Dall’India all’Indonesia: anche in Asia sono esplose le proteste della Generazione Z

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Mentre l’attenzione dei media occidentali è rivolta sulle violente manifestazioni che si sono verificate in Europa, anche l’Asia deve fare i conti con analoghe proteste, scene di guerriglia urbana, arresti, giovani arrabbiati con il potere e tensioni sociali. L’epicentro orientale dei disordini coincide con l’India. Lo scorso fine settimana nella democrazia più grande del mondo i dimostranti si sono radunati a Nuova Delhi per chiedere le dimissioni di Gyanesh Kumar, il capo della commissione elettorale indiana, accusato di aver favorito una revisione partigiana delle liste elettorali del Paese con l’intento di favorire il partito al governo, il Bharatiya Janata Party (BJP) di Narendra Modi.

La replica del governo? Dagli elenchi supervisionati dalle autorità sarebbero stati rimossi soltanto i nomi di coloro che non avevano alcun diritto a essere iscritte. La situazione è particolarmente delicata visto che i cittadini cancellati dalla lista non possono più votare e che l’ultimo controllo ha portato alla rimozione di 130 milioni di nominativi.

Ufficialmente si tratterebbe di persone decedute, elettori trasferiti, nomi duplicati per errore. Le opposizioni ritengono che tra gli epurati vi sarebbero molti indiani che avrebbero pieno diritto di voto e che non sarebbero favorevoli al governo Modi.

Proteste in India

Le proteste in India

La notizia rilanciata dai media indiani ha spinto migliaia di persone a protestare. Pochi giorni fa le forze di sicurezza di Nuova Delhi hanno arrestato circa 7mila persone, chiuso le stazioni della metropolitana e interrotto persino i servizi di internet mobile all’interno della capitale.

Insomma, è stato un fine settimana di fuoco per Modi. Il premier si trova ad affrontare due sacche di malcontento parallele: da un lato chi manifesta contro la revisione delle liste elettorali, dall’altro gli studenti che continuano a criticare il sistema educativo indiano capitanati dal Cockroach Janta Party, il famigerato partito degli scarafaggi.

La continua e progressiva integrazione delle proteste rappresenta una sfida rilevante per Modi, chiamato adesso a fare delle concessioni alla piazza, incoraggiando però i dimostranti a chiedere di più, oppure ignorare e reprimere le loro voci, scatenando tuttavia reazioni ancora più violente.

Certo è che, al netto del risentimento covato da giovani e giovanissimi, e della delicata situazione economica, il governo Modi rimane ancora popolarissimo in ampi strati della popolazione.

Un arrestso a Nuova Delhi

Le proteste che scuotono l’Asia

Le proteste giovanili hanno portato alla caduta dei governi in Bangladesh e Nepal, stanno mettendo a dura prova il governo Modi e scuotendo pure l’Indonesia. Jakarta è un altro epicentro di fuoco. Gli studenti universitari, da tempo sul piede di guerra, hanno organizzato maxi proteste nella capitale, a Yogyakarta e Bandung. La polizia ha schierato 9.500 agenti e continuerà a monitorare la situazione.

Tre i temi sollevati: il crollo del mercato azionario che, insieme all’indebolimento della rupia sta danneggiando l’economia, l’incapacità del governo di contenere gli incendi boschivi e il secondo anniversario della salita al potere dell’attuale presidente Prabowo Subianto, nel mirino dei contestatori.

Se la componente giovanile accomuna le proteste europee e quelle asiatiche, le richieste e gli obiettivi perseguiti dalle piazze nei due continenti sono assai diverse. In Europa, infatti, a mobilitare soprattutto gli studenti sono principalmente le carenze dei sistemi scolastici, il caro vita e le nebulose prospettive occupazionali. In Asia il malcontento si intreccia più spesso con la corruzione, le disuguaglianze sociali e la contestazione diretta dei governi.

Proteste in Indonesia