Viviamo in un mondo contemporaneo sempre più ossessionato dalla necessità di essere, comunque vadano le cose della nostra vita, social.
Viviamo all’interno di un vortice sensoriale, e non siamo più abituati a scendere dentro noi stessi, nella nostra interiorità, dove potremmo ascoltare le ragioni del cuore e quelle della immaginazione.
Forse perché la solitudine ci porrebbe di fronte alla nostra coscienza.
E la nostra coscienza ci fa paura.
In realtà, solo nella solitudine recuperiamo il valore della riflessione, della solidarietà, perché in esse alberga un possibile cambiamento delle nostre relazioni interpersonali, politiche e sociali.
Perché rifiutiamo tutto ciò?
Perché viviamo in un mondo che continuamente ci dice quanto sia importante essere forti, vincenti e persone di successo, mentre la solitudine è intrisa di fragilità, melanconia, nostalgia, accoglienza e gentilezza, silenzio e compassione. Tutti elementi che ci permetterebbero di considerare le altre persone come esseri umani, dotati come noi di un cuore, anche se con argomentazioni e convinzioni politiche diverse.
Possiamo sentirci isolati ovunque: in famiglia, al lavoro, in città, in autobus oppure in metropolitana, e possiamo non sentirci soli quando incontriamo una cassiera al supermercato che ci sorride, oppure un barista che è di buon umore e scherza con noi, mentre prendiamo il caffè.
Quando ci sentiamo isolati il mondo esteriore è lontano da noi, quando siamo in solitudine il mondo interiore affiora alla nostra coscienza, e può indirizzare la nostra speranza del futuro verso azioni che siano occasione di dare vita ora a questo futuro.
Certo, la solitudine è talvolta dolorosa, perché ci fa conoscere aspetti della nostra interiorità che vorremmo nascondere a noi stessi, oppure dimenticare se questi fanno parte di un passato che è doloroso ricordare.
A cosa somiglia la solitudine?
Al silenzio, grazie al quale impariamo a distinguere le cose essenziali da quelle superflue.
Nel silenzio della solitudine scopriamo quanto sia precario ed inutile il deserto emotivo nel quale viviamo, perché ossessionati dall’essere, sempre e comunque, social.
Social senza però partecipare minimamente al destino degli altri, come se incontrassimo solo fantasmi.
Ecco, queste sono le mie riflessioni… che lascio a voi, di fronte ai fatti che stanno caratterizzando la vita politica italiana.
Non ho altro da scrivere.