Quando all’interno di un Paese scoppia un’epidemia è importante agire in modo tempestivo per evitare che la piaga sanitaria possa diffondersi senza controllo. Il procedimento, solitamente, è sempre lo stesso. Una volta che viene riscontrata la presenza di un focolaio, gli esperti delimitano quell’area alla ricerca della radice dalla quale tutto è partito. È il cosiddetto ”paziente zero”, figura che negli ultimi mesi abbiamo più volte sentito rammentare all’interno dei notiziari televisivi.

La descrizione del paziente zero medio può così essere riassunta: si tratta del primo soggetto a essere colpito dalla malattia infettiva, quello attraverso cui l’infezione comincia, nonché il primo a diffonderla agli altri. Da un punto di vista tecnico-scientifico è tuttavia importante distinguere tra ”index case” e ”primary case”. Già, perché l”’index case”, o caso indice, è il primo caso di paziente infetto registrato dalle autorità mediche di un determinato luogo; il ”primary case” è invece la persona che effettivamente introduce un’infezione all’interno di un gruppo sociale (ospedale, scuola o perfino Paese).

Non sempre index case e primary case coincidono nella stessa persona. Anzi: il più delle volte è proprio l’opposto, tanto che in numerose epidemie del passato il primary case è tutt’ora sconosciuto. Tornando alla definizione di paziente zero, la sua individuazione è quanto mai fondamentale per ricostruire l’albero genealogico dei contagi.

Il paziente zero italiano

Nel caso della pandemia di Covid-19 è molto complicato risalire al paziente zero. Il motivo è semplice: non abbiamo ancora alcuna certezza sul luogo e sulla data di origine dell’infezione. Sul tavolo ci sono varie ipotesi, ma non prove certe che garantiscano l’ufficialità. La Sars-CoV-2 è nata a Wuhan? È apparsa in autunno, come sostengono alcune indiscrezioni, oppure la misteriosa malattia era già in circolazione dall’estate 2019? Va da sé che senza avere punti fermi resta difficile, se non impossibile, risalire all’esatto paziente zero dal quale è partito tutto. Inoltre, dal momento che il Covid-19 si è diffuso in tutto il mondo, ogni Paese ha imparato a fare i conti con la ricerca del proprio paziente zero.

Partiamo dall’Italia. Il paziente zero non ha ancora un’identità, anche se, in base all’ipotesi avanzata dall’infettivologo Massimo Galli, primario all’ospedale Sacco di Milano nonché docente di Malattie infettive all’università Statale del capoluogo lombardo, tutto potrebbe essere partito da un tedesco. Lo scorso 11 marzo, Galli spiegava all’agenzia AdnKronos che ”gran parte, se non tutta l’epidemia del Lodigiano sia partita da qualcuno che si è infettato in Germania verosimilmente intorno al 24, 25 o 26 di gennaio e che poi è venuto in quella zona dove ha seminato l’infezione, del tutto inconsapevolmente o perché completamente asintomatico o perché ha scambiato i sintomi di Covid-19 per quelli di una normale influenza”. Il primo paziente infetto registrato ufficialmente in Italia, invece, è Mattia, il 38enne di Codogno che per settimane si pensava potesse essere il paziente zero.

Il manager tedesco

La caccia al paziente zero europeo ci porta allora in Germania. Come hanno scritto alcuni medici locali in una lettera pubblicata sul New England Journal of Medicine, un tedesco di 33 anni potrebbe essere stato il primo cittadino europeo ad aver contratto la Sars-CoV-2. La teoria è stata confermata da uno studio operato da Trevor Bedford, professore associato al Department of Genome Sciences e al Department of Epidemiology all’Università di Washington.

Scendendo nel dettaglio, il presunto paziente zero europeo ha manifestato i primi sintomi il 24 gennaio. Tre giorni dopo torna a lavoro, in un’azienda a Monaco. Piccolo particolare: tra il 20 e il 21 gennaio aveva partecipato a un meeting al quale era presente anche una collega di Shanghai.

La donna, in perfetta salute, aveva soggiornato in Germania dal 19 al 22 gennaio ma, il 26 gennaio, una volta rientrata a Shanghai, sul volo di ritorno verso la Cina, inizia a star male. Si tratta del Covid-19. Il 27 gennaio la donna avvisa i tedeschi di quanto accaduto, e quel giorno l’azienda effettua subito test su tutti i lavoratori dello stabilimento. Il nostro 33enne risulta ovviamente positivo; il 28 altri tre colleghi vengono trovati positivi.

Il pescivendolo francese

Anche in Francia mancano alcune tessere per completare il mosaico. Certo è che alcuni scienziati mettono in discussione la timeline ufficiale della pandemia. Michel Schmitt, capo del Dipartimento di radiologia nell’ospedale di Colmar, nella regione dell’Alsazia, ha un’illuminazione. Sentendo l’apocalisse in corso a Wuhan, Schmitt si ricorda dei numerosi pazienti ricoverati nell’autunno del 2019 e sottoposti a tac e radiografie al torace.

Dai referti pare che centinaia e centinaia di quei pazienti (per l’esattezza 482) – ha scritto Repubblica dopo aver consultato una ricerca – fossero probabilmente positivi al virus. Il paziente zero? Forse una francese di 28 anni, mai stata in Cina e ricoverata il 16 novembre. Se così fosse, significa che l’epidemia stava circolando in Francia mesi e mesi prima dell’inizio ”ufficiale” dell’epidemia di Wuhan, presumibilmente durante l’estate 2019.

In ogni caso i primi tre casi di pazienti francesi infettati dal Covid-19 vengono annunciati soltanto il 24 gennaio. Eppure c’è un altro caso misterioso: quello di Amirouche Hammar, un pescivendolo 43enne che vive a Bobigny e che per alcuni potrebbe essere il paziente zero francese. Si ammala intorno al 20 dicembre, dopo che sua moglie aveva già manifestato sintomi compatibili con il nuovo coronavirus, ben prima che Parigi si trovasse a fare i conti con migliaia di infezioni al giorno.

Hammar non aveva effettuato recenti viaggi all’estero: da dove ha contratto il virus? Forse dalla moglie, addetta in un Carrefour situato nei pressi dell’aeroporto di Roissy, uno scalo che fino allo scorso gennaio ha ospitato voli giornalieri provenienti da Wuhan.

L’enigma cinese e il paziente zero americano

Rintracciare il paziente zero cinese equivale a trovare un ago in mezzo a un pagliaio. Tra versioni contrastanti, errori più o meno volontari e silenzi vari, ci sono al meno tre versioni da prendere in considerazione. Secondo le autorità cinesi il primo caso di Sars-CoV-2 si sarebbe verificato lo scorso 31 dicembre. I malati successivi sono stati collegati al Mercato ittico di Huanan, un wet market a Wuhan, capoluogo dello Hubei ed epicentro della pandemia globale.

Uno studio condotto da alcuni ricercatori cinesi pubblicato su Lancet sostiene invece che la prima persona affetta da Covid-19, il primo dicembre 2019, fosse un uomo anziano che soffriva di Alzheimer. Non aveva alcun contatto con il mercato del pesce di Wuhan, anche se viveva poco distante da quel luogo.

La terza versione è quella riportata dal South China Morning Post, secondo cui il primo a contrarre il virus potrebbe essere stato un 55enne dello Hubei, precisamente il 17 novembre. Impossibile tuttavia avere la certezza assoluta, visto che alcuni casi sono stati retrodatati.

E negli Stati Uniti? Il primo infetto negli Usa dovrebbe essere un 35enne di Seattle. Il 19 gennaio, pochi giorni dopo essere rientrato da Wuhan assieme alla famiglia, accusa febbre e tosse. Decide quindi di recarsi in una clinica di pronto soccorso, munito di mascherina e delle adeguate protezioni. Il test, pressoché immediato, dà esito positivo. Le autorità rintracciano immediatamente le persone che hanno avuto contatti con lui o con il resto della sua famiglia. Tutto sembra filare liscio, visto che, a distanza di settimane, nessuno di quei soggetti ha ancora manifestato il Covid-19. Qualcuno, evidentemente, è però sfuggito al controllo. Intanto il paziente zero della Sars-CoV-2 non ha ancora un’identità. Molto probabilmente non ce l’avrà mai.

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