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Dai wet market agli allevamenti di animali selvatici. C’è voluto un po’ di tempo, circa un anno, ma alla fine l’attenzione della comunità scientifica si è spostata su una nuova pista. Una pista complessa quanto la prima, ma per certi versi più coerente con le pochissime prove fin qui emerse, se è vero che il Sars-CoV-2 è un virus nato in seguito a una zoonosi. Tutto, infatti, dipende dalle origini dell’agente patogeno che paralizzato il mondo intero per due anni, tra contagi, morti, lockdown e misure restrittive di ogni tipo imposte dai governi al fine di limitare una pandemia inarrestabile.

Partiamo da un presupposto di base, detto e ripetuto ovunque: non ci sono evidenze scientifiche capaci di confermare una teoria anziché un’altra. Le due piste più calde sono quelle che portano dritte al Wuhan Institute of Virology, con l’eventuale uscita del virus dal laboratorio a causa di un incidente umano, e ai pipistrelli. Questi bizzarri mammiferi sono serbatoi naturali di virus.

Secondo l’ipotesi della zoonosi, è possibile che un virus ospitato da un pipistrello possa aver effettuato quello che in termini tecnici si chiama salto di specie. In altre parole, il Sars-CoV-2, in seguito a circostanze favorevoli, potrebbe esser transitato dai pipistrelli all’uomo. Il paziente zero, forse un contadino o un allevatore sperso in chissà quale provincia cinese, avrebbe quindi dato vita alla catena di contagi, esplosa nel focolaio di Wuhan. Considerando che molti dei primi pazienti trattati dai medici wuhanesi avevano avuto contatti con il mercato ittico di Huanan, in un primo momento le autorità ritenevano che il focolaio iniziale si fosse generato proprio tra i banchi del wet market cittadino.

Mercati bagnati e animali selvatici

Del resto il funzionamento dei wet market era da tempo finito nel mirino delle organizzazioni internazionali. Non solo perché al loro interno è prassi esibire e vendere animali di vario tipo, ma anche per motivazioni igieniche. I wet market – che non sono una peculiarità cinese, ma si trovano anche nel sud-est asiatico, Africa e America Latina – in teoria sono “bagnati” non tanto per il sangue che ricopre i pavimenti, quanto per l’acqua che mantiene freschi i prodotti in vendita. Prodotti che, almeno ufficialmente, non dovrebbero comprendere animali rari e selvatici, come pangolini e pipistrelli per intenderci, spezie, erbe, pesce e carne fresca di animali da allevamento.

Altro discorso sono i wildlife market, i mercati di animali selvatici, dove sono esibite bestie rare e selvatiche, come pipistrelli, serpenti, pangolini, koala, salamandre, topi, cuccioli di lupo, pavoni e porcospini. Il confine tra i due tipi di mercato è spesso sottile, visto che molti wet market vendono, magari sottobanco, anche animaletti rari. In entrambi i casi, ci sono tutte le condizioni affinché un virus presente all’interno di un animale ”serbatoio” possa fare il cosiddetto salto di specie, entrando nell’organismo umano.

Per capire l’atmosfera che si respira all’interno di un comune wet market, dove il lecito e l’illecito sono separati da una linea sottile, è utile ascoltare la testimonianza dello scienziato Peter Daszak: “È un po’ scioccante andare in un mercato faunistico e vedere questa enorme diversità di animali vivere in gabbie accatastate una sopra all’altra, con un mucchio di budella estratti da un animale e gettate sul pavimento […] Questi sono luoghi perfetti per la diffusione dei virus”. La prossimità tra uomini e animali, il contatto con escrementi, sangue e altre sostanze organiche, bestiole stipate in gabbie strettissime: ecco gli ingredienti perfetti per propagare nuovi virus.

Dalla campagna alla città

Ammesso che di zoonosi si possa parlare, due sono le possibilità sul tavolo degli esperti. In caso di zoonosi diretta, il virus è transitato direttamente da un animale x (con ogni probabilità, come detto, il pipistrello) al paziente zero. Se, invece, è avvenuta una zoonosi indiretta, l’agente patogeno è sì passato dall’animale all’uomo, ma utilizzando un ospite intermedio, ossia una seconda bestiola. A quel punto avremmo il seguente schema: pipistrello, ospite (zibetto, o un altro animale venduto nei wet market), uomo.

La prima ipotesi non chiarisce come abbia fatto il virus ad arrivare fino a Wuhan, il primo epicentro noto. È possibile che un allevatore dell’estremità della provincia dello Hubei, dopo aver avuto un contatto con un pipistrello infetto in qualche campagna, possa essersi infettato e, una volta giunto nel mercato di Huanan, aver dato il via al contagio.

Seconda ipotesi: uno dei tanti pipistrelli locali contagia un animaletto allevato dal nostro paziente zero X. Senza saperlo, l’uomo incassa il secondo salto di specie e diventa il portatore del virus. A quel punto il Sars-CoV-2 può sprigionare la sua contagiosità nel momento in cui l’allevatore espone la sua merce nel wet market. Non ci sono prove ufficiali capaci di confermare o smentire le due piste. Ma c’è un mondo che vale la pena esplorare: quello delle fattorie/allevamenti, particolarmente comuni nelle campagne dello Hubei.

Fattorie e allevamenti

Nel marzo 2021 un membro della prima task force allestita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha affermato che gli allevamenti di animali selvatici nel sud della Cina rappresentano la fonte più probabile della pandemia di Covid-19, gli stessi allevamenti di fauna selvatica chiusi ufficialmente nel febbraio 2020. Nel viaggio in Cina effettuato a gennaio, il team Oms aveva trovato presunte prove che quelle fattorie fornissero animali ai venditori del mercato all’ingrosso di Huanan, proprio a Wuhan.

Certo è che gli allevamenti faunistici cinesi facevano parte di un progetto che il governo cinese promuoveva da 20 anni. “Prendono animali esotici, come zibetti, istrici, pangolini, cani procioni e ratti di bambù, e li allevano in cattività”, ha spiegato Daszak all’emittente Npr. La Cina ha promosso l’allevamento della fauna selvatica come un modo per alleviare le popolazioni rurali dalla povertà.

Le fattorie hanno aiutato Pechino a raggiungere obiettivi ambiziosi, tra cui alleviare la povertà e ridurre il divario rurale-urbano. Nel 2016, avevano 14 milioni di persone impiegate in allevamenti di animali selvatici per un’industria dal valore di 70 miliardi di dollari. Con lo scoppio della pandemia il governo ha chiuso gli allevamenti. “Hanno inviato istruzioni agli agricoltori su come smaltire in sicurezza gli animali – per seppellirli, ucciderli o bruciarli – in un modo che non diffondesse la malattia”, ha aggiunto Daszak.

Pipistrelli e ospiti intermedi

Tra le aree più sensibili a una possibile zoonosi indiretta troviamo la prefettura di Enshi. Situata all’estremità della provincia dello Hubei, in questa zona si stagliano centinaia di grotte abitate da pipistrelli. Nelle immediate vicinanze troviamo piccole fattorie che, prima del Covid, erano solite ospitare collettivamente centinaia di migliaia di mammiferi selvatici, tra cui zibetti, cani procioni e tassi furetti. Tutto in regola, con regolari licenze e regolari spazi. Il punto è che gli animali allevati possono teoricamente essere i perfetti ospiti intermedi per il passaggio dei virus dai pipistrelli agli umani.

Come ha sottolineato il Washington Post in un lungo reportage, citando lo Xishuangbanna Tropical Botanical Garden, un istituto di ricerca dell’Accademia cinese delle scienze l’Hubei occidentale ospita almeno sette tipi di pipistrelli a ferro di cavallo. Un tipo, Rhinolophus affinis , è stato trovato più a sud in Cina, portatore di un virus identico al 96% del SARS-CoV-2. Nei terreni vicino alle grotte, i funzionari di Enshi per anni hanno promosso l’allevamento di animali selvatici per alleviare la povertà.

A Enshi, non a caso, sorgeva il 17% degli allevamenti di animali selvatici dell’Hubei chiusi a causa della pandemia. Si parla di qualcosa come 290 fattorie chiuse che ospitavano da 450.000 a 780.000 animali. Una possibile bomba virale che potrebbe essere esplosa generando la pandemia di Covid: ecco perché l’Oms dovrebbe approfondire le rierche.