“Non sappiamo di preciso cosa sia, né da dove possa essere arrivata. Al momento ha già contagiato 44 persone, 11 delle quali versano in gravissime condizioni. È allerta in Cina a causa di una misteriosa polmonite virale che ha colto tutti alla sprovvista”. Iniziava così, il 5 gennaio 2020, il primo articolo di InsideOver dedicato al Sars-CoV-2. Nessuno immaginava che quel virus, di lì a poche settimane, avrebbe cambiato per sempre le nostre vite, facendoci prender confidenza con parole fin lì quasi mai usate. Per la precisione, con un lessico degno dei migliori film apocalittici, ricco di termini come: lockdown, zone rosse, tamponi, positivo-negativo, immunità e tante altre parole.

Nessuno pensava che quel virus, ufficialmente rilevato a Wuhan alla fine del dicembre 2019, potesse presto penetrare in ogni continente, contagiare decine di milioni di persone e ucciderne a centinaia di migliaia. Già, Wuhan. Siate onesti: quanti di voi, prima dell’emergenza Covid-19, avevano sentito parlare di Wuhan? E quanti sapevano riconoscere su una cartina geografica la collocazione esatta dello Hubei, la provincia associata al primo epicentro globale del nuovo coronavirus?

Wuhan sotto i riflettori

A Wuhan, i primi ricoveri accertati risalgono al 15 dicembre 2019 anche se, secondo alcune indiscrezioni, il primo caso ufficialmente attestato – il presunto paziente zero del Covid-19, quando ancora nessuno sapeva di che cosa si trattasse – risalirebbe al 17 novembre dello stesso anno. Difficile dire di più, in assenza di ulteriori prove. Sull’origine esatta del virus sta indagando una task force di esperti guidata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Ma torniamo al dicembre 2019. Il Capodanno cinese è alle porte e tutti, in uno dei periodi più importanti del calendario cinese, stanno organizzando le loro settimane di pausa.

Centinaia di milioni di persone sono pronte a staccare la spina. C’è chi, dal cuore delle scintillanti megalopoli cinesi, acquista i biglietti del treno per tornare in campagna; chi, dall’estero, prenota il posto più economico su un Air China per rientrare in patria; e chi, semplicemente, sogna di chiudere a doppia mandata la porta dell’ufficio per dedicarsi alla famiglia. Quando si diffonde all’estero la notizia di una strana polmonite a Wuhan, intorno alla metà di dicembre, la news è quasi ovunque relegata in un piccolo box a fondo pagina. Il problema è che, con il passare delle ore, il numero dei malati inizia a destare sospetti. Il 30 dicembre le autorità di Wuhan inviano il primo messaggio sull’epidemia.

I primi malati

Il 31 dicembre, i toni iniziano a farsi più seri. “Recentemente – recita un comunicato della Wuhan Municipal Health Commission – alcune istituzioni mediche hanno scoperto che più casi di polmonite rilevati erano correlati alla South China Seafood City, ovvero il mercato del pesce di Huanan, nel cuore della città. Dopo aver ricevuto il rapporto, la Commissione sanitaria municipale ha immediatamente effettuato ricerche di casi e indagini retrospettive relative a quel luogo nelle istituzioni mediche e sanitarie della città”.

Le ricerche fanno emergere 27 casi; 7 in condizioni gravi, i restanti in condizioni stabili e controllabili, 2 addirittura in procinto di essere dimessi. Il sintomo principale è la febbre, anche se – si legge ancora nella nota cittadina – “alcuni pazienti hanno difficoltà respiratorie” e le radiografie del torace mostrano “focolai infiltranti di entrambi i polmoni“. Seguono indagini istantanee e osservazione medica dei contatti stretti dei suddetti pazienti. “Sono in corso indagini igieniche e trattamenti igienico-sanitari ambientali nella South China Seafood City”, aggiunge ancora il comunicato, nel quale si fa riferimento a una ipotetica “polmonite virale”.

Il giorno seguente, il primo gennaio 2020, il mercato del pesce di Huanan viene chiuso. Le oltre mille bancarelle che ogni giorno vendevano frutti di mare, pesce, carni di ogni tipo e anche animali selvatici vivi, evaporano come neve al sole. Al momento, l’unico comune denominatore tra i malati è questo insospettabile mercato. I primi pazienti di Wuhan affetti dal coronavirus, infatti, erano tutti passati attraverso i banchi del wet market cittadino, tanto in qualità di acquirenti quanto in quella di venditori.

L’incubo

Il 9 gennaio muore il primo paziente di polmonite da coronavirus. È un uomo di 61 anni, abitale frequentatore del mercato di Huanan. La notizia fa scattare i campanelli d’allarme, i cui echi arrivano fino a Pechino. Probabilmente il governo centrale non conosce ancora i dettagli di quanto si sta consumando a Wuhan. Le autorità locali cambiano più versioni, prendono tempo. Il sindaco della città, Zhou Zinwang, invita i suoi concittadini al XXI banchetto di capodanno. Migliaia di persone si radunano in strada portando cibo dalle rispettive case. L’obiettivo è entrare nel guinness dei primati. Eppure c’è un virus invisibile – ancora non sappiamo quanto infettivo – che inizia a correre pericolosamente.

Il 15 gennaio Li Qun, della Commissione per il controllo delle malattie, dichiara alla tv di Stato cinese parole rassicuranti: il rischio di trasmissione umana – cioè da uomo a uomo – è basso. Quando i contagi sfondano il tetto delle centinaia, gli esperti capiscono che la situazione è invece grave, se non gravissima. Gli errori, i silenzi, i ritardi: basta unire i punti. Forse è appena esplosa una bomba sanitaria senza precedenti. Il clima, per l’amministrazione di Wuhan, così come per quella provinciale dello Hubei, inizia a esser pesante. Come se non bastasse, il sindaco Zhou svela al Global Times che circa 5 milioni di persone hanno nel frattempo lasciato la sua città in occasione del capodanno cinese.

La rinascita

La tensione sale alle stelle. Lo scenario è quasi da film di fantascienza. Nel tentativo di scoraggiare le persone a viaggiare, le autorità dello Hubei bloccano gli incroci autostradali della regione. L’Oms deve ancora decidere se dichiarare l’emergenza sanitaria internazionale o meno. Finalmente, entra in campo Pechino. Il 20 gennaio, prende la parola Xi Jinping: se l’uomo più potente del mondo ha appena preso posizione in merito a un tema negativo, come il contagio di una misteriosa epidemia, allora vuol dire che la situazione ha superato il livello di guardia. Di lì a poco, Xi prende in mano il timone di una barca alla deriva.

Il 23 gennaio scattano le famigerate misure draconiane in tutta la Cina, a cominciare dall’epicentro Wuhan. A partire dalle dieci di sera del 23 gennaio 2020 (le tre di notte in Italia), vengono sospese le corse degli autobus, anche quelle di lunga percorrenza, della metropolitana e dei traghetti. Chiusi l’aeroporto e la stazione ferroviaria. Voli cancellati e città blindata. Saranno i 76 giorni più lunghi della vita di tutti gli abitanti della megalopoli, costretti a stare letteralmente relegati in casa il tempo necessario per sconfiggere il virus (il “demone cinese”, come lo ha definito il presidentissimo Xi).

A primavera inoltrata, Wuhan si sveglia dal suo lunghissimo letargo. In estate, mente il resto del mondo continua a combattere contro il Covid-19, la Cina ha già rialzato la testa. Ad agosto, dal fu epicentro cinese dell’epidemia, circolano immagini incredibili: discoteche affollate, ristoranti pieni, cittadini festanti. Il Sars-CoV-2 è stato ufficialmente sconfitto. La conferma arriva il 31 dicembre 2020. Le strade di New York, Londra, Roma, Parigi e di tantissime altre capitali di mezzo mondo, sono deserte. Quelle di Wuhan brulicano di ragazzi festanti, ammassati come ai vecchi tempi. Tutti indossano la mascherina protettiva.