Impiccagione, auto avvelenamento, armi da fuoco, incidenti stradali. Sono questi i metodi più utilizzati dalle persone per suicidarsi. L’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, risalente al 2019 e intitolato Suicidi nel mondo, ha fatto emergere un quadro più cupo di quanto non si potesse immaginare. Dai dati dell’agenzia Onu è emerso che nel mondo, ogni 40 secondi, una persona decide di togliersi la vita. Senza considerare il fatto che dietro a ogni morte volontaria si nascondono, in media, 20 tentativi non andati a buon fine.

I numeri, spalmati nell’arco di un intero anno, sono spaventosi: 800mila suicidi, ovvero quasi il doppio delle vittime di omicidi e malaria. Scendendo nel dettaglio, è emerso che il 79% dei suicidi si verifica nei Paesi a basso e medio reddito, anche se il tasso di suicidi è superiore nelle nazioni più ricche. Il grande buco nero delle morti volontarie resta il continente asiatico. Qui, all’interno di Stati ultramoderni e ricchi, dietro al crescente benessere, all’aumento del pil e al miglioramento delle condizioni di vita, è presente un malessere diffuso. Un disagio che non sempre deriva da cause socio-economiche, e che molto spesso è da ricercare nelle radici culturali dell’Asia.

Individualismo e legami familiari

Ci sono centinaia di libri che spiegano come l’urbanizzazione di Paesi rurali asiatici abbia alimentato l’individualismo, dissolto legami familiari e distrutto modi di vivere ancestrali. Ma questo non basta per giustificare quanto sta accadendo, ad esempio, in Giappone e Corea del Sud, dove il tasso di suicidi si aggira rispettivamente intorno al 14,3% e 20,2%.

Una buona parte di coloro che scelgono la strada della morte volontaria sono senza ombra di dubbio persone con difficoltà economiche e sociali. Eppure, tra gli aspiranti suicidi, c’è una consistente fetta di soggetti insospettabili. Studenti, personaggi dello showbiz, padri di famiglia, politici, magnati: persone che improvvisamente scelgono di farla finita una volta per tutte, senza dare spiegazioni di alcun tipo.

Le cause possono essere molteplici. Il bullismo tra i banchi di scuola, così opprimente da far mancare il respiro; essere accusati di gravi reati, come aver truffato la propria azienda o molestato una segretaria; restare intrappolati in un vortice di apatia; creare un dispiacere alla propria famiglia così immenso da provare un senso di vergogna troppo grande da sopportare. È in situazioni del genere che la vita diventa un peso insostenibile, un fardello di cui disfarsi al più presto e senza attirare le attenzioni della società.

Perdere la faccia

Perdere la faccia, a volte, equivale a perdere la propria anima. Lo sanno bene i politici sudcoreani, sempre attentissimi e impeccabili di fronte all’opinione pubblica. Scivolare su una buccia di banana, spesso, può essere letale. Una voce, un pettegolezzo, una notizia infondata: basta poco per rompere in mille pezzi un’immagine consolidata. Lo ha imparato a proprie spese Park Won Soon, ex sindaco di Seul, noto per le sue battaglie politiche in difesa dei diritti umani e delle donne, e al suo terzo e ultimo mandato.

La mattina del 9 luglio 2020 il signor Park, esponente di punta del Partito democratico e, secondo alcuni, possibile successore di Moon Jae In alla presidenza della Corea del Sud, esce di casa come ogni giorno. Sono le 10:30 quando il sindaco chiude la porta della sua abitazione situata a Bukaksan, un antico quartiere della capitale sudcoreana. Indossa un cappello e uno zaino nero. Passano le ore e di lui si perdono completamente le tracce. Il cellulare è spento e a lavoro, dove lo aspettavano, non si è presentato nessuno.  Tra lo stupore generale, tutti gli appuntamenti risultano cancellati per apparenti motivi di salute.

Dopo qualche ora la figlia decide di avvisare la polizia. Scattano subito le ricerche. Cani, droni e 600 agenti si attivano per scoprire dove sia finito l’amatissimo Park. L’uomo che, la sera prima di sparire, aveva presentato in pompa magna un progetto che puntava a trasformare Seul in una megalopoli ecologica entro il 2050.

Stando a quanto riportato dall’agenzia Yonhap, pare che al termine di quella serata una delle ex segretarie dell’uomo avesse sporto denuncia proprio contro Park per presunte molestie sessuali avvenute nel 2017, impugnando come prova vari messaggi Telegram scambiati con lo stesso sindaco. Forse, ma non è ancora certo, è per questo motivo che Park Won Soon ha scelto di farla finita.

Lo confermerebbe, tra l’altro, un messaggio di scuse ritrovato dalla figlia, con parole che assomigliavano a un ultimo saluto. Nelle poche parole scritte, Park si è scusato con la sua famiglia per aver causato loro “soltanto dolore”, ha chiesto di essere cremato e che le sue ceneri venissero gettate sopra la tomba dei genitori.

Il corpo senza vita del sindaco è stato ritrovato la notte del 9 luglio in un parco a nord di Seul. Non ci sono ancora certezze ufficiali ma, stando alle indiscrezioni della stampa sudcoreana, l’uomo si sarebbe suicidato. Poco importa se le indagini dovevano ancora partire e se le accuse mosse dalla segretaria fossero un buco nell’acqua. L’onta di essere additato come un molestatore e fallire la propria “missione” ha risucchiato l’animo di Park negli abissi.

Una corsa contro il tempo

Il Giappone è migliorato rispetto al passato. Una decina di anni fa, nel periodo più buio, nel Paese del Sol Levante si contava un suicidio ogni 15′ di orologio. Nel 1993 Wataru Tsurumi decide di scrivere The Complete Manual of Suicide, cioè il manuale del suicidio perfetto. In 198 pagine l’autore elencava tutti i dettagli più macabri della morte volontaria: quali sono le morti più facili, i luoghi “migliori” per togliersi la vita, le probabilità di riuscita, di fallimento e altro ancora. L’obiettivo era quello di aiutare i lettori a trovare il metodo meno doloroso per adempiere alla propria scelta.

Il libro ha venduto milioni di copie ma ha pure destato polemiche a non finire. “Con la distribuzione del libro voglio rendere la nostra soffocante società un posto più facile in cui vivere. Questo è il mio scopo. Non ho mai avuto intenzione di incoraggiare i lettori a suicidarsi”, si era difeso Tsurumi.

Oggi il Giappone può tirare un piccolo sospiro di sollievo, visto che i suicidi sono in calo per il nono anno consecutivo. Stando ai dati del White Paper pubblicato dal governo un anno fa, nel 2018 ci sono stati 20.840 morti volontarie, ossia 16,5 persone ogni 100mila abitanti. L’ultimo paper, invece, parla di 19.959 suicidi, anche se tra i giovani la situazione è complessa. Il numero di under 20 che sceglie di togliersi la vita ha toccato vette spaventose, visto che nella fascia di età compresa tra i 15 e i 39 anni il suicidio è la principale causa di morte (caso unito tra i Paesi del G7). Per fare un paragone rispetto al passato, basti pensare che durante la crisi dell’era Heisei, nel 2003 è stato registrato il picco di morti volontarie: ben 34.427. In quei mesi, tra licenziamenti di massa e fallimenti, molte persone si ritrovarono sul lastrico, sole e abbandonate.

Il male di vivere

Noa aveva tre anni quando è stata ritrovata morta nella sua abitazione a Kamata, un quartiere popolare di Tokyo. La madre non era a casa. Aveva conosciuto un fidanzato in rete e lo aveva raggiunto, a Kagoshima, a mille chilometri di distanza, lasciando la piccola sola per sette giorni. Questo non è un suicidio, ma è comunque un terribile episodio che ci aiuta a comprendere cosa sta accadendo nei meandri della società giapponese, dove i legami sociali sono evaporati e la solitudine sembra essere l’unica amica dei cittadini, grandi e piccini.

Emblematiche, poi, le storie di chi decide di svanire nel nulla. Il termine giapponese esatto è johatsu, e si riferisce a tutti coloro (circa 20mila all’anno) che decidono di lasciarsi alle spalle la propria identità per cercare un rifugio nell’anonimato. Anche qui i motivi sono molteplici: un matrimonio andato a rotoli, la perdita del posto di lavoro, un debito troppo grande, un insuccesso inaspettato.

E poi ci sono gli anziani, che sempre più spesso cadono nel fenomeno del kudokushi, la morte in solitudine (50mila all’anno). Chi non ha nessuno, si lascia morire di fame in casa in silenzio, a costo di non disturbare parenti lontani e istituzioni. I loro cadaveri vengono riscoperti a distanza di giorni, soltanto quando i vicini decidono di allertare la polizia in seguito al cattivo odore proveniente dagli appartamenti delle vittime. A fare da comune denominatore a tutte queste vicende troviamo il disgregamento dei legami sociali. O meglio: la desertificazione sociale, come l’ha ribattezzata qualche esperto.

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