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Società

Dalla Nigeria ai viali di Bologna, storia di Hope e Precious

Pantaloni attillati o gonne molto corte. Tacchi, sui quali difficilmente riescono a camminare. Magliette striminzite, spesso molto scollate, e, se sono fortunate, una felpa o un pellicciotto in cui stringersi per riscaldarsi. Le notti sulle strade della periferia bolognese possono...

Pantaloni attillati o gonne molto corte. Tacchi, sui quali difficilmente riescono a camminare. Magliette striminzite, spesso molto scollate, e, se sono fortunate, una felpa o un pellicciotto in cui stringersi per riscaldarsi. Le notti sulle strade della periferia bolognese possono essere davvero fredde e molte volte le ore sembrano non passare mai. Tanto più quando la prostituzione, che ha un caro prezzo per le ragazze, vale poco più di 20 euro a rapporto completo.

La speranza e l’odissea

«Anche se muoio di freddo ci devo rimanere qui, il primo treno che mi porta a casa è alle 5.25». Precious (nome di fantasia che lei stessa ha inventato e utilizza quando lavora) ha 21 anni, è di origine nigeriana e vive a Parma. «Dove abito io non c’è lavoro, così prendo l’ultimo treno della sera per Bologna e ritorno a casa con il primo della mattina». Arriva in stazione centrale verso le 22.40 e il primo riparte da lì alle 5.25, togliendo il tempo di arrivare sono 6 ore di lavoro. Precious passa tutte le notti sotto una fermata dell’autobus, l’unico punto di questo stradone all’uscita della tangenziale con un minimo di illuminazione. «Io sono fortunata, almeno non devo stare da sola tutte le notti».

Qui sotto la banchina, insieme a lei, ci sono altre due ragazze, Glory e Gracious. Passano le notti, tra un cliente e l’altro, ad ascoltare musica, ballare e in videochiamata con i loro parenti. Tutte e tre vivono nella stessa casa, a Parma, e vengono qui insieme a prostituirsi. Non devono nascondere ai propri familiari il loro lavoro in Italia, è una cosa ormai da molti conosciuta già dal momento in cui si parte e per gli altri invece diventa chiaro con il passare del tempo.

«La cugina di mia madre un giorno è venuta a casa nostra e vedendoci in difficoltà economica mi ha proposto di venire in Italia». Hope cambia espressione quando inizia a raccontarmi e abbassa lo sguardo sul bicchiere di tè che tiene stretto tra le mani per scaldarsi. «Qui una parente del marito stava cercando qualcuno che la aiutasse nel suo salone da parrucchiera. Così ho pensato: Perché no? Sicuramente guadagnerei molto meglio in Italia che rimanendo in Nigeria. Sai, io vengo da una famiglia molto povera, dopo qualche anno di scuola ho dovuto abbandonare per aiutare i miei genitori nei campi». Mentre pronuncia queste parole in un inglese un po’ biascicato, continua a girare il bastoncino nel bicchiere nervosamente. «Chissà come ho fatto a credere a una cosa del genere. Eppure avevo amici che mi avevano detto di non fidarmi, che altre ragazze che conoscevano erano state tratte in inganno nello stesso modo e ora si ritrovavano a prostituirsi in Europa. Ma io ci ho creduto, voglio dire, era poi la cugina di mia madre no? Perché mai mi avrebbe dovuto volere tanto male?».

Questo è l’ultimo momento di gioia che Hope riesce a ricordarsi. La preparazione per il viaggio, l’emozione di andare in Italia, i saluti agli amici, gli abbracci ai genitori. Da quel momento in avanti Hope, che aveva solo 19 anni quando ha lasciato la sua casa nella periferia di Benin City, non ha trascorso neanche un giorno senza desiderare di tornare a casa sua, con la sua famiglia, a spezzarsi la schiena lavorando nei campi sotto il sole pungente della Nigeria.

«Le storie che vengono raccontate sulla Libia non rispecchiano la violenza e la disperazione che siamo state costrette a vivere, soprattutto noi donne. Sono stata un anno e quattro mesi in una prigione libica prima di riuscire ad imbarcarmi. Dalle violenze che ho subito in quella prigione sono rimasta incinta e ho avuto due aborti, l’ultimo poco prima di riuscire a scappare per imbarcarmi». Grace ha 27 anni e ha lasciato i suoi due figli in Nigeria. Le avevano parlato dell’Italia come di un posto meraviglioso, e così una notte ha deciso di partire, senza dire nulla a nessuno. Dopo settimane di viaggio, più l’anno e mezzo in Libia, è riuscita a salire su un gommone e ad arrivare in Sicilia. Dopo poche ore dallo sbarco è riuscita a scappare, prima che le potessero prendere le impronte digitali e identificarla. Grace non esiste, almeno non per lo stato italiano.

Una volta scappata è stata condotta a Bologna, dopo un viaggio in pullman, insieme ad altre ragazze. Ad aspettarla però non c’era una parrucchiera, ma una Madam, una donna più anziana, che aveva ormai smesso di prostituirsi, con il compito di controllare queste giovani donne e i loro guadagni. La strada era ciò che l’attendeva. La strada è ciò che continuerà ad attenderla fino a che non avrà saldato il suo debito per il viaggio dalla Nigeria, che si aggira attorno ai 20 mila euro.

Fantasmi

Grace, come tutte le altre ragazze non ha alternativa. Lei non esiste per lo stato italiano, e per lo stato italiano non esiste neanche il reato di prostituzione. Illegali sono lo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione o l’assoggettamento in una condizione di schiavitù. Sta proprio qui il punto: chi può essere in grado di dimostrare di prostituirsi sotto ricatto, vivendo in una condizione di assoggettamento e schiavitù? Le ragazze che si prostituiscono, o meglio, che sono costrette a farlo, spesso non hanno neanche i mezzi per riconoscere la propria situazione, tantomeno possono essere in grado di denunciarla. Perché è solo con la denuncia diretta di una ragazza, ovviamente sostenuta da prove evidenti, che il sistema italiano può riconoscere il reato.

Il ricatto a cui sono sottoposte affonda le sue radici in evidenti forme di violenza strutturale. La religione vudù è un elemento che, anche se combinato con la cristianità, in Nigeria ha ancora un valore credenziale molto forte. Infatti, molte delle ragazze prima di partire vengono sottoposte a un rito vudù nel quale promettono di estinguere il loro debito, a discapito della salute della propria famiglia. Dal contesto culturale in cui sono cresciute si arriva poi ad un elemento molto più pragmatico: un debito da saldare. Questo somma si aggira sempre intorno ai 20/30 mila euro ed è estremamente sproporzionata rispetto all’effettivo costo di un viaggio dalla Nigeria fino in Italia, che solitamente può arrivare a costare al massimo poco più della metà di quanto richiesto a queste ragazze. La situazione delle nigeriane costrette a prostituirsi nelle strade italiane si inserisce in un contesto criminale molto più grande di quello che si pensava fino a pochi anni fa.

La tratta a scopo sessuale delle ragazze nigeriane inizia in uno stato nel centro d’Africa e finisce a migliaia di chilometri di distanza, in Italia. Si tratta di una rete ben organizzata, che non comprende soltanto una componente centroafricana. Fondamentale per la crescita di questa organizzazione criminale è il fatto che in Italia non sia un reato prostituirsi, né essere clienti di chi si prostituisce.

Reintroduzione delle case chiuse, inserimento di un reato per chi usufruisce della prostituzione, maggiori tutele sui minori. Sono state tante le proposte fatte per cercare di frenare questo fenomeno criminale, eppure di passi avanti non se ne sono fatti, soprattutto dalla chiusura delle case chiuse nel ’58 che aveva proprio questa pretesa. «Con l’abolizione di ogni forma di regolamentazione si è cercato di bilanciare l’autonomia, la libera determinazione dei singoli, sradicando quella che era una dimensione di sfruttamento della prostituzione regolamentata. Il fenomeno non è sparito, anzi si è evoluto. In particolare, durante gli anni ‘90 sono stati scoperchiati sistemi di forte sfruttamento fino alla riduzione in schiavitù» ha affermato Ilaria Boiano, avvocata dell’associazione Diversamente donna.

«Ho dodici bruciature di sigaretta sulla schiena». Mi racconta Hope, buttando giù un altro sorso di vino rosso che tiene stretto tra le mani. «A un uomo con cui sono stata una volta eccitava spegnermele addosso. Mentre mi bruciava la pelle ho guardato quei seggiolini che aveva in macchina e ho avuto paura per i suoi figli». La considerazione della prostituzione delle ragazze nigeriane è veramente molto bassa e il livello di violenza a cui sono sottoposte dai clienti è altissima. Per non parlare di quanto poco vengano pagate per le loro prestazioni rispetto ad altre etnie di prostitute. «In una notte se si fermano molti clienti posso arrivare al massimo a 130 euro».

Nessuna via d’uscita

Le difficoltà che queste ragazze incontrano per poter uscire da questa situazione sono tante e molte partono dall’organizzazione del sistema creato per aiutarle. Incontri con assistenti sociali che, volti ad assicurarsi della veridicità dei fatti, assumono atteggiamenti scontrosi e diffidenti, facendole spesso allontanare immediatamente. Se si dovesse poi riuscire a superare questo step, per il quale sono necessarie sia determinazione che forza, bisognerebbe arrivare all’isolamento totale: infatti le case per le donne sono pensate per far sì che queste ragazze non possano essere più trovate, recidendo completamente i loro legami con il mondo esterno. Insomma, nessuna possibilità di mantenere rapporti sociali e soprattutto di sentirsi con i propri familiari.

Oggi ci troviamo di fronte a una vera e propria tratta di esseri umani a scopo sessuale, ma non abbiamo i mezzi giuridici per riconoscerla, tanto meno per prevenirla e bloccarla. «Mi mancano da saldare 13 mila euro, forse tra sette anni potrò smettere di prostituirmi, ma non so se lo farò». Gracious mi risponde un po’ scocciata, guardandomi come si guarda qualcuno che sai che non ti può capire. «Non so cos’altro potrei fare. Sai, io sognavo di fare l’infermiera e ho studiato all’Università di Benin. Ma qui non ho documenti, in Italia non esisto, e ho troppa paura di essere rimandata a casa mia. Non potrei mai tornare in Nigeria dopo gli anni trascorsi qui come prostituta. Avevo un sogno, ma ormai ho capito che i sogni non esistono per le persone come me».

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