Alla fine degli anni Ottanta, giovane redattore, intervistai Ardito Desio. Era ormai quasi novantenne (era nato a Palmanova il 18 aprile 1897) e pensavo di trovare un nonnetto un po’ rimbambito da liquidare con quattro domande e qualche complimento di prassi — bravo, bravissimo, facciamo una foto, saluti i lettori etc… — e invece scoprii un personaggio fascinoso, straordinario, degno della penna di Verne. Una sorpresa e una lezione di vita.

In quell’uggioso pomeriggio milanese il professore mi raccontò, con l’entusiasmo e il brio di un ventenne, tante storie. Tutte bellissime. Rimasi inchiodato alla sedia ascoltando le sue esplorazioni in giro per il mondo e le precisissime descrizioni di mondi e atmosfere passate. La defunta Africa italiana e l’Asia del “grande gioco” di Kipling. Poi la Birmania, la Persia, l’Himalaya, l’Antartide. Deserti, montagne, ghiacci, vette, sabbia, freddo, caldo. Passioni e studio. Tanto studio. Tanta passione.

Affascinato lo ascoltai dimenticando di prendere appunti. Non v’era bisogno. Tutto era (ed è) nella mia testa. Ardito Desio era un formidabile narratore che riusciva a stregarti, a intrigarti. Al momento dei saluti mi anticipò il suo prossimo viaggio. Sorprendendomi una volta di più. Alla sua non più verde età quell’incredibile friulano era in procinto di partire un’altra volta verso il Nepal per inaugurare la “Piramide”, un laboratorio per ricerche multidisciplinari ad alta quota collocato a 5.050 metri ai piedi dell’Everest, un progetto del CNR da lui ideato e fortemente voluto. Sgranando gli occhi mi disse: “Torno sull’Himalaya dove ho lavorato tanto, ma di certo meno di quanto ho fatto nel deserto sahariano, quante avventure laggiù, quante occasioni sprecate…”. E poi afferrò un bottiglione e me lo porse. “È il primo campione di petrolio della Libia, l’ho trovato io nel 1938 nell’oasi di Marada ma non avevamo la tecnologia per estrarlo, così nel dopoguerra ci hanno pensato gli americani e noi siamo rimasti fregati….”.

Una scoperta di cui, a ragione, andava fierissimo. Ma non l’unica, anzi. Nella sua lunghissima vita, terminata a 104 anni il 12 aprile 2001, Desio aveva inanellato una strepitosa serie di successi scientifici e geografici che gli valsero riconoscimenti, fama e non poche invidie. Di quest’ultime se ne infischiava bellamente e tirava dritto per la sua strada. Insomma, Ardito di nome e di fatto.

La sua prima avventura fu la Grande Guerra. Partito volontario come portaordini ciclista nel 1916 venne nominato sottotenente del corpo degli Alpini dove strinse amicizia con Italo Balbo, anche lui giovane ufficiale. Un incontro, come vedremo, decisivo. Tra un combattimento e l’altro Desio s’iscrisse alla Facoltà di Scienze naturali a Firenze, ma nel 1917 cadde prigioniero degli austriaci e terminò la guerra in un campo di concentramento in Boemia. Rientrato in patria si laureò con il massimo dei voti e nel 1921 prese servizio come assistente all’Istituto di Geologia di Firenze, poi a Pavia e infine a Milano.

L’Africa secondo Ardito Desio

Ma la vita sedentaria non faceva per Desio. Tra il 1921 e il 1924 effettuò due lunghe spedizioni (in tutto 14 mesi) nel Dodecaneso, fresco possedimento italiano, compiendo la prima ricognizione geologica dell’arcipelago. Nel 1926 fu la volta della Libia. Sbarcato il 24 settembre a Bengasi sotto un furioso acquazzone, il giovane scienziato ben presto rimosse tutte le fantasie letterarie sull’Africa e si adattò rapidamente alla nuova realtà. Nel suo libro Le vie della sete, dedicato alle ricerche sahariane, Ardito avvertiva i lettori: “Ognuno di noi si è formato un’idea personale dell’Africa prima ancora di avervi messo piede. Reminiscenze di vecchie letture, vignette di libri, fantasiose descrizioni di amici giramondo hanno collaborato a creare quel quadro singolare che rappresenta la “nostra” Africa. Se poi la vera Africa dovesse essere diversa ce la prenderemmo non tanto con noi stessi, quanto con quell’inspiegabile realtà”.

Destinato, su incarico della Società Geografica Italiana, verso la remota oasi di Giarabub, il giovane geologo rimase subito affascinato dalle attrattive di “quell’interessantissimo e spaventoso Paese che è l’Africa sahariana” e per mesi perlustrò la Marmarica portando a termine importanti rilevazioni geologiche, topografiche e paleontologiche. Un compito entusiasmante e terribilmente faticoso aggravato in più dalla situazione: al tempo la Libia era tutt’altro che conquistata e “pacificata” e la ribellione dei Senussi continuava ad insidiare gli avamposti italiani all’interno. Ciò nonostante Desio continuò le sue esplorazioni piedi o a dorso di cammello scontrandosi più volte con le autorità militari per nulle entusiaste delle attività dello spericolato professore.

Terminata la sua prima avventura africana, nel 1929 Desio partecipò come geografo e geologo alla spedizione sul Karakorum guidata dal duca di Spoleto Aimone di Savoia-Aosta, un legame risalente alla sua permanenza nel Dodecaneso. L’idea iniziale, scaturita nel decimo Congresso geografico Italiano, era prettamente alpinistica-sportiva e l’obiettivo era la conquista del K2, la seconda vetta più alta del mondo, ma il disastro della spedizione Nobile al Polo Nord raffreddò gli entusiasmi di Roma. Dopo la tragedia del dirigibile “Italia”, Mussolini temeva un altro insuccesso e “consigliò” la Società Geografica e il Club Alpino, patrocinatori assieme al Comune di Milano della missione, un più prudente taglio scientifico. Fu così che Desio e i suoi compagni esplorarono l’inviolata Valle Shaksgam, sul versante settentrionale del Karakorum, e raggiunsero il ghiacciaio Duca degli Abruzzi e la Sella Conway nell’Alto Baltoro. Nel suo pellegrinare tra le vette dell’Asia il friulano scoprì un nuovo valico attraverso la cresta principale del Karakorum fra il Trango (affluente del Baltoro) e il Sarpo Laggo ed effettuò l’esplorazione completa del Ghiacciaio Panmah. In più eseguì con la sua personale “Tavoletta di campagna”, costruita appositamente per lui dalle Officine Galileo di Firenze, rilievi topografici in vaste aree inesplorate nonché lo studio geologico e geografico di tutto il territorio. La spedizione himalayana fu un successo pieno, ma per Desio anche l’inizio di un’ossessione: la conquista del K2

Tra il 1931 e il 1932 il professore, su incarico di Guglielmo Marconi presidente dell’Accademia d’Italia, organizzò due spedizioni nel Sahara libico, che attraversò con una carovana di cammelli e l’anno dopo con una colonna di camion. L’obiettivo era duplice: studiare e mappare il territorio e, al tempo stesso, cercare risorse minerarie come i nitrati e i fosfati.

L’amicizia con Italo Balbo e il periodo in Libia

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Italo Balbo durante la trasvolata dell’oceano atlantico nel 1933. Foto: Uff. Stampa Istituto Luce/Ansa.

Al suo ritorno Desio sposò a Milano Aurelia Bevilacqua, già sua allieva, e riallacciò i rapporti Italo Balbo, l’amico dei tempi di guerra divenuto nel frattempo l’eroe delle trasvolate oceaniche e uno dei personaggi più potenti dell’Italia mussoliniana. Un sodalizio fruttuoso. Nel 1933 l’allora ministro dell’Aeronautica mise a disposizione del suo vecchio camerata alpino un aereo per una ricognizione scientifica in Persia. Arrivati a Teheran, dopo una perigliosa traversata costellata da due atterraggi di fortuna lungo il percorso, Desio e i suoi compagni d’avventura scalarono alcune cime superiori ai 4.000 metri, compreso l’inviolato monte Demaved alto 5.771 metri, e studiarono i ghiacciai della catena del Zagros.  

Si trattò di un’operazione di soft power geopolitico sinergica alla crescente attenzione fascista verso il Levante e l’Asia. A sua volta l’Iran di Reza Shah, il fondatore della dinastia Pahlavi, guardava con molto interesse verso l’Italia considerata, in funzione anti britannica, un possibile alleato.  Al di là dei rilevanti risultati scientifici, la spedizione inaugurò una nuova fase dei rapporti tra le due nazioni e qualche tempo dopo furono inviati in Italia i primi allievi piloti della nascente aeronautica iraniana.  

Intanto nel 1934 Mussolini aveva inviato l’ingombrante trasvolatore in Libia come governatore. Una sinecura più che un incarico politico, ma il ferrarese, carattere mercuriale e pragmatico, trasformò presto la sonnolenta colonia in una grande officina sociale e culturale. Due anni dopo il suo arrivo a Tripoli, Balbo incaricò Desio di creare il Museo Libico di Storia Naturale e di dirigere le ricerche geologico-minerarie e di acque artesiane nel sottosuolo. Nelle sue ricerche Desio scoprì un giacimento di magnesio e potassio nell’oasi di Marada nonché la presenza di idrocarburi da dove, come sopra ricordato, furono estratti nel 1938 i primi litri di petrolio, tra cui il famoso bottiglione che il professore mi mostrò nel nostro incontro milanese…

Con il concorso dell’Agip si stipulò un programma di ricerche petrolifere per il triennio successivo che prevedeva, nel quadro dei suoi studi sull’intero territorio (sintetizzati nella sua carta geologica di tutta la Libia), indagini nella Sirtica, da lui studiata per la prima volta dal punto di vista geologico. Lo scoppio della guerra bloccò ogni ricerca sebbene già 18 dei pozzi perforati cominciarono a dare manifestazioni di petrolio.

Il professore individuò inoltre una ricchissima falda acquifera artesiana che venne impiegata per l’irrigazione di vaste aree della provincia di Misurata consentendo la trasformazione agraria di quel territorio semidesertico ed effettuò l’esplorazione del Fezzan di cui illustrò per la prima volta la costituzione geologica. Sempre nel 1936 partecipò al primo volo, un raid segreto organizzato da Balbo, lungo i nuovi confini meridionali della Libia — definiti nel 1935 da una convenzione italo-francese, ma mai ratificati da Parigi — che si spingevano sino all’inesplorata regione del Tibesti.

Non pago d’avventure l’anno dopo Desio si recò nell’Africa Orientale Italiana per esplorare l’ovest dell’Etiopia, una terra appena conquistata e per nulla o quasi pacificata. Le due spedizioni tra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro individuarono giacimenti d’oro, molibdenite e mica, ma furono più volte attaccate dai ribelli etiopi e vi furono forti perdite; in uno degli assalti un provvidenziale tubo metallico usato come portacarte e indossato da Desio a tracolla impedì a un proiettile di squarciargli il torace.

Nel marzo 1940, alla vigilia della guerra, Balbo lo richiamò in Libia e gli affidò un’altra spedizione nell’inospitale Tibesti. Con due aerei e una colonna d’autocarri il nostro Ardito s’inoltrò nel misterioso massiccio montuoso — un territorio quattro volte più grande della Sicilia con vette che superano i 3 mila metri — realizzando la prima carta base dell’area prodromica alla definizione della contestata frontiera tra l’allora Libia italiana e il Ciad francese. Nelle sue ricognizioni libiche il geologo-esploratore scoprì sulle pareti di un roccione svettante nel deserto incisioni raffiguranti: “Curiosi disegni che rappresentavano, con poche linee ma con notevole efficacia, buoi con le corna a lira opera di pastori preistorici, i quali dovevano abitare quei luoghi quando il clima era meno arido”.

Il 10 giugno l’Italia sventuratamente entrava in guerra e il 28 l’aereo di Italo Balbo veniva abbattuto per sbaglio dalla nostra contraerea nel cielo di Tobruk. Per Desio un grande dolore e la fine di una fase importante della sua intensa vita. Poiché le vicende belliche avevano bloccato le esplorazioni, il professore si concentrò sulla vita accademica e nel 1942 inaugurò all’Università di Milano l’Istituto di Geologia di cui restò direttore sino al 1972, quando andò in pensione per limiti d’età.

La sfida vinta del K2

Nel dopoguerra Desio riprese i suoi contatti internazionali e già nel 1952 si recò in India e in Pakistan per coronare il suo sogno giovanile, la conquista del K2. Con indubbia abilità diplomatica e molta pazienza nel 1953 convinse il molto restio governo pakistano ad autorizzare la scalata dell’agognata vetta. Ottenuto finalmente il permesso, il professore s’impegnò con tutte le sue forze e con estrema meticolosità nell’organizzazione dell’impresa suscitando per il suo carattere ferrigno non poche critiche: le selezioni furono rigorosissime e numerosi valenti alpinisti furono scartati. Desio non ammise obiezioni o pressioni di sorta, scelse quelli che considerava i migliori (e i più disciplinati…) fregandosene dei mugugni e delle invidie.

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Una Immagine che racconta la vita di Achille Compagnoni, uno degli eroi del K2. Foto: Ansa.

Il piano prevedeva due squadre, una alpinistica e una scientifica. La prima con il compito per affrontare la scalata, la seconda per le ricerche scientifiche. I candidati selezionati per la scalata furono: Erich Abram, Ugo Angelino, Walter Bonatti, Achille Compagnoni, Cirillo Floreanini, Pino Gallotti, Lino Lacedelli, Mario Puchoz, Ubaldo Rey, Gino Soldà, Sergio Viotto. La spedizione raggiunse il campo base a fino maggio 1954 iniziando una perigliosa marcia d’avvicinamento e il 28 luglio venne raggiunta quota 7.627 metri dove venne allestito il campo avanzato VIII e poi, il 30 luglio, il campo IX a circa 7.900 metri e infine il 31 luglio 1954 alle 18:00 Achille Compagnoni e Lino Lacedelli conquistarono la vetta della seconda cima al mondo. Il K2 divenne la “montagna degli italiani”.

L’impresa fu funestata dalla morte per polmonite di Mario Puchoz, uno dei membri più noti della spedizione e dal gravissimo “malinteso” tra Bonatti e Compagnoni e Lacedelli. La storia è ben nota ed è inutile in questa sede ripercorrerla. Ricordiamo che negli anni la versione dei due scalatori, sottoscritta e approvata dal capospedizione Desio, fu duramente contrastata da Bonatti innescando un “caso K2” che si protrasse sino al 2004 quando una commissione di saggi del Club Alpino diede ragione al coraggioso Walter senza però mai del tutto smentire la relazione di Desio. Solo nel 2008 la Società Geografica Italiana e il CAI rettificarono ufficialmente la documentazione accettando pienamente la versione di Bonatti.

L’atteggiamento di Desio va in ogni caso contestualizzato. Nulla per lui doveva offuscare la grande vittoria italiana, un trionfo sportivo mondiale che leniva le dolorose ferite di un Paese appena malamente sconfitto e vinto. La vittoria del K2 era la rivincita di un’intera nazione e basta. Da qui la sua miope caparbietà nel negare a Bonatti le sue sacrosante pretese e riconoscere tutti i suoi meriti. Un’inutile ingiustizia. Ma l’uomo era fatto così…

Negli anni il professore continuò a programmare e guidare spedizioni in Pakistan, Afghanistan, Birmania, Filippine completando le sue ricerche. Nel 1961 cercò d’organizzare una missione italiana nell’Antartide, ma il governo negò i fondi necessari. L’indomabile Ardito non si rassegnò e su invito della National Science Foundation americana l’anno dopo raggiunse il continente ghiacciato e, primo italiano nella storia, s’inoltrò sino al Polo Sud. Nel 1974 il governo degli Stati Uniti gli conferì l’Antartic Service Medal. Nel 1980, ormai ottantatreenne, si recò a Pechino e, primo straniero dopo l’annessione cinese, attraversò il Tibet meridionale da Lhasa sino a Zham, proseguendo poi per il Nepal. Una “passeggiata” su cinquemila metri.

L’ultima avventura, come all’inizio accennato, fu la costruzione del laboratorio Piramide del CNR, inaugurato da Desio nel 1989 ai piedi dell’Everest. La sua missione era finalmente conclusa. Era arrivato, infine, il tempo della quiete e dell’attesa prima del grande salto, dodici anni dopo, nel mistero della morte.  

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