Era prevedibile ma anche inevitabile; il coronavirus ha raggiunto i campi profughi del mondo. Dall’Asia alla Grecia, dall’Africa sub-sahariana al Golfo di Aden, il morbo è penetrato nelle tendopoli e ora le preoccupazioni per una sua diffusione nei campi sfollati sono enormi. Un propagarsi dell’infezione in contesti di sovraffollamento, di precarietà delle condizioni igenico sanitario e tra una popolazione per la maggior parte debilitata fisicamente e malnutrita potrebbe avere delle conseguenze catastrofiche. Già a marzo, con i primi focolai in Europa e le prime ordinanze di confinamento e distanziamento sociale, alcune ONG avevano messo in guardia sul fatto che tutte le misure adottate per prevenire il contagio erano inattuabili all’interno delle tendopoli. International Rescue Committe aveva realizzato un report dimostrando come i campi per gli sfollati potessero divenire in brevissimo tempo l’epicentro di nuovi focolai difficili poi da controllare. Partendo dal caso della nave da crociera Diamond Princess, dove il virus si è propagato 4 volte più velocemente rispetto a Wuhan per via del fatto che gli spazi fisici erano ristretti, 24 persone per 1000metri quadri, gli operatori dell’organizzazione internazionale hanno poi dimostrato come nelle tendopoli gli spazi sono ancora più ridotti e questo potrebbe causare un divampare dei contagi in tempi brevissimi. Nel campo Cox’s Baar, in Bangladesh, ci sono 40 persone in 1000metri quadri, il che significa che il virus, nel caso ci fosse un focolaio, si propagherebbe otto volte più velocemente rispetto a quanto ha fatto in Cina, ma peggio sarebbe a Moria, in Grecia. Nel più grande campo profughi d’Europa infatti vivono 204 persone in soli 1000 metri quadrati e le conseguenze di una diffusione dell’infezione nel campo sarebbero inimmaginabili. Ma se a marzo queste erano solo previsioni ora il problema è invece reale e concreto.

Nelle ultime ore, proprio dall’Etiopia, è arrivata la notizia dei primi casi confermati di Covid-19 all’interno della più grande tendopoli del Paese. Nel campo Adi-Harush sono risultati positivi una ragazza e due uomini provenienti dall’Eritrea. Il fatto ha subito provocato l’allarme a livello nazionale perchè ciò mette a rischio decine di migliaia di rifugiati che vivono in condizioni assolutamente precarie. Il governo etiope ha fatto sapere che sta lavorando per migliorare la situazione sanitaria e dei servizi all’interno dei 26 campi presenti sul territorio nazionale, Ann Encontre però, rappresentante dell’UNHCR in Etiopia, ha dichiarato che il contenimento della diffusione di COVID-19, nelle tendopoli, sarà molto difficile.

Un’emergenza, quella del Covid nei campi degli sfollati, che non riguarda solo l’Africa, ma anche le tendopoli in Bangladesh che ospitano i Rohingya. A fine maggio infatti nel campo di Cox’s Baar erano stati riscontrati casi di coronavirus. Da quel momento la psicosi e il terrore si sono impadroniti della tendopoli e ad oggi l’emergenza non è ancora rientrata. Mohammad Alam e la sua famiglia di otto membri vivono nel campo profughi non lontano dalla città di Cox’s Bazar e all’emittente tedesca Deutsche Welle hanno così raccontato la loro esperienza di lockdown nella tendopoli: “Cerchiamo di uscire il meno possibile dalla nostra abitazione e ci impegniamo anche a mantenere la distanza sociale ma il nostro campo è sovraffollato. È molto difficile mantenere le distanze anche perchè per ogni necessità, dai servizi ai pasti, dobbiamo avere dei contatti”. Circa 800.000 rifugiati Rohingya si trovano ad affrontare una situazione simile nei due campi profughi che sono stati allestiti in Bangladesh nel 2017. I campi sono sovraffollati e mancano di molte servizi di base a partire dall’acqua potabile e, secondo Felix Heiduk e Antje Missbach dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza (Stiftung Wissenschaft e Politik – SWP), le condizioni di vita nei campi si sono deteriorate dopo lo scoppio del COVID-19, dal momento che, da aprile, il governo del Bangladesh ha limitato il numero degli operatori umanitari nei campi per impedire al virus di diffondersi in altre parti della città.

Africa, Asia e anche l’Europa rischia un’ escalation di Covid nelle tendopoli. In Grecia infatti, ad aprile, si sono registrati diversi casi di coronavirus tra i rifugiati: sia ad Atene che a Moria, la tendopoli allestita a Lesbo. Ma se al momento, grazie anche a una regressione del virus, l’infezione è stata contenuta e il campo profughi messo in lockdown, quel che si teme è una seconda ondata in inverno. Se ci dovessero essere nuovi casi all’interno del campo durante la stagione invernale, con le temperature estremamente rigide, le conseguenze sarebbero talmente drammatiche che ora è fin impossibile anche solo immaginarle.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME