Mentre il virus prosegue la sua ritirata dall’Europa, genera ancora qualche apprensione in Asia e sembra, almeno per il momento, aver colpito l’Africa solo di striscio, nelle Americhe la situazione è drammatica. Gli Stati Uniti sono l’epicentro mondiale della pandemia di Covid, seguita a distanza ravvicinata dal Brasile e dalla new entry India, che da almeno un paio di settimane deve far fronte a un’ingente impennata di nuovi casi.

La domanda che si pongono virologi ed epidemiologi è una: quando il Sars-CoV-2 avrà esaurito la sua corsa attorno al pianeta, dovremo attenderci una seconda ondata? Le autorità sanitarie brancolano nel buio, tra chi si dice certo che sì, in autunno sarà tutto – se non peggio – di prima, e chi, invece, è convinto che non ci saranno ritorni di fiamma. Per fare ordine attorno a un argomento molto dibattuto, cioè la possibile seconda ondata di Covid, vale la pena chiarire alcuni concetti fondamentali.

Ci sarà una seconda ondata di Covid?

È quello che tutti si chiedono. Nessuno sa con certezza cosa accadrà da qui ai prossimi mesi, e nessuno è in grado di prevedere quando e se ci sarà una seconda ondata di Covid. I rappresentanti dell’Organizzazione mondiale della Sanità hanno già ipotizzato una possibile ripresa dei contagi nel periodo autunnale.

Emblematico è il confronto – fin troppo azzardato – tra la pandemia di Sars-CoV-2 e l’influenza spagnola del secolo scorso. Secondo alcuni esperti, l’andamento dell’attuale epidemia potrebbe ripercorrere quello della famigerata Spagnola, scomparsa nel periodo estivo e riapparsa in autunno per una seconda ondata ancor più forte della prima. Altri sostengono che questa sia un’ipotesi altamente improbabile.

Qual è la differenza tra un focolaio e un cluster?

Per capire meglio come potrebbe generarsi una possibile seconda ondata di Covid vale la pena aver chiara la differenza tra focolaio e cluster.

La definizione di focolaio si riferisce a uno o più casi di infezione collegati tra loro. Detto altrimenti, gli infetti devono essere accomunati da un filo conduttore, che sia, ad esempio, la cena in un locale o il ricovero nel reparto di un certo ospedale. Per quanto riguarda il Covid, è necessario considerare anche la trasmissione domestica, visto che nel 30% delle situazioni la diffusione del virus è avvenuta all’interno dello stesso gruppo familiare.

Il cluster, invece, riguarda casi concentrati in una data area e ravvicinati nel tempo, ma che tuttavia non possono essere messi in collegamento tra loro. Una possibile seconda ondata potrebbe scaturire proprio da un focolaio o da un cluster non individuati e isolati in tempo.

Perché ci sono ancora focolai?

Semplice: il virus, come ripetono gli esperti, è ancora in circolazione. Finché questo piccolissimo organismo continuerà a scorrazzare nell’aria, sarà impossibile garantire la totale assenza di focolai o cluster. Le autorità sanitarie devono quindi monitorare con attenzione il territorio alla ricerca di possibili breaking point per prevenire eventuali ricadute.

Bisogna aspettarsi focolai?

Anche se molti Paesi hanno sottoposto la popolazione a un lockdown più o meno rigido, i focolai costituiscono la naturale evoluzione di una pandemia. Da questo punto di vista, l’azione dei vari governi deve essere suddivisa in due step, con obiettivi altrettanto diversi.

Nel primo step, il compito delle autorità è quello di arginare la circolazione generalizzata del virus, limitandola nel tempo e nello spazio; nel secondo è fondamentale rintracciare eventuali rimasugli dell’epidemia, isolando ogni focolaio presente sul territorio nazionale.

In quali Paesi sono scoppiati focolai preoccupanti?

In Cina è scoppiato un focolaio di Covid, domato nel giro di pochi giorni, all’interno del mercato di Xinfadi, il più grande ingrosso di alimentari di Pechino. In Germania sono finiti nel mirino alcuni mattatoi, dove gli addetti lavoravano senza rispettare alcuna precauzione. Nei Paesi Bassi qualcosa di simile è avvenuto all’interno degli allevamenti di visone.

Riusciranno i Paesi a fronteggiare un’eventuale seconda ondata?

Nel caso in cui dovesse verificarsi questa ipotesi, il successo dei governi dipenderà dalla tempestività con la quale riusciranno a intervenire sui focolai. Detto altrimenti: il secondo round potrebbe essere più morbido rispetto al primo, ma solo se l’intervento delle citate autorità si rivelerà fulmineo. La conditio sine qua non è una: impedire che le infezioni si propaghino dagli eventuali focolai.

Quanto sta accadendo in Italia in questa estate potrebbe ripetersi nei prossimi mesi?

L’Italia, come tanti altri Paesi (praticamente tutti) deve fare i conti con diversi focolai localizzati in determinate aree. È possibile che situazioni del genere possano avvenire nuovamente anche nei prossimi mesi. L’importante è che i dipartimenti di prevenzione dislocati sul territorio monitorino i vari scenari per intervenire in maniera tempestiva dove necessario.

Che cosa dimostrano i focolai italiani?

Due cose. La prima è che il virus è ancora in circolazione, e che quindi è potenzialmente in grado di infettare persone su persone. La seconda, e questo è l’aspetto più importante, è che il caldo non ha inibito la sua azione contagiosa.

Che cosa bisogna fare se siamo in vacanza e nelle vicinanze viene segnalato un focolaio?

Seguire le istruzioni fornite dall’amministrazione locale. A meno di scenari di una certa gravità, non ha alcun senso abbandonare il posto. Il consiglio che danno gli esperti è continuare a godersi la vacanza accentuando il più possibile il rispetto di comportamenti sicuri. Dunque: evitare assembramenti, usare mascherine in luoghi affollati e chiusi e mantenere la distanza di sicurezza dalle altre persone.

Scaricare la app Immuni può essere di aiuto?

Al momento solo 4 milioni di italiani hanno scaricato la app di monitoraggio del contagio, cioè un numero troppo basso. Se la diffusione dell’applicazione continuerà a essere limitata, anche la sua efficacia sarà altrettanto limitata.

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