po’ dannata. In rilievo, invece, c’è la storia della famiglia di Stasia, nata nel 1900 e personaggio-pilastro, da cui si sviluppano (letteralmente) le vicende di tutti gli altri (anzi, quasi sempre, le altre, perché Haratischwili ha scelto di affidare alle donne della sua storia il compito di raccontarla). E poi, anche qui, c’è il Novecento tutto, in quella Georgia che diede i natali al generalissimo (cioè Stalin) e al “Piccolo Grande Uomo”, soprannome del capo dei servizi segreti sovietici, il temuto Lavrentij Berjia, che non viene mai nominato esplicitamente, ma la cui presenza ingombrante e molto negativa si percepisce sempre. C’è la Rivoluzione d’ottobre, c’è la Seconda guerra mondiale (che viene definita, come in tutta l’orbita sovietica, la Grande guerra patriottica), l’Urss (con il suo inizio e la sua fine), c’è l’est e l’ovest. Ne L’Ottava vita accadono tante cose (a volte, forse, un po’ troppe), però, nonostante le sue oltre mille pagine, la lettura è scorrevole, visiva e interessante.

Da Nacun alla Corea del Nord, passando per Mosca

Proseguendo sulla scia delle letture che hanno al centro un certo tipo di mondo (si evince chiaramente la mia passione per quel pezzo di storia), Proletkult dei Wu Ming, uscito nel 2018 con Einaudi, personalmente, mi ha incantato già dalla sua copertina. C’è lo spazio, le stelle, il sogno, la fantascienza, la medicina e, anche in questo caso, un pezzo di storia contemporanea che vale la pena conoscere (e studiare). Tramite questo libro (geniale), ho potuto apprendere la vicenda umana di Aleksandr Bogdanov, dirigente rivoluzionario, esegeta degli scritti di Marx, scienziato e, probabilmente, il più celebre scrittore di fantascienza russo (è suo La stella rossa, pubblicato nel 1906), ma anche medico, pioniere delle trasfusioni di sangue e, soprattutto, il principale ideologo del Proletkult, cioè un organismo fondato in Unione Sovietica nel 1917 con lo scopo, secondo le sue formulazioni, di fornire le basi dell’arte proletaria, creata dai proletari per i proletari. Il romanzo, che fa coesistere realtà e fantasia alla perfezione, è ambientato a Mosca, nel 1927, e ripercorre l’ultimo anno di vita di Bogdanov, attraverso la vicenda di Denni, una giovane donna proveniente da Nacun, un pianeta conosciuto ma lontanissimo, che arriva nella capitale russa per trovare suo padre, il bolscevico Leonid Voloch, il quale visitò quel luogo fondando una società socialista e lasciando a questa figlia proprio una copia de La stella rossa. Non mi aspettavo facesse commuovere, eppure è andata esattamente così.

Gli uffici competenti di Iegor Gran, uscito in Italia nel 2022, sempre per Einaudi, è ambientato nella Mosca dei primi anni ’60, città dove l’autore è nato (nel 1964) e che ha lasciato, insieme alla sua famiglia, per trasferirsi in Francia. Gran, infatti, è figlio dello scrittore Andrej Sinjavskij, la cui storia è raccontata proprio nelle pagine di questo libro. Sinjavskij, nel 1966, fu condannato al Gulag per aver pubblicato narrativa all’estero, in particolare in Occidente, con lo pseudonimo di Abram Terc, ed è anche il protagonista de Gli uffici competenti. Il suo antagonista è il tenente Ivanov, che non ridurrei al solito grigio burocrate dei servizi segreti che lo cerca ossessivamente, ma è un personaggio ostinatamente ordinario, che, ciecamente fedele allo Stato, si pone l’obiettivo di scovare a qualunque costo l’artista che mette in discussione la grandezza del sistema. Il libro è ironico, mai pesante, si legge agilmente e mi ha ricordato un po’ La santa tenebra (altra lettura consigliata, su cui però non mi soffermo ora) di Levan Berdzenišvili, pubblicato in Italia da Edizioni e/o, che ha un sottotitolo applicabile anche al testo di Gran, cioè “L’unico libro sui Gulag sovietici che è impossibile leggere senza ridere”. Ok, non si ride a crepapelle, ma si sorride dell’ottusità di certi meccanismi. Leggetelo (o leggeteli entrambi).



Cambiamo scenario e andiamo in Corea del Nord, per la precisione nella sua capitale, Pyongyang, che, però, in questo libro è conosciuta anche come Rimini. Pyongyang Blues di Carla Vitantonio, uscito in Italia, nel 2022, con Add Editore. Devo fare una premessa: di questo testo esiste un podcast interessante (e a mio avviso proprio bellissimo – si trova sulle principali piattaforme di ascolto ma vi ho messo, per comodità, il link di Spotify) uscito tempo prima, che io ho ascoltato qualche anno fa e che mi aveva incuriosita sia perché sono attratta dai posti inaccessibili e che mi fanno un po’ paura, sia perché sapevo che il contenuto era stato registrato dentro un armadio, mentre l’autrice si trovava a Cuba (rimando all’ascolto del podcast per verificare che sia tutto corretto e che la mia memoria non mi inganni). Dicevo, dopo l’esperienza audio, ho voluto leggere anche il libro (e ho fatto bene). Vitantonio è arrivata a Pyongyang con una certa preparazione (e lì non è capitata per caso). Il libro racconta la sua storia, cioè quella di una persona che trova lavoro, prima come insegnante di italiano e poi come cooperante. Il suo racconto, che rende visibile al mondo intero un Paese che in pochissimi conoscono davvero, è tutt’altro che buio, oscuro o angosciante. C’è una rete di amicizie importanti, relazioni amorose e viaggi al mare (con annesse esperienze in hotel che ti sembra di vedere). E poi c’è la parola d’ordine “Le tartine sono buone”, un codice stabilito con gli amici in caso di guai. Vitantonio ci ha fatti entrare, con ironia rispettosa e garbo nei confronti della storia, in uno dei luoghi più affascinanti e meno raggiungibili del mondo.

Dissoluzioni e resistenze nei libri di Terzani e Ovčina


Tra i miei autori del cuore c’è sicuramente Tiziano Terzani. Buonanotte, Signor Lenin, pubblicato nel 1992 da Longanesi, è probabilmente uno dei reportage che, idealmente, avrei voluto fare io: in quella circostanza, Terzani viaggiò all’interno della vastissima Unione Sovietica, nel pieno della sua dissoluzione. Ci sono, però, aneddoti storici, impressioni personali e una serie di foto (scattate da Terzani) che sicuramente aiutano i lettori e le lettrici a dare un volto e un profilo a quello che viene raccontato. Nella scrittura, che non dimostra affatto i suoi 33 anni, c’è tutto: la riflessione per una trasformazione in atto (con le sue conseguenze) e la profondità che si porta dietro l’inevitabile incontro con l’altro. Dal fiume Amur, dove già si trova per lavoro, Terzani apprende la notizia del golpe contro Gorbacëv a Mosca e, a quel punto, decide di attraversare l’immensità degli spazi che componevano l’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche, non solo per raccontarne lo sgretolamento, ma per osservare da vicino i loro cambiamenti. Il libro si conclude dopo settimane di viaggio, proprio nella capitale russa. Per molti, il testo di Terzani rappresenta un manuale indispensabile per comprendere le trasformazioni sociali di quei luoghi e la loro nuova quotidianità. Da leggere e sottolineare.



Una delle case editrici che preferisco è Keller, che è stata fondata nel 2005 vicino a Rovereto e che, traducendo letteratura dell’Europa orientale, dei Balcani (e non solo), propone sempre letture originali e indispensabili (almeno per me) per capire il mondo. Ne ho letti diversi, ma uno dei testi a cui sono più affezionata è Preghiera nell’assedio di Damir Ovčina, uscito nel 2023. La sua lettura richiede molta attenzione e pazienza, perché la scrittura impone un esercizio di concentrazione che ti conceda di entrare in uno stile particolare, a cui poi ci si abitua e che diventa molto visivo, a mano a mano che la vicenda procede. È ambientato a Sarajevo, nella primavera del 1992, e in ogni pagina (anzi, in ogni riga direi) c’è la guerra. La vicenda inizia con un episodio di vita familiare, purtroppo, molto normale (la grave malattia della madre e la sua morte), che sembra avere poco a che fare con l’andamento della storia collettiva. Il ragazzo bosniaco non ancora ventenne che ci porta dentro ai palazzi senza vetri e sulle colline, dove le macabre fosse comuni accolgono i corpi martoriati dei musulmani, resta bloccato a Grbavica, un quartiere occupato dai serbi. Resta lì per due anni, con il tarlo di ritrovare il padre (rimasto dall’altra parte) e, soprattutto, di non vederlo tra i morti che è costretto a seppellire, venendo assegnato a una squadra di lavoro che fa esattamente questo. Nel lungo romanzo di Ovčina, però, non emerge solo la sofferenza che si porta dietro ogni conflitto contemporaneo, ma anche la vicinanza inaspettata tra persone diverse, quasi sempre civili, che si scoprono particolarmente attaccate alla vita.

Leggere per capire, studiare per allenare l’empatia



De La Russia moralizzatrice, saggio di Marta Allevato pubblicato da Piemme nel 2024, colpisce immediatamente la copertina, dove sono ritratte quattro donne con i passamontagna colorati delle Pussy Riot (che hanno sempre esercitato, almeno su di me, una grande fascinazione per il loro coraggio e per quel loro modo punk di affrontare questioni molto serie). Allevato, giornalista della redazione Esteri dell’agenzia di stampa Agi, laureata in lingua e letteratura russa, ha lavorato da freelance a Mosca per otto anni e si vede. Il saggio, infatti, ben documentato, rompe la cortina di superficialità a cui l’opinione pubblica è spesso esposta quando si parla della Russia, dei suoi confini e delle sue abitudini. L’autrice, infatti, non semplifica mai la complessità, ma, al contrario, propone spunti nuovi e spinge gli interessati a studiare ancora. Nel volume non si trova solo ciò a cui siamo più abituati, quando leggiamo o sentiamo parlare di Russia, ma c’è, in particolare, un’analisi attenta del conservatorismo della società voluta (e costruita) da Vladimir Putin. Una volta terminata la lettura, consiglio di tenerselo vicino per poterlo consultare in caso di necessità.



Ho letto I Netanyahu di Joshua Cohen prima del 7 ottobre 2023. Il libro, pubblicato nel 2022 da Codice Edizioni, ha vinto il premio Pulitzer lo stesso anno per la narrativa, motivo per il quale mi ci ero avvicinata. Il titolo completo è I Netanyahu. Dove si narra un episodio minore e in fin dei conti trascurabile della storia di una famiglia illustre ed è proprio in quella specie di sottotitolo, in quello spazio che sta a metà tra l’ironia e la verità, che si percepisce la necessità di leggere quel libro per capire molto del presente. Il libro è ambientato nello Stato di New York, nell’inverno innevato del 1959. A Rubin Blum, docente di storia all’università, viene dato il compito (anzi, direi, che gli viene imposto) di accompagnare Ben-Zion Netanyahu (che è veramente il padre di Benjamin Netanyahu, che, infatti, in alcuni passaggi compare, nell’età di un ragazzino quasi adolescente), uno studioso israeliano che l’ateneo potrebbe assumere. Il libro è ironico, pungente e dissacrante e come tale fa pensare. La vicenda narrata è vera ed è ispirata alla testimonianza (e alle memorie) di Harold Bloom, che Cohen ha ascoltato per metterle in fila in un testo che, per il paradosso e l’assurdità di alcuni passaggi, sembra quasi un film di Woody Allen. Penso che sia stata una delle letture per me più utili e chiarificatrici su quanto accaduto dopo, negli anni.

L’ultima lettura consigliata è Diario da Gaza di Wi’am Qudaih, pubblicato quest’anno da Tamu Edizioni. Si tratta del diario (vero) di una ragazza di 20 anni, una studentessa nata a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza, che dal 7 ottobre 2023, è costretta ad assistere a un massacro che ha travolto la sua esistenza. Si presenta così: “Sono Wi’am. Ho diciannove anni. Il 18 maggio 2024, con la guerra in corso, sono entrata in un nuovo anno della mia vita”. E poi ancora: “Abito a Khuza’a, una cittadina a est di Khan Yunis, in una zona di confine dove le case vengono costruite sotto la nostra totale responsabilità, senza alcun coordinamento con gli israeliani. L’anno scorso ho concluso la scuola superiore con una media di 93 su 100. Un mese prima dell’inizio della guerra avevo cominciato a frequentare l’Università islamica, ma mi è stato chiesto di cambiare corso di studi perché ci eravamo iscritte soltanto in cinque. Per questo, sabato 7 ottobre volevo girare per le varie università di Gaza alla ricerca di percorsi di studio che avessero a che fare con la scrittura, la regia, il cinema, la televisione e la scenografia”. Il diario, tradotto da Sami Hallac e Roberta Stracquadanio, è contrassegnato da date e orari ben precisi, a cui si accompagnano i pensieri e la paura (che viene restituita nella sua concretezza) di chi sente arrivare i quadcopter, che simulano i pianti dei bambini o l’abbaiare dei cani e che svegliano i civili nel cuore della notte. Dice che “a Gaza si cresce fra una guerra e l’altra” ed è esattamente così. Prima di iniziarlo, oltre alla prefazione di Francesca Albanese, consiglio la spiegazione di Tamu Edizioni, che racconta la genesi del libro e che aiuta a comprendere il perché si tratta di una testimonianza molto importante. È una lettura difficile, dura, ma indispensabile.

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