Una sola parola: Anouonaueiiiii. Storpiatura dell’inglese I don’t want to wait, era la celebre sigla di un telefilm che sta ai millennial come un guanto: Dawson’s Creek. Lanciato in Italia nel 1998, raccontava la vita quotidiana di un gruppo di adolescenti cresciuti in un paesino della provincia americana, che si dividono tra scuola, amori, sogni, cuori infranti e genitori imperfetti. Un gruppo di personaggi che raccontava tutto lo spettro degli archetipi dell’adolescente del nuovo millennio, interpretati da un nugolo di attori che oggi calcano le scene di Hollywood e che su quel set si fecero le ossa.

Centro di gravità permanente dell’intero telefilm lui, il biondo Dawson Leery, educato, romantico, sempre tormentato tra l’indole di ultimo tra i romantici e le paturnie dell’adolescenza. E soprattutto, fan sfegatato di Spielberg con il sogno di fare il regista. A interpretarlo un ventenne James Van Der Beek che oggi, a nemmeno cinquant’anni ci lascia dilaniato dal cancro. È la fine di un’epoca perché con Van Der Beek se ne va anche l’amato e odiato Dawson. Ma assieme a lui anche la dolce Joey amore della sua vita, la sua nemesi e migliore amico Pacey che gliela portò via, la maliarda Jen che gli fece impazzire gli ormoni. Se ne sono andati tutti, costringendo noi Millennial ad ammettere che il tempo è trascorso.

Dawson’s Creek ha raccontato la provincia americana con una precisione rara perché non ha mai cercato di trasformarla in qualcosa di esotico o eccezionale. Ha fatto l’opposto: ha mostrato quanto sia un mondo completo, chiuso, regolato da codici sociali rigidissimi, spesso mostruosa. Capeside non è solo un’ambientazione narrativa, è una struttura culturale: un luogo dove tutto appare tranquillo e ordinato, ma dove la serenità è spesso solo superficie.

La prima cosa che la serie coglieva perfettamente è l’ambivalenza estetica e morale della small-town. Capeside è bella, quasi irreale, una cartolina di case curate, acqua calma, cieli puliti, il famoso molo. In un luogo così “armonioso” tutto deve restare al suo posto. La provincia non ti opprime con la violenza evidente, ti opprime con l’idea di normalità. Con la pressione implicita a non deviare, a non complicare troppo, a non rovinare l’immagine collettiva. In questo senso, la comunità non è semplicemente un insieme di persone: è un sistema di sorveglianza, una rete di sguardi. Ogni errore diventa pubblico, ogni scelta si trasforma in reputazione.

Dentro questa cornice si muove il mito americano, quello della possibilità infinita: puoi diventare chi vuoi, puoi costruirti da solo, puoi superare le tue origini. Dawson’s Creek però è intelligente perché mostra il lato oscuro di quel mito: se tutto è possibile, allora ogni fallimento è colpa tua. Tutto molto da Etica protestante e spirito del Capitalismo. E la provincia, che dovrebbe essere un luogo di radici e appartenenza, diventa una tappa da superare, quasi una prova da vincere. Non a caso la serie raccontò con lucidità feroce la corsa a ostacoli verso l’ammissione all’università dei protagonisti e i suoi relativi drammi: la cultura della performance, le rette troppo alte, l’overtesting. Stessi mali che affliggono l’America di oggi. I personaggi non vivono semplicemente l’adolescenza, vivono la sensazione costante di dover dimostrare di valere qualcosa prima che sia troppo tardi.

La scuola, infatti, non viene rappresentata come un semplice sfondo. È un microcosmo sociale totale, un luogo dove la provincia americana concentra le sue gerarchie e i suoi rituali. Lì si decidono status, appartenenze, identità pubbliche. Popolarità, sport, relazioni e pettegolezzi non sono dettagli adolescenziali, sono il linguaggio attraverso cui quella comunità definisce chi conta e chi no. In una cittadina piccola l’adolescenza non è solo una fase biologica: è una competizione sociale permanente. E il fatto che tutto sembri enorme, definitivo, quasi tragico non è melodramma: è realismo.

In questo contesto, la moralità bacchettona americana gioca un ruolo centrale. Dawson’s Creek racconta una provincia permeata da una morale non sempre dichiarata, ma sempre presente. È un moralismo sottile, quotidiano, fatto di aspettative e giudizi, più che di divieti espliciti. C’è un’idea implicita di ciò che è giusto, appropriato, rispettabile incarnato simbolicamente dall’austera nonna di Jen e dalle sue ossessioni bibliche. E chi si discosta da quella linea non viene punito soltanto per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta. Non a caso alla sua bionda nipotina, dopo una serie infinita di drammi, gli autori riservarono prima un destino da sedotta e abbandonata con una figlia da crescere e poi, infine, la morte. Un triste presagio in quello spin-off che lasciò di stucco milioni di fan nel mondo.

Un altro dei tratti più realistici della serie è che gli adulti non sono comparse. Nella provincia americana la vita dei ragazzi non appartiene mai solo ai ragazzi, perché le generazioni convivono dentro la stessa rete sociale e si influenzano costantemente. Questo rende ogni scelta più pesante, perché non riguarda solo te ma l’immagine della casa da cui provieni. Il privato non è mai davvero privato, e la crescita personale avviene sempre sotto pressione. E agli intrecci degli adolescenti agitati si aggiungono quelli di genitori fedifraghi, narcisisti, abusanti, dilaniati dalle dipendenze e dalle psicosi, violenti, ma soprattutto incapaci di fari i genitori.

Sotto l’estetica elegante della serie, inoltre, affiora una lettura sociale molto americana: l’illusione che la provincia sia un luogo omogeneo e uguale per tutti, quando in realtà le differenze economiche e culturali esistono e segnano i destini. Joey vive la fatica concreta e la precarietà, Pace porta addosso lo stigma di chi viene percepito come “meno promettente”, Dawson incarna invece una sicurezza quasi naturale, quella di chi può permettersi di sognare senza pagare subito il prezzo del sogno.

Anche il linguaggio, spesso giudicato troppo maturo al limite del pippone da poeta crepuscolare intrappolato in una mensa scolastica. Quei dialoghi iper-analitici e quasi letterari non erano solo un vezzo televisivo: erano la caricatura di una generazione che vuole anticiparsi, che vuole essere adulta prima del tempo, perché sente che la vita è già una gara. Parlare bene, pensare troppo, razionalizzare ogni emozione. È una forma di ansia sociale travestita da intelligenza. E anche questo è provincia americana: la sensazione che se non ti costruisci un’identità brillante, il posto in cui sei nato rischia di diventare anche il posto in cui rimarrai.

E poi c’è la vita degli attori che si somma ai simbolismi della serie. A Van Der Beek era stato diagnosticato con cancro del colon-retto alla fine dell’estate 2023. Lui, una star, per far fronte ai costi del trattamento aveva collaborato con Propstore, affidando all’asta alcuni cimeli, tra i quali la celebre collana che Dawson dona a Joey oltre all’iconica camicia di flanella indossata dal personaggio. A settembre, parte del cast di Dawson’s Creek si era poi riunito per un evento benefico organizzato da Michelle Williams per raccogliere ulteriori fondi in suo sostegno. Una mobilitazione trasversale che ha evidenziato ancora una volta il dramma dei costi delle cure mediche negli Stati Uniti.

Restano ora i colleghi, privi del loro capoclasse, ore ed ore di puntate e quella sigla che oggi fa sorridere un po’ meno. Ma soprattutto una strisciante, dolorosa, amara presa di coscienza. Accorgersi che siamo cresciuti, che da quegli anni…di anni ne sono passati quasi 30 e che anche noi, che ragazzini urlavamo Anouonaueiiiii, abbiamo cominciato a lasciare questo mondo troppo presto.

Buon viaggio, Dawson.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto