Oltre 100 casi di Covid nelle ultime 24 ore. Gli ultimi dati diffusi dalla Commissione Nazionale per la Salute della Cina hanno riportato le lancette dell’orologio allo scorso marzo, quando l’epidemia di Sars-Cov-2 stava colpendo il Paese (e il mondo intero) con tutta la sua veemenza.

Sembrava che Pechino fosse riuscita davvero a mettere una museruola al virus grazie a controlli capillari. Eppure anche il Dragone ha dovuto fare i conti con la realtà. Tutto è iniziato con il focolaio esploso nel mercato di Xinfadi, il più grande mercato all’ingrosso di carne, frutta e verdura della capitale, con più di 200 persone contagiate e un’intera zona rossa cittadina sottoposta a isolamento.

Avvolta nel mistero l’origine del focolaio. Alcune superfici del mercato, tra cui un tagliere di una bancarella che vendeva salmone importato, sono risultate positive al virus. È quindi probabile – ma non certo – che il coronavirus possa essere arrivato nel cuore della Città Proibita attraverso l’imballaggio del pesce, contaminato da presunti lavoratori europei infettati. In ogni caso, in pochi giorni, le autorità sono riuscite a bloccare sul nascere il possibile disastro sanitario.

Il focolaio dello Xinjiang

Dopo poche settimane l’allarme è risuonato dall’estremo occidente cinese. Nello Xinjiang, nell’arco della giornata di ieri, sono stati segnalati 89 casi. E questo nonostante gli esperti della Commissione Nazionale per la Salute, di fronte all’emersione dei primi malati, avessero assicurato che l’epidemia avrebbe “rallentato nei giorni successivi”.

Anche in questo caso, proprio come per il mercato di Xinfadi, le origini del focolaio sono avvolte nel mistero. L’unica traccia, rilevata lo scorso 16 luglio, porta dritta a una donna locale, impegnata nel settore della vendita al dettaglio. Pare che la giovane, 24 anni, soffrisse di mal di gola, febbre e mal di testa. Una volta finta in ospedale per accertamenti avrebbe scoperto di essere positiva al virus.

In quel periodo, nei giorni successivi, nella regione si registravano circa 17 nuovi contagi al giorno. Un numero troppo elevato che aveva spinto le autorità a isolare Urumqi, capitale dello Xinjiang: bloccata la metropolitana e cancellati i voli da e per l’estero. A quanto pare non è bastato.

Altri due focolai

Spostandoci nell’estremo nord-est della Cina troviamo un altro focolaio nuovo di zecca. Nella regione di Liaoning i contagi, collegati a un impianto ittico nella città di Dalian, si sono diffusi a macchia d’olio. Le autorità hanno introdotto misure draconiane: confinamento, chiusura dei mercati, sospensione dei trasporti e ingenti campagne di test per prevenire l’ulteriore diffusione del virus.

A Pechino la comunità Tiantongyuan, situata nel distretto di Changping e formata da 700mila abitanti, è stata isolata dopo la localizzazione di un paziente affetto da Covid. Stando a quanto riferisce la stampa cinese, il livello di risposta all’epidemia è stato alzato dal tre al due. Lanciati test a tappeto per le 7mila famiglie della zona interessata.

Secondo quanto riferisce il quotidiano Global Times, tutti i nuclei familiari dell’edificio di 30 piani sono tenuti a sottoporsi a quarantena domiciliare e possono avere cibo e altre beni necessari con l’aiuto di operatori della comunità e volontari. Come se non bastasse, né visitatori né cibo o pacchi postali possono entrare nell’area rossa, mentre i residenti devono esibire una documento di residenza all’ingresso.

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